La Fenice

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Araba Fenice

(5 giugno 1993 – n° 843)

Sono tornato,
ed è indescrivibile il sollievo che provo.
Dopo tanti anni di oscurità ho finalmente
trovato la forza per scrivere di me,
o meglio, di scrivere.

Dove sono tutti?

Dove sono rimasto?

Come una deflagrazione che squarcia l’aria
riagganciarmi alla fantasia è stata dura,
celarmi dietro false fole è sempre dura,
ma non m’importa,
come la deflagrazione sposta aeree particelle
anch’io prorompo nell’aria che mi circonda
sconvolgendo il mio insieme.

E poi rimani tu, figlio mio,
che hai innocentemente assorbito tutta l’energia
con la tua vitalità, che hai calpestato il quieto vivere,
sconvolto le finanze, l’esistenza tutta.
Ma ti amo tanto
e non tornerei indietro per niente al mondo.
Purtroppo in questa società non c’è spazio
per le aspirazioni personali,
se non corri dalla mattina alla sera non mangi
e tutto questo mi fa schifo e mi prostra profondamente.

Perdere tutto quel tempo e tutte le energie
per fare un lavoro che devi fare
e di cui non ti frega niente,
solo per poter sopravvivere, invece di produrre
qualcosa che sia intellettualmente valido,
qualcosa che nasce da dentro di te,
qualcosa di creativo.

Inoltre hai bisogno di tempo per riflettere
e non puoi passare le giornate a correre,
ad inseguirti per arrivare in orario,
questo è deprimente ed uccide!

Ed anche adesso sto correndo contro il tempo
che generoso mi ha concesso pochi attimi di tranquillità
per poter scrivere queste parole.

© Carlo Becattini