A lezione con Emanuela

2013

Gli occhi di Emanuela erano i miei occhi.
Seduti vis-à-vis dovevamo fissarci cercando di sondare le profondità dell’altro.
I suoi grandi occhi riflettevano la mia immagine, in essi vedevo le mie pupille oltre le quali riuscivo a toccare la sua anima.
Emanuela si perdeva nei miei, la sentivo arrivare insieme all’emozione di sentirmi sfiorato nella profondità della mia essenza.
Quel brivido inenarrabile!
Dilatavo le pupille per facilitarle l’accesso e lei mi seguiva in quegli anelli di buio profondo.
Solo così riuscivamo a realizzare l’unione delle nostre anime.
Il rituale rappresentava questa fusione che si concretizzava nell’apparizione del simbolo rotante che, espandendosi all’infinito, assumeva la forma del numero otto, ossia quella data dall’unione delle nostre pupille.
Lavorando semplicemente di sguardi imparammo a conoscerci, capimmo la vita e scuotemmo tutto il nostro essere, facendo risalire verso la superficie giganteschi mostri sconosciuti ancora da domare, energia tellurica vitale da incanalare nel giusto percorso.
Lo studio si mescolava inesorabilmente con la vita quotidiana, a quattordici anni vivevamo di emozioni e ci lasciavamo trascinare facilmente dalle arti della fantasia, dalla immaginazione che la faceva da padrona.
Eravamo romantici, ci scrivevamo bigliettini colorati con poche parole dolci, non sapevamo di essere sotto gli effetti collaterali del guardarci negli occhi.
Tutte le altre emozioni e pulsioni presero origine proprio da questo.
Sprofondare negli occhi scatenò l’Inferno.
Con tutte le ragazze era sempre lo stesso, i loro occhi erano i miei occhi e viceversa.
Alcune arrossivano vistosamente appena riuscivano a scorgermi nel profondo, altre non riuscivano proprio a sostenere lo sguardo, come fossero cieche, ma era solo paura di farsi vedere.
Anch’io le prime volte caddi vittima della timidezza camuffata da puro terrore, da paura irrazionale, da voglia di fuggire.
Ho imparato ed ora tutto è magnifico.
In quel corso ero l’unico maschio tra tante femmine e mi confrontai con ognuna di loro, rendendo le mie sedute di studio interminabili.
Tutte le ragazze imparavano da me ed io da ognuna di loro, arrivando ad amarle tutte nella stessa misura.
Con qualcuna riuscivo anche ad andare oltre e non era certo per merito mio.
Il merito era sempre condiviso.
Eravamo due parti della stessa cosa: il duplice aspetto della vita, i prodromi della riproduzione, le parti complementari della natura.
In ogni coppia alloggiava il futuro dell’umanità e l’intrinseca schiavitù nei confronti di Madre Natura.
Da tanto tempo stavamo a guardarci negli occhi quando mi tuffai a capofitto nel nero delle sue pupille dilatate, attraversai l’iride, il suo colore, come un acrobata circense che salta nel cerchio infuocato e mi trovai in una terra carica di emozioni.
Anche Emanuela fece quel salto dopo che l’ebbi avvertita.
Il suo volto non esisteva più, la realtà era distorta in quella dimensione.
Sentivo il suo calore, il suo respiro come un vento caldo che proveniva da quel territorio sconosciuto.
Inconsciamente ci stavamo avvicinando, solo dopo ce ne rendemmo conto, quando le nostre labbra si sfiorarono.
Era il bacio delle favole, quello che risvegliava dal lungo sonno, quello che riportava alla realtà, quello che sconvolgeva, quello che univa e travolgeva.
Ci ritirammo rapidi, impacciati per quella scossa, ma avremmo voluto continuare a stare in quel luogo che avevamo appena scoperto.

© Carlo Becattini

Acquerello

2017-02-08. Yuko Nagayama - Flowers
Yuko Nagayama – Flowers

(15 dicembre 2003 – n° 960)

Strati sovrapposti di nebbie umide
riscaldano la vista ed il cuore
col rosso calore del sole nascente.

Tutto ruscella e sgocciola
nel freddo del mattino,
lentamente si colora di pastello.

© Carlo Becattini