Incoronazione

Non so più se ciò che scrivo
possa chiamarsi poesia,
ma è ciò che ho da dire
e non mi interessa catalogarlo.

Forma e sostanza non
fanno il contenuto ma
sono fini a se stesse.

Devo darmi una mossa
ormai il tempo stringe,
il corpo inizia la corruzione
ed ancora sono qui.

Voglio essere apprezzato per ciò
che scrivo, perché se la poesia
ha scelto me, da prima che
nascessi, io ho scelto di essere
poeta da sempre.

Nessuno ci fa poeti ma
c’incoroniamo da soli.

Carlo Becattini ©

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San Galgano

Cercavo pietre magiche
tra i resti dell’abbazia
in un giorno di temporale,
mentre i bimbi uscivano
dalle tombe
ed il cielo si liberava, strappandosi
di enormi saette,
pioveva ghiaino, e noi
correvamo come dannati
per schivarli tutti,
eravamo indesiderati,
io con le mie canzoni,
tu con i tuoi bongo
colpiti al centro e di lato,
tutti gli altri erano solo
rumori di sottofondo,
e noi quasi divinità.

Carlo Becattini ©

Tramonto d’acciaio

Tramonto d’acciaio,
una parte di te sul corrimano,
il resto a terra, come ombra,
l’attimo si srotola come un film,
sole all’orizzonte scivola sul mare,
la magia si ripete, ci inganna.

Mi chiedi del ribollir de l’acque,
dei vapori infernali, e domani
chi riaccenderà il sole, ma
niente accade, rido saccente
e come tutti i saccenti
apro bocca e spiego che il sole,
ha un interruttore da premere
per spengerlo, ed uno per accenderlo.

Altro non è che spettacolo
per turisti, illuminazione globale,
un rito che si ripete in ogni
luogo di questo pianeta,
gabbia di matti,
e qualcosa d’altro
che ha a che fare
con i polli e gli allocchi.

Carlo Becattini ©

La freccia

Non vanno le cose,
tutto è statico,
immobile come il tempo,
la tua freccia mi trapassa,
sulla mia lancia ti ripieghi,
guscio vuoto,
l’aria uscita dalla ferita
come fossi di gomma,
la freccia duole
e forse fa più male il pensiero,
vedo la fine e so
che dietro di me fuoriesce la punta,
mi rilasso, il sangue cola
denso, appiccicoso, ferroso, cola
ed io mi rilasso,
come non accadeva
da tempi immemori,
e per questo ti ringrazio.

Carlo Becattini ©

Il campo

Zolle di lavoro, campo di patate,
languono casa e amore,
nelle baracche il pensiero vive,
ma può solo volare prigioniero.

L’aria ha la forma del filo spinato,
pianta selvatica rampicante,
spinosa come la rosa,
profumata come la morte.

Pensare a te aiuta a vivere,
a sopportare la terra sotto le unghie,
e le montagne di patate
che emergono dal sottosuolo,
come mostri nel giorno del giudizio.

Avere te intenerisce il cuore,
non posso permetterlo,
ti concedo un solo pensiero,
ogni sera prima di cadere
sognami e potrò darti un bacio.

Carlo Becattini ©

Lo strappo

Da ragazzo, mio padre era Zeus,
ero al di sopra degli uomini,
vigoroso e immortale sfidavo il futuro.

Con Athena giocavo, e mi saziavo
di lei senza averne mai abbastanza,
niente male averla per sorella
e sul suo slancio mi lanciavo,
imparavo gli Uomini e gli Dei.

Praticamente, le divinità tutte
frequentavano la mia casa,
ed io con loro mi sentivo più sicuro.

Lo strappo fu troppo grande,
perché enorme fu il tessuto da
strappare, rimasi a metà
da ogni lato, per ogni parte
di contraddizioni tutto era tessuto,
energie disperse, scariche elettriche,
poteri occulti e nascosti piaceri,
finché giunse l’uomo a prevalere
sulla realtà e la ragione,
e fui perduto per sempre.

Carlo Becattini ©

Puttana

La bambina solleva la gonnellina
come da grande quando si offriva,
l’inversione del tempo e della
crescita è solo un caso
ma in qualche modo deve
pur vivere, ed allora perché
non il mestiere più vecchio,
quello che non ha bisogno di
attrezzi, ne di ufficio o locali.

La bambina è sveglia e lo sa
non ha mai smesso quella
professione che esercita da
quando è nata vecchia
decrepita ignorando che si
sarebbe fatta tutti gli uomini
della Terra, per tutti è
la Puttana ma solo in famiglia
la chiamano Morte.

Carlo Becattini ©

Informazione delle masse

Osservatore muto
scruto quel che accade
con gli occhi degli altri
poi
un senso di ribellione
mi fa vedere le cose
con i miei occhi
che
vedono tutto ciò
che agli altri sfugge
perché vivono col paraorecchie
come
i cavalli del centro storico
che accompagnano i turisti
a vedere una città
che
non esiste più
che non è mai esistita
così raccontata.

Alla gente non importa nulla
della realtà,
amano vivere nell’illusione,
accontentandosi delle false certezze
codificate all’interno del loro microcosmo:
la convinzione di essere nel giusto.

Usati,
tutti sono usati
per scopi alieni,
l’importante è averne coscienza,
smettendo di fingere
e di vedere il mondo
attraverso il televisore.

Carlo Becattini ©

Camaleontica

Venti di te spirano all’orizzonte,
aurore boreali s’inerpicano verso la mia anima,
è l’aspetto multicolore che ti rende un camaleonte,
occhi a vulcano,
lava incandescente e piangere
lacrime di coccodrillo,
cuore di bue,
enorme frutto appeso alla serra,
coltura idroponica, asettica
mi guardi come un cerbiatto,
le lunghe ciglia,
poi srotoli la lunga coda
e la lingua a colpire senza pietà,
sorridi, anima di bambina incosciente,
ignara d’aver ferito con la
tua sola presenza.

Carlo Becattini ©

Smoccolando

Smoccolo come una candela
il mio disappunto sulla vita
e la società odierna che
non mi appartiene e non mi
rappresenta.

Sono unico,
solo,
irripetibile,
e per questo solo io conto qualcosa,
il resto del mondo
vada a farsi fottere.

Sono il centro dell’universo,
sono Dio,
sono l’Uomo,
e tutto il mondo gira intorno
alla mia realizzazione.

I belati delle pecore
sono solo brusio per le orecchie
ed il popolo non sa fare altro.

Carlo Becattini ©

Ti ho lasciata andare

Ti ho lasciata andare
alta nel cielo fino a sparire
come un palloncino
che reclama la propria libertà.

Ti ho lasciata andare
ma è già un po’
che sei andata via,
io non conto niente
ed anche se fosse
non più di 1, 2, 3, …
il tuo numero ha molti zero
non posso competere.

L’orgoglio mi suggerisce
che ti ho lasciata andare,
vai pure va’,
non so più nemmeno chi sei,
niente ha più importanza ormai,
si diventa sconosciuti per vita
se non ci s’annaffia
si muore dentro.

Carlo Becattini ©

Vene

Quante vene in rilievo sulle mani,
canali di Marte, sangue che scorre
rosso, come il pianeta
deserto e rugginoso, come
l’anima mia che langue,
sorniona gatta sopita.

Tutte queste vene che si diramano
mi avvolgono per rendermi persona,
non volevo niente,
non ho chiesto niente,
perché sono stato punito?
perché sono qui?

Ancora vene d’ogni misura
lungo le gambe che pizzicano
stanche,
non è naturale stare tutto
il giorno in piedi,
sono stanco,
molto stanco.

Carlo Becattini ©