Maria Stella e Franz Schubert

2013

Non sempre ho avuto la parte del salvatore, sono stato anche salvato e più di una volta.
Da ragazzo pensavo che mi sarei suicidato e che non avrei mai raggiunto la vecchiaia, ora che ci sono dentro fino al collo la penso sempre allo stesso modo, non è mai troppo tardi per rimediare agli errori di gioventù.
La vita è un peso grave, opprimente ed è facile lasciarsi prendere dalla melanconia ed abbandonarsi alle tempeste dell’anima perdendo di vista ogni interesse.
Domande su domande senza una risposta certa.
La vita era un dono od una punizione?
Optai per la seconda alternativa e me ne convinsi sempre di più col passare del tempo.
A nulla valeva un Allegro di Schubert o un Notturno di Chopin, eravamo perduti per sempre, come quella volta in cui fui soccorso da Maria Stella mentre ascoltavo il Trio per piano, violone e violoncello n°2 in mi bemolle Op.100, D929 di Franz Schubert.
Mi ero talmente immedesimato in quel dialogo tra strumenti che non sentivo più la realtà.
Avevo liberato l’anima perché scorrazzasse nei più svariati stati d’animo.
La musica era una sollecitazione sottile ma potente.
Volevo farla finita con tutto e tutti, niente aveva più senso, anche la vita stessa aveva perso di valore.
Non ero più niente.
Desideravo solamente l’oblio che ci dimentica, l’oblio che fa scordare.
Volevo la pace, quella mia e quella della mia anima molteplice, duplice, quadrupla, non so più quanto complessa.
Il ritorno alla fonte di tutti i mali era l’unico fine della mia vita finita.
Assaporavo ogni nota prodotta dai tasti del pianoforte ed il suono degli strumenti ad arco pareva così straziante da farmi credere per un attimo che poi le cose non andavano così male.
Mi scossi dal torpore e lei era li, immobile, davanti a me con sguardo interrogativo a chiedermi cosa volevo ordinare.
Non capivo e vedevo quella stella brillare nel cielo cupo del tramonto mentre la musica era variata da Andante con moto ad Allegro moderato.
Sarà stato anche moderato, però quella musica mi sembrava così allegra da essere fuori luogo in quel momento di assorta concentrazione interiore.
Nuotavo nel mio universo come un pesce rosso nell’acquario.
Se qualcuno non avesse provveduto a me ed ai miei bisogni, alle mie esigenze, sarei sicuramente morto.
Mi avrebbero trovato il giorno a seguire, a galla sul pelo dell’acqua, bianco e gonfio, goffo come un pesce a pancia all’aria che fa il morto.
La stella che brillava nel cielo cupo si chiamava Maria Stella e l’avevo colpita col mio sguardo traboccante e profondo di malinconia che volle assolutamente sedersi al mio tavolino per scuotermi dall’apatia venefica.
L’accolsi a braccia aperte nel vero senso del termine.
L’abbracciai e la tenni stretta a me dicendole di non lasciarmi solo, di salvarmi, perché non sapevo più come poterlo fare.
Una parte di me voleva la distruzione, l’altra la salvezza.
Lei un po’ stette, ma aveva da portare avanti il suo lavoro e mi disse che, se non avevo impegni, avrei potuto aspettare la fine del suo turno e poi saremo andati a mangiare qualcosa insieme, tanto per farci compagnia e parlare un po’ per conoscerci.
Mi sembrava molto bella, la donna più bella che avessi mai incontrato, ma la bellezza era soggettiva e dipendeva spesso dagli stati d’animo.
Accettai il suo invito e aspettai.
Intanto la malinconia sfumava, come il diradarsi della nebbia nel porto e potei permettermi di uscire in alto mare.
La musica, il turno di Maria Stella e la mia commiserazione finirono tutti insieme ed iniziai a lavorare per farmi apprezzare.
Una lucina vitale s’era accesa infondo a quel pozzo buio che mi sentivo dentro, una speranza, un flebile calore.
Le sorrisi ed uscimmo dal locale a braccetto.
Eravamo due perfetti sconosciuti ma entrambi vivi e decisi a conoscerci ed a frequentarci per il resto della vita.
Non finì come nelle favole e non vissero felici e contenti.
A volte accadono fatti inspiegabili che ci lasciano l’amarezza in corpo.
Probabilmente i fatti sono spiegabili, son termini medici, parole pesanti come macigni che in bocca ai dottori insensibili suonano come colpi di fucile sparati proprio nel mezzo del nostro cuore.
Avemmo pochi anni da passare insieme poi la voce di un medico ci sparò la sua insensibile sentenza.
Dovrebbe un medico sentirsi in colpa per la sua impotenza?
Dovrebbe un medico accanirsi nella sua ignoranza?
Dovrebbe un medico cercare di salvarci la vita a tutti i costi?
Intanto, dal giorno in cui iniziò la cura tutti quanti concorremmo a dare inizio alla sua fine, lenta, inesorabile, corrosiva, dolorosa, straziante.
In quei momenti disgreganti si cercava un appiglio che non c’era.
Venivamo al mondo da soli e da soli ce ne andavamo compiendo un grande atto di coraggio.
La coscienza delle nostre azioni era forse più dolorosa del male fisico che ci corrodeva come la ruggine il ferro.
Comunque, quella volta lei mi salvò la vita e quando se ne andò mi fece promettere che non avrei cercato di seguirla perché voleva vivere ancora e poteva farlo solo attraverso il mio ricordo.
Accettai.
Spesso la sera mettevo su un disco di Schubert, in particolare i Complete Trios e le rendevo la vita che aveva perso.
Da allora Maria Stella vive in me ed ho ancora la capacità di ritrovarla con tutti i sensi, emozionata come sempre, anche senza l’ascolto di Schubert.

© Carlo Becattini

Scivolo tra le gocce di pioggia

2015-11-25_b Edvard Munch - Summer Night - 1889
Edvard Munch – Summer Night – 1889

(1 giugno 2004 – n° 967)

Senza corpo scivolo tra le gocce di pioggia
di quest’umida giornata primaverile,
penso alla vita, a te, a noi, a tutto il mondo,
ed in questo attimo esaltante
mi ritrovo sulla cima di un monte,
eremita ma saggio,
vecchio come un bambino
e bambino come un vecchio.
Senza corpo scivolo tra le gocce di pioggia
di questa interminabile giornata
che mi parla di te
e ti stringo forte in un abbraccio,
se solo tu fossi qui.

© Carlo Becattini