Il vuoto di Azuma

6 aprile 2010

Si fa presto a dire scrivimi.
L’ho pensato per tutto questo tempo e non ho scritto niente perchè non avevo niente da scrivere.
Tu mi dirai, incredula, che ciò non è possibile, invece mi sento vuoto come un tubo, un enorme tubo la cui fine è il suo inizio e ci vedo pure attraverso.
Sai cosa vedo?
Niente, assolutamente niente che non vedrei senza il tubo.
E’ così che mi sento: vuoto, invisibile.
Giorni fa in un programma televisivo la mia attenzione è stata attirata da uno scultore giapponese che mi ha affascinato per la sua semplicità ed originalità.
Le sculture potevano essere banali, incomprensibili ma dopo che lui aveva spiegato le proprie motivazioni che trovavano fondamento nella cultura giapponese e nello zen, tutto assumeva un senso e comprensibilità e quindi accettazione.
Parlava spesso del vuoto e su come rappresentarlo arrivando alla semplice conclusione che ci vuole il “pieno” per raffigurare il “vuoto”.
Il suo discorso era ben più articolato e complesso in quanto parlava di arte e secondo lui l’unica rappresentazione di arte eterna era il vuoto perchè non necessitava di niente per essere rappresentato e proprio per questa caratteristica era eterno.
Tutta l’arte dell’uomo è legata a materiali fisici che sono corruttibili e quindi destinati a finire prima o poi ma il vuoto è eterno, unico compromesso per rappresentarlo usare la materia, altrimenti noi esseri umani non potremmo renderlo tangibile come forma.
Non so se avrai capito a grandi linee ciò che voglio dire ma spero che il mio vuoto non sia incorruttibile e che presto abbandoni la sua forma artistica per lasciare spazio alle idee ed al fermento tipico della mia mente.
Kenjiro Azuma è il nome dello scultore oggi ottantanovenne che è stato addirittura uno degli ultimi kamikaze della seconda guerra mondiale, pensa che dieci giorni prima di entrare in azione, convinto di donare la sua vita all’Imperatore, la guerra è finita con suo grande dispiacere.
In seguito, rendersi conto che l’imperatore non era una divinità come gli avevano fatto credere ma un uomo come lui, lo ha sconvolto così tanto da mandarlo in depressione per tanto tempo e convincerlo ad abbandonare la sua patria per recarsi a Milano, dove è poi diventato allievo dello scultore Marino Marini che lo ha accolto da prima come allievo e poi come aiuto nel suo studio, dandogli piena fiducia ed indirizzandolo verso quella che poi diverrà la sua forma d’arte.
Si fa presto a dire scrivimi!

© Carlo Becattini

La mia libertà

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Disegno personale – Senza titolo – 2020 – Tecnica mista: pennarello su carta, colore virtuale

(18 giugno 2003 – n° 930)

Ero peluria di gatto
fuggevole nell’aria

Ero piuma di uccello
vibrante nel vento

Ero pelo di umano
tra le metà costretto

Ero un tarzanello
attaccato ad un pelo di culo
e gridavo al mondo
la mia libertà.

© Carlo Becattini