Notte

2016-01-18.. Guillermo Gómez Gil - Salida de la luna
Guillermo Gómez Gil – Salida de la luna

(7 agosto 1982 – n° 664)

La stanchezza come culla,
per compagna la paura,
il mio corpo per il loro pranzo
e per libro: il mio futuro – incerto -.

Solo – senza meta –
su una spiaggia cosparsa di forme scure,
sotto la luna con luce di sole,
ascoltando il tonfo sordo del mare
ho atteso invano che arrivasse l’alba.

Il mio tempo era eterno.

Ho visto il chiarore lunare
scomparire tra le nubi,
l’ho visto ritornare.

Ho visto legni contorti sepolti
tra la sabbia sembrare
giganteschi rospi irreali.

Ho visto altri dormire, andarsene,
arrivare, tutti accomunati
dall’essere o dal divenire
immense crisalidi.

Ho sentito strani rumori,
stridii assurdi.

In lontananza, dove il mare si
offuscava con il cielo
dello stesso colore,
passavano bianche luci
dirette a nord
poi, quando ho distinto
l’aria dall’acqua, ho visto
le luci spegnersi e divenire
grandi pescherecci
sulla via del ritorno.

Ho sentito vicino a me
lo sciacquio di remi che
s’immergevano e riaffioravano,
strumenti di reti gettate
vicino la riva,
e le ombre si avvicinavano
si allontanavano.

In alto la luna
sempre la solita,
sempre ferma al suo posto,
unica compagna.

Quando il freddo è arrivato
ho capito che preveniva
l’alba e piano piano
tutto si è fatto più chiaro
nello stridore di lenti
gabbiani in cerca di cibo
e poi con esasperazione
è giunto il calore del
giorno – gradatamente -.

In alto, nel cielo,
tutte insieme si sono levate
le rondini che sfrecciavano
veloci, intrecciandosi tra loro
ed in quel momento ho capito
che avrei visto
un nuovo giorno,
che avrei avuto un’altro
giorno ancora da vivere.

Piano, piano, quasi avessero
paura di svegliarci sono
arrivati pescatori da spiaggia,
hanno posato i loro attrezzi
e hanno cominciato a pescare
facendo lunghi lanci
delle loro lenze, con le
caviglie immerse nell’acqua
tiepida del mattino.

Mi sono alzato, stirato,
e passandomi una mano
nei capelli arruffati
mi son detto che infondo
infondo non ho trascorso
una notte sì tanto brutta.

© Carlo Becattini
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