Pronto, pronto …

26 marzo 2011

Ritagliare i contorni del tempo per isolare quel dolce sorriso che, lontano dal lamento di un’ode, irradia i colori di un’anima femminea, lunare. Camminare sul baratro, in equilibrio sul bordo d’una palpebra pronta a schiacciare o inondare di lacrime il corpo in movimento. Camminare col passo lento della saggezza o del saggio corroso e piegato dal peso degli anni, a capo chino, il mantello a coprire il corpo martoriato, un cappuccio per non apparire ed essere … finalmente essere. Scivolare sui sentieri della storia, correre e gettarsi dalla rupe, dal bordo del vulcano sopra lave incandescenti aprendo le braccia, planando su correnti ascensionali ed andare via lontano verso il sole, verso quella luce, il verbo, la verità. Le mie ali non sono di cera. Leggero come un pensiero m’insinuo tra le anse della mente inseguendo le tracce di pensieri mai conclusi, d’idee menomate, di stracci e malanni. Emormi foglie mi carezzano, avvolgono, parlano, cullano il corpo steso su rami intrecciati. Giaccio su tappeti di corteccia tessuta tra liane e trecce di capelli, tra liane e tracce di pensieri. Non ho abiti, nessun tessuto riveste la pelle, nessun brivido la percorre, nè di freddo, nè di pudore. Nessuno può vedere un corpo che non esiste. Sono invisibile e proprio per ciò, solo. Corro, corro, salto, slancio, molla, leva, argano, catapulta, reattore, motore, energia, cavallo, coda, sudore, criniera, urlo … scavalco la sofferenza, il grido non mi raggiunge. Razzo, navicella, astronave, corpo-spaziale, arte astratta, poesia inane, rito tribale. Nere canoe decorate con teschi nivei, suoni di tam tam, paura nella notte scura. Risalivano il fiume in cerca di cibo, erano miei simili, erano cacciatori ed io loro cibo. Sedersi intorno al fuoco ondeggiando al ritmo delle fiamme, movenze al ritmo dei tamburi, l’anima umana ha bisogno della musica, della ripetizione di note roboanti. Ossessione. Tutto è perduto mon ami. Tout cet finie alors. Notte buia, volta stellata, mano inanellata, carezza, contatto, brivido, emozione, questa macchina contiene sangue e calore, sono entità eterna o corpo corruttibile, sono Dio o Uomo, sono mente o anima, sono mente o animale … sono solamente animale? Chi sono, cosa sono, cosa siamo, tutto attorno brucia e luccica di tizzoni e faville, tutto divampa e dispera. Araba fenice, le tua ali sono ancora coperte di cenere e già voli! Chimere, licaoni, animali fantastici, esseri impossibili, storpiature, storture dell’atomo, distorsioni temporali, difetti fisici irreali. Visioni apocalittiche. Quattro cavalieri cavalcano nel vento della notte senza luna, sibilano nella notte lame di armi impietose, calamità, atrocità, ilarità del destino. Canto, canti, Orfeo sogna, Eolo è prigioniero, dove sono andati tutti gli Dei, dove le vite degli uomini e le loro miserie? Facile domanda, difficile risposta. Dove sei? Ti allontani o te ne vai? Difficile risposta. Chiedere è lecito. E’ mio il silenzio, ho l’anima dell’eremita, i pensieri del mistico, vedo ciò che gli uomini ignorano, vedo il loro tradimento, conosco la giusta via ma la fine è certa e tutto è illusione, mercante e mercanzia. C’è qualcosa di più alto, un livello superiore, quello del girasole che alza il capo ed osserva ciò che i suoi simili non possono, abituati come sono a seguire la luce del sole. E’ facile essere matrice di ciclostile, foglio bianco su cui stampare … il difficile è essere pensiero, idea, germoglio, semenza, pianta che cresce isolata, fusto che svetta verso il cielo, bellezza e riferimento, cardine e caposaldo. Semplicemente se stessi. Arte ed opera d’arte. Alla fine di questo viaggio penso a te. Ti porto amicizia ed affetto. Amica mia ti abbraccio, forte e stretto con l’irruenza d’un calciante fiorentino. A presto ed alla prossima … il rituale anche stavolta s’è compiuto, il sangue nell’ampolla s’è sciolto, grande San Gennaro che fai pregare il popolo di Napoli. Spero tutto vada per il meglio anche se in me cova un leggero senso d’ansia sollevato dal tuo silenzio. Rassicurami, ti prego. Io l’ho appena fatto, qui tutto procede bene.

© Carlo Becattini

Il senso del ratto

Astratto 5 250517 col
Disegno personale – Senza titolo – 2017 – Tecnica mista: inchiostro su carta, colore virtuale

(17 giugno 2003 – n° 925)

Sulla pelle mi perdevo,
cercavo le stelle,
li desideravo tutti i pianeti
della galassia.
Perso tra costellazioni sconosciute
di un orizzonte alieno
spiavo il futuro,
le promesse di gioia e
l’intrinseca ombra del dolore.
Sulla pelle mi perdevo,
perdevo il senso,
il senno ed il sonno,
perdevo concetti
e concezioni e percezioni.
I sogni del dormiveglia stordiscono.
I sogni ad occhi aperti violentano,
ma intanto sulla pelle perdevo
il senso del tutto,
del tatto
il senso del ratto che annusa
e squittisce,
ignorando quanta dolcezza si nasconde
dietro un contatto di pelle,
la pelle di diverse coscienze,
l’involucro che ci riveste
e che nel suo vestirci ci rende nudi,
alla mercé di desideri e passioni.

© Carlo Becattini