Aereo

Il buio oltre le scale 300417 col
Disegno personale – Senza titolo – 2017 – Tecnica mista: inchiostro su carta, colore virtuale

(22 giugno 2003 – n° 935)

Lento ma inesorabile
migra lontano il proprio acciaio,
bagliori,
segnali del suo passare,
tracce della propria esistenza.

Lontano,
per un attimo nello sguardo
e già svanisce,
gravido.

© Carlo Becattini

Sole Fiore

Veggente 270119 col
Disegno personale – Veggente – 2019 – Tecnica mista: inchiostro su carta, colore virtuale

(22 giugno 2003 – n° 934)

Silente

il popolo dei girasoli

ieratico attende

del tocco vitale

l’energia solare

a loro sembianza.

© Carlo Becattini

Tra le parole

4 aprile 2012

Eccomi qui a raccontarti in modo criptico come ho passato questi tempi strani nei quali ho molto pensato, più del solito, perché usare la mente mi fa sentire migliore. Meditare e riflettere, ovviamente, su ciò che m’interessa veramente. Che sensazione incredibile, sento viva la crescita interiore solo addentrandomi nelle parole. Le mie pagine sono immagini della natura, icone, quadri, opere d’arte, sogni, visioni, richiami ancestrali, mandala, frattali, petali di fiori, ricorrenze, infiniti ritorni, attimi in cui la ragione perde il proprio senso ed i sensi acuiscono la presenza di altre dimensioni. In quei riquadri mi addentro, percorro sentieri di buio e di luce, il sopra ed il sotto non hanno senso come tutti gli opposti possibili, è sempre una unione, un tutto in cui perdersi, acque in cui bagnarsi per rinascere da nuove madri, ogni volta come la prima. Ho fatto questo negli ultimi giorni, costringendo il tempo a seguirmi in un cammino alquanto astruso ma costruttivo, ancora non son giunto alla fine ma poco ci manca, anche se confesso di aver barato un po’ e di aver corso gli ultimi metri per giungere primo alla meta. Primo io di me stesso, una corsa dove ero l’unico partecipante ma son anche tornato sui miei passi con salti temporali che hanno dell’impossibile per ritrovare tracce di me che ancora chiedevano aiuto, parole che allungavano le proprie braccia imploranti, frasi zoppe, storpie, che sono riuscite ad attirare la mia attenzione, per essere riscritte ex novo in ampliamenti circoscritti ma concentrici in cui ero sempre io il centro. Dio è un piccolo punto al centro del foglio bianco, il buco lasciato dall’ago del compasso. Il resto siamo noi, punte di grafite, circonferenze d’ogni dimensione, infinite, infinitesimali. Tutti siamo anche all’interno del foro. Un insieme di persone che forma un manicomio, un circo, un ospizio, una banda musicale, una farsa, un dramma, un sorriso, una carezza, un po’ di tenerezza ma anche di paura. Quella di vivere, quella di morire, quella di esistere, quella del futuro, quella di avere paura, non si può amare per forza solo per pensare positivo, a volte è bene cadere, graffiarsi, farsi male e risorgere attraverso una cura profonda che amare la superficialità vuota della ragione. Meglio la follia pura che ha il suo modo di esistere, ma d’altronde siamo tutti un po’ folli anche se tanti se ne vergognano e cercano di dare un senso all’esistenza umana attraverso l’insegnamento di modi di comportamento falsi e propagandistici. Sai che son sempre contro. So di essere nel giusto e tanto mi basta ma ci sono momenti in cui lo sconforto abbatte in un soffio le mie pareti di certezze apparenti, le credevo sicure, radicate ma poco dopo non ci son più. Poi il sole ritorna dal suo viaggio nelle tenebre, energia che riaffiora, che si sposa con la vita.

© Carlo Becattini

Senza regole!

14 luglio 2011

Sono ancora qui a calpestare l’erba del prato, i piedi son bagnati di brina o pioggia, lo sguardo ebete o assonnato, ad ogni passo rifletto su quanta vita sono capace di uccidere inconsciamente. Una capriola, due, tre, mi sporco di verde, clorofilla e cellule aliene spalmate sugli abiti. Una volta vivevo in una casetta di montagna colorata dei colori dell’arcobaleno o forse era un’arnia ed io un’ape, sempre indaffarato, codificato, perso tra il polline ed il miele. Ma per me è troppo dolce anche se il retrogusto di faggio, castagno o fiori di campo non mi lasciano indifferente… il tiglio non mi piace. Venti forti, odore di polline, sono insetto o pianta, sono escrescenza legnosa o fiore profumato, sono carne, sangue, passione, meraviglia, piacere, ammirazione, svago, dolore, emozione, esaltazione, vuoto… Opera d’arte che mi ritrae, prigioniero della roccia, del marmo o del lucido acciaio, risuono come l’eco nella valle, come il gong percosso con violenza, come l’arpa accarezzata dal vento o la prua della nave che fende le onde. Guardo lontano l’orizzonte, là dove finisce il mare ed inizia il mistero, là dove si vede chiaramente che questo pianeta è rotondo… forse sono un grandangolo o sono ubriaco di saggezza, persino incapace di vedere un orizzonte piatto: la fine del mondo, e dall’orlo di quell’enorme abisso mi tuffo, novello campione olimpionico di salto nel buio. Il frastuono è impressionante, preferivo quando ero solo col silenzio dei pensieri che telepaticamente raccontavano cose: cosciente, perduto, ritrovato, incosciente, vissuto, accaldato. Rovente come una pentola di cibo delizioso, attento come il mirino di un fucile, scattante come il cane della Colt battente su tamburo, una storia di battere e levare, un film musicale, un western, non fa differenza perché sono la stessa cosa. I fratelli Lumiere, la cinepresa di mio padre, filmini super otto, sono un fotogramma, una diapositiva, una fotografia, un negativo ma che sa essere anche positivo, sono alfa e beta, gamma e delta, e poi giù, giù fino all’omega, sono inizio e fine di ogni cosa, sono mondo ed universo, sono tutto il creato, sono te anche se non lo sai, anche se non lo credi, anche se non è vero ma non tutte le bugie hanno le gambe corte o le grandi ali. Aprire le braccia e volare, aprire le braccia e ridere, aprire le braccia ed accoglierti, abbracciare l’umanità tutta, abbracciarne l’essenza… esperienza sconvolgente. Ancora una volta pensarti, farlo in libertà, a ruota libera, a mente aperta, a cavalcioni di un cavallo o di una fiera, di pegaso o d’una chimera, d’una moto o di una bici. Pedalare senza fretta… oppure correre, corrrrere, corrrrrrrrrrereeee e poi stanco, stare, sudato di pianto, sfinito, stremato da una estate torrida che mi rende prezioso. Fermarmi, pensare, evocare il tuo nome, scandirlo bene, urlarlo, sussurrarlo, in ogni forma, in ogni soluzione è vita, è presenza, è emozione, è bello. Urlarlo così forte da lanciarlo via lontano e poi correrti dietro fino a ritrovarti, fino a riprenderti, fino a ritrovare le fila d’un discorso lasciato in sospeso, fino a ritrovare la tua anima. Scandire le parole, raccontare è conoscenza, è penetrare nell’intimo, nella coscienza, nella parte segreta, quella che giace dietro la facciata e che raramente si mostra al pubblico, quella che neanche noi conosciamo. Ridere, scherzare, giocare col sole e la luna, confondere tutte le stelle, inventare le costellazioni e poi rilassarsi dietro la tazza della colazione, dietro il gusto, il tatto, la fragranza, la frutta matura e dolce, il gusto di un nuovo giorno che inizia, il gusto del risveglio, il piacere di vivere un giorno ancora meritevole di tanta attenzione, e poi volerne ancora, e poi volerne di più collezionando settimane, mesi, anni e ringiovanire diventando vecchi, ritrovarsi nel futuro e giungere alla meta. Sognare, dormire, chiamare il tuo nome, evocarti come un sacerdote dell’antico Egitto, come un Sufi che fa la ruota, come un Druido dell’antica Britannia, come un Gladiatore dell’antica Roma, come l’arrivo di una nuova bottiglia dal mare in cui inserisco questa lettera che bene o male rappresenta tutti i silenzi che sai… poi tappo, muscoli e lancio in mare!

© Carlo Becattini

Helianthus

Mandala 090417 col
Disegno personale – Senza titolo – 2017 – Tecnica mista: inchiostro su carta, colore virtuale

(19 giugno 2003 – n° 932)

Il popolo dei girasoli

silenzioso osserva.

Rivolti ad est

guardano tutti lo stesso sole

per coglierne il bagliore.

© Carlo Becattini

Il mostro

Asratto 8 290517 col
Disegno personale – Senza titolo – 2017 – Tecnica mista: inchiostro su carta, colore virtuale

(19 giugno 2003 – n° 931)

Solo come Frankenstein

Ignorato come Uomo Invisibile

Pieno d’amore come King Kong

Assetato di vita come Dracula

Guardo il mondo attraverso gli occhi
di questa orribile figura.

© Carlo Becattini

Il vuoto di Azuma

6 aprile 2010

Si fa presto a dire scrivimi.
L’ho pensato per tutto questo tempo e non ho scritto niente perchè non avevo niente da scrivere.
Tu mi dirai, incredula, che ciò non è possibile, invece mi sento vuoto come un tubo, un enorme tubo la cui fine è il suo inizio e ci vedo pure attraverso.
Sai cosa vedo?
Niente, assolutamente niente che non vedrei senza il tubo.
E’ così che mi sento: vuoto, invisibile.
Giorni fa in un programma televisivo la mia attenzione è stata attirata da uno scultore giapponese che mi ha affascinato per la sua semplicità ed originalità.
Le sculture potevano essere banali, incomprensibili ma dopo che lui aveva spiegato le proprie motivazioni che trovavano fondamento nella cultura giapponese e nello zen, tutto assumeva un senso e comprensibilità e quindi accettazione.
Parlava spesso del vuoto e su come rappresentarlo arrivando alla semplice conclusione che ci vuole il “pieno” per raffigurare il “vuoto”.
Il suo discorso era ben più articolato e complesso in quanto parlava di arte e secondo lui l’unica rappresentazione di arte eterna era il vuoto perchè non necessitava di niente per essere rappresentato e proprio per questa caratteristica era eterno.
Tutta l’arte dell’uomo è legata a materiali fisici che sono corruttibili e quindi destinati a finire prima o poi ma il vuoto è eterno, unico compromesso per rappresentarlo usare la materia, altrimenti noi esseri umani non potremmo renderlo tangibile come forma.
Non so se avrai capito a grandi linee ciò che voglio dire ma spero che il mio vuoto non sia incorruttibile e che presto abbandoni la sua forma artistica per lasciare spazio alle idee ed al fermento tipico della mia mente.
Kenjiro Azuma è il nome dello scultore oggi ottantanovenne che è stato addirittura uno degli ultimi kamikaze della seconda guerra mondiale, pensa che dieci giorni prima di entrare in azione, convinto di donare la sua vita all’Imperatore, la guerra è finita con suo grande dispiacere.
In seguito, rendersi conto che l’imperatore non era una divinità come gli avevano fatto credere ma un uomo come lui, lo ha sconvolto così tanto da mandarlo in depressione per tanto tempo e convincerlo ad abbandonare la sua patria per recarsi a Milano, dove è poi diventato allievo dello scultore Marino Marini che lo ha accolto da prima come allievo e poi come aiuto nel suo studio, dandogli piena fiducia ed indirizzandolo verso quella che poi diverrà la sua forma d’arte.
Si fa presto a dire scrivimi!

© Carlo Becattini

La mia libertà

2020-04-25 10.35.56c col
Disegno personale – Senza titolo – 2020 – Tecnica mista: pennarello su carta, colore virtuale

(18 giugno 2003 – n° 930)

Ero peluria di gatto
fuggevole nell’aria

Ero piuma di uccello
vibrante nel vento

Ero pelo di umano
tra le metà costretto

Ero un tarzanello
attaccato ad un pelo di culo
e gridavo al mondo
la mia libertà.

© Carlo Becattini

Lettere dall’Isola

16 dicembre 2013

Sono solo su quest’isola deserta che comincia dal confine della pelle e finisce sul contorno dell’anima. Uno spazio infinito eppure così ristretto, solitario ed al tempo stesso popolato, silente ma pieno di suoni. Parole, frasi, emozioni, persone, animali, eventi atmosferici. Ho tessuto la mia vita con la tendenza a navigare nel mare che mi circonda senza mai riuscire ad abbandonare l’isola. Ho vissuto illusioni, sensazioni, ricordi, tutto ciò che il tempo riesce a rubare con facilità, tutto ciò che poteva portarmi via. Rimango solo io, ancora a chiedermi se riuscirò a trovare una via di fuga, una scappatoia per ingannare il destino, l’illusione di un desiderio irrealizzabile, l’utopia della fuga dalla realtà senza che nessuno possa accorgersene. Qui il tempo non manca, ne ho in abbondanza, potrei dire infinito ed anche l’occorrente per scriverti pare non finire mai. Ti ho mandato un messaggio in bottiglia, l’ho affidato al mare, l’ho visto allontanarsi ondeggiando preda delle correnti e poi non l’ho visto più. Mi piace pensare che possa averlo trovato proprio tu. Ho continuato a scriverti lettere, le ho imbucate nella cassetta della posta. Mi piace pensare che qualcuno possa avertele recapitate. Ho digitato sulla tastiera tante lettere che ho inviato al tuo indirizzo immaginario, il tuonome@qualchecosa. Mi piace pensare che tu le abbia ricevute tutte e che tu mi abbia risposto ad ognuna con la gioia ed il sentimento che ti caratterizzano. Mi piace pensare che tu non sia cambiata ed anch’io vorrei essere rimasto lo stesso di un tempo, solo così posso esorcizzare la solitudine di questa piccola isola in cui sono costretto a vivere tutta la vita.

© Carlo Becattini