Seduto sul gradino

Seduto sul gradino
attesa della sera
del tuo corpo che passa,
ancora una speranza
il tuo vento mi cancella
come gesso sulla lavagna,
sono parole confuse
impigliate nella cimosa
nera come la pece,
intoccabile come pesca.

Ero seduto sul gradino
e la sera venne
camuffata da brezza,
fui un giro di blues
e tu fotti tradendo
il mio disegno,
– linea del cielo –
fui minotauro feroce
e tu fotti fottendo
la stessa importanza
che non è rilevante.

Si rigiravano nel letto
avvinghiati i miei pensieri
annodati,
una gamba ciondolava
fuori dal letto
spudoratamente verso mezzogiorno
che si fece di fuoco,
tutti creparono come
crepa la pelle di terra
arida, avida d’acqua.

Seduto sul gradino
un gradino più su
dell’ultima volta che
mi hai visto seduto.
Toro che riposa
tra le remiganti dell’aquila
impigliata tra i capelli
corvini di gazza ladra.

Volevo vederti ancora
nemico che passi
nel letto del fiume.
Sono paziente
so che verrai
col tuo corpo
o con il vento
ma sarò qui sempre
per darti l’ultimo
saluto e gettare
su di te la prima
vangata di terra
non simbolica ma vera,
quella del becchino che
riempie la fossa
per donarti l’oblio
dell’esistenza, pasto dei
vermi e del passato.

Questo gradino comincia
a farmi male al culo
devo muovermi
riattivare la circolazione
pulire le unghie dalla
argilla, sorridere
e tornare polvere di gesso
tra le fibre della cimosa.

Carlo Becattini ©

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