Susanna e i compagni di scuola

2013

Sulle pareti dell’aula c’erano foto in bianco e nero di ragazzi africani denutriti, sui loro volti spauriti mosche e lacrime ci aprivano la mente verso le brutture della vita che di li a poco sarebbero giunte.
Per quei bambini invece così era sempre stato.
Fao e Unicef campeggiavano ai margini di quelle immagini crudeli.
Susanna, nel banco davanti, era così magra che ho sempre creduto fosse scivolata in aula da una di quelle fotografie.
Conoscendola, a scapito dell’aspetto sofferto, si rivelò essere una ragazza brava e simpatica.
Sapeva ridere e farmi ridere.
La vita non le fu clemente.
Il tempo la riprese con se prima che avesse iniziato a scorrere dai sedici anni in poi.
Ah, Susanna, quanto ti prendevano in giro con la pubblicità di Carosello che apertamente odiavi.
Ricordo le tue lacrime provocate dalla malvagità di quei folletti che chiamavamo compagni di classe e tutte quelle cimose bianche lanciate sul tuo grembiule nero.
Pena e compassione mi spingevano a cercarti per consolarti.
Ce ne andavamo, tenendoci per mano, in un angolino vuoto di un’aula vuota dove ti sussurravo di smettere di piangere, che non ce n’era più motivo, che eri al sicuro perché c’ero io con te.
Facevo il grosso in quell’aula vuota, nascosto da tutti quei ragazzacci odiosi che in parte temevo.
Susanna invece sorrideva felice e sgranando gli occhi mi ringraziava, tenendomi le mani tra le sue.
Com’eri fredda e bianca il giorno del tuo funerale.
Quel giorno volesti mostrarmi la morte nel suo aspetto più crudo, fatto di dolore, silenzio, abbandono.
Quel giorno persi per sempre un pezzo di me.
Ho sempre creduto che quella mia parte mancante ti avesse seguita e si trovasse rinchiusa con te nella bara di legno lucido.
Il freddo della chiesa, l’odore di candele e incenso, la penombra, i raggi di luce che dal soffitto tagliavano l’aria fino a terra come facessero parte della manifestazione divina.
Rimasi a guardarti per un tempo infinito e quasi dimenticai di respirare.
Tutto diventò difficile perché gli occhi si riempirono di lacrime e stavano per tracimare e graffiarmi il viso di dolore e solitudine.
Tutta la cerimonia era una farsa, un rito degli uomini fatto per gli uomini, perché trovassero una ragione alla loro esistenza e non impazzissero.
Poteva Dio essere così crudele?
L’indomani non saresti stata in classe ed il tuo posto sarebbe rimasto vuoto.
Qualcuno avrebbe lasciato sul banco un mazzo di fiori ed io non avrei più avuto un sorriso per te, da te.
Mi avevano insegnato che gli uomini non dovevano piangere perché erano forti e che le lacrime erano per le femminucce, ma scoprii ben presto che queste erano tutte delle belle stronzate.
Nel buio della notte, solo nel mio letto, piangevo la tua mancanza.
Da allora tutto prese ad andare sempre più veloce in una unica direzione e non tornare più.

© Carlo Becattini

Burattino

 

2016-07-28. Raffaello Sorbi - Panni stesi
Raffaello Sorbi – Panni stesi

(28 novembre 2003 – n° 954)

Appeso ai fili del cielo,
burattino,
vivo.

Comico, tragico,
sul filo del racconto,
vivo, comunque.

Burattinaio
dove sei?

© Carlo Becattini