Silvia e l’albero

2013

Correvo per i campi infiorati di maggio inseguendoti come ogni anno.
Tutto fioriva, anche le pietre.
La prima volta che incontrai Silvia dormiva poggiata al tronco di un albero, la testa posata su una spalla.
Mi sedetti dall’altra parte del tronco dove non poteva vedermi.
Quando si svegliò le parlai, facendole credere di essere l’albero e lei, figlia della Natura, non ebbe alcun dubbio.
Guardava in alto tra le foglie ed i rami come a scorgere la mia testa, la bocca che le parlava.
Che ingenua.
Non sapevi che gli alberi hanno la testa sotto la terra? le dissi.
Allora mi parlò guardando verso il basso, carezzando le radici.
Fu divertente conoscerla e come si arrabbiò quando mi mostrai a lei scoprendo il mio gioco.
Impulsiva si scagliò contro il mio petto tempestandolo coi pugni chiusi, colma di rabbia.
Poi, per qualche arcano motivo, la rabbia si tramutò in riso sfrenato.
Gioia e disperazione erano figlie della stessa madre.
L’isteria che la prese mi preoccupò non poco, ma stava rendendomi quel che le avevo dato un attimo prima.
Il gioco continuava da parte sua ed io le credetti.
Stupenda attrice.
Silvia era il suo nome.
Piccola, minuta, dall’aria fragile, ma le apparenze spesso potevano ingannare.
Ridemmo del gioco e di noi, quale modo migliore per conoscerci?
Sdraiati all’ombra dell’albero stringemmo le nostre mani con delicatezza e cullammo il bimbo che era nato dal nostro incontro, dallo scambio delle nostre anime inquiete ed assetate.
La vita a volte acquistava un senso speciale che ci faceva sentire grandi, immortali.
Il bimbo che stava racchiuso nei nostri palmi ci sfuggì dalle dita e lo ritrovammo tra le nostre labbra unite e poi ancora, fece così tanti giri dei nostri corpi che non capimmo più niente e l’oblio, o l’estasi, o quello che voleva essere, si prese cura di noi col sogno del sonno ristoratore.
Tu che dormivi piano, sono le parole di una canzone che ascoltavo in un’altra vita.
Ora è il fruscio incessante della pioggia battente che funge da musica ai lugubri pensieri scossi da tuoni impetuosi, roboanti, fragorosi.
Da ore la pioggia non concede tregua, bagna la terra che impregnata si allaga.
Il grande albero gronda dai rami e dalle foglie ed accompagna l’atmosferica melodia ma sembra proteggere la tua sepoltura.
Se potessi vedere oltre la terra, vedrei la testa della pianta accanto alla tua testa, le sue radici mescolarsi alle tue esili ossa slavate.
Ascolterei i vostri discorsi, le parole mute che vi scambierete per l’eternità.
So bene cosa si cela sotto la grossa pietra al riparo dell’albero.
Sei lì, Silvia, che riposi nel sonno che non fa sognare, pochi metri sotto il prato su cui t’incontrai.
Eri Natura ed in essa dovesti tornare anzitempo.
Feci di tutto perché ti seppellissero dove avresti desiderato.

© Carlo Becattini

Calunnia

2016-07-23 Frank H. Desch (1873-1934)
 Frank H. Desch (1873-1934)

(5 marzo 2004 – n° 964)

Che dite mai Madonna,
l’amor mio che calunnia.
Che dite mio fiore,
quale calunnia vi alberga nel cuore.
Quale pungente brezza
insinua il sospetto,
ch’io sia perduto nell’ebbrezza
del tracannar un cicchetto.
Son giunto a declamarvi,
lodarvi e lusingarvi,
col tanto amor
che mi trabocca,
dal cuore nella bocca.
Al fin m’inchino
innanzi a voi adorato fiore,
m’inchino salutando,
prostrato al nostro amore.

© Carlo Becattini