Ancora un altro giorno

2016-07-10. George Clausen - The Village at Night - 1903
George Clausen – The Village at Night – 1903

(28 settembre 1982 – n° 685)

Il giorno ormai sta per finire,
il cielo si è già vestito di stelle,
ma quest’autunno non sembra arrivare.

Mi guardo, chiuso in una cabina,
il telefono in mano e tanta voglia di parlare
attorniato da macchine rumorose.

I nervi a fior di pelle per il litigio con l’automobilista,
il nostro conoscerci: solo uno scambio d’insulti.

Questa piazza che si estende davanti a me
mi rattrista con i suoi giochi d’ombre.

Una vecchia attraversa la strada ma il passo è malfermo,
la mano serrata sul bastone: unico conforto,
e qualcuno suona il clacson impaziente
nell’attesa della vecchiaia.

La tua voce cerca d’incoraggiarmi,
cerchi di aiutarmi con poca speranza.

Ti ascolto giocando con la gettoniera
che produce stridii sottili.

Quest’aria, il buio, le luci accese,
la sensazione d’essere perduto,
la realtà d’essere solo,
mi fanno sprofondare in me stesso,
mi annientano, mentre sto toccando il fondo.

Avrei voluto lasciarmi scivolare lungo il vetro
per rannicchiarmi sulla piastra metallica,
quindi piegare la testa tra le ginocchia
tenute strette dalle braccia per non vedermi attorno,
per non urlare, per non respirare più quest’aria di nostalgia.

Scusarmi con te per essere uno straccio, senza parole,
morto.

Sentirmi dire che ci sarà un domani.

Salutarti mentre il fioraio finisce d’incartare
un mazzo di fiori con fogli argentati.

Borse con la spesa mi passano accanto,
ragazze hanno la forza di ridere e scherzare,
persone anonime dalle finestre mi guardano:
persone che non conoscerò mai,
che mi vedono uscire dalla cabina e risalire in auto.

Mi sembra che stasera tutti mi stiano guardando e li odio.

Auto, portami a casa.

Sto pensando seriamente se ci sarà un domani,
potrei non tornare più.

Auto ti prego, portami a casa
che non ragiono più.

Perché tutto è frastuono?
perché la città è così congestionata?
perché non trovo pace?
perché a volte odio il prossimo?
perché odio me stesso?

Casa accoglimi, radio rallegrami, occhi chiudetevi,
cervello assopisciti altrimenti potrei anche trovare
la forza per spiccare quel salto che mi farà andare
sulle pagine dei giornali di domani,
quei giornali che la gente senza cuore
divora durante la giornata.

Ho i polmoni stanchi di respirare fumo,
le cicche spente mi rattristano
e ho voglia di non fumare più
perché è bello stare con la finestra aperta
e fare entrare nella stanza aria pulita.

Mi arrivano i rumori delle auto riposte nei garage,
e quelli dei piatti preparati per la cena,
vedo le luci accese nelle cucine e donne indaffarate.

Tutto s’illumina, tutto si spenge,
solo il cielo immutabile mi osserva
e solo in esso trovo sollievo
prima d’addormentarmi
per avere ancora un altro giorno da pensare,
un altro giorno che non mi vedrà morire.

© Carlo Becattini
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