Genesi del “Gioco del filo di lana”

24 giugno 2013

Eccomi ancora qui, a cucire parole dall’Isola per affidarle alle onde del mare.
Sai, volevo scrivere un racconto maturato su alcune riflessioni che in giorni diversi avevo avuto occasione di fare, la storia doveva addirittura parlare di sesso, pensa te, quel gioco del filo di lana doveva essere una specie di gioco erotico, più mentale che fisico.
Non volevo certo scrivere una storia da equiparare ad un film porno, ma se l’avessi fatto sarei caduto facilmente in quel tranello.
Sai, un filo di lana da l’idea d’essere un filo fragile, che si può spezzare facilmente, quindi legare i polsi per un gioco sessuale con quel filo, equivaleva a lasciare libera la persona, costringendola a sentirsi legata e quindi soggetta al volere dell’altro, solo per propria scelta e non perchè imposto.
Parlo d’amore, quindi niente violenze o pratiche strane, intendiamoci, ma una cosa bella, tra due amanti che giocano, che si affidano l’uno all’altro per trarne il massimo del piacere.
Il piacere, nel caso del racconto, veniva evocato tramite il desiderio inappagato o protratto a lungo prima di essere soddisfatto.
Ruolo principale l’avrebbero avuto le parole che uno dei due (forse lui o forse lei) avrebbe sussurrato all’altro mentre era “prigioniero” di un semplice filo di lana.
Ecco, questa era l’idea iniziale ma ben presto mi son reso conto che dovevo focalizzarmi su qualcos’altro, relegando il filo di lana ed il gioco relativo in posizione secondaria, altrimenti mi sarei ritrovato a scrivere un racconto erotico.
Così ho fatto, infatti nel racconto non spiego mai in cosa consiste questo gioco del filo di lana, lo lascio intuire, anche se assumerà commotazioni quasi di un rito soprannaturale.
Poi non so dirti come sono arrivato a raccontare di tutte quelle ragazze/donne che cito, anche se sono andato a pescarle in buona parte tra le mie compagne di scuola delle medie per usarle come modelli.
Dalla realtà ho preso i loro nomi e certe caratteristiche fisiche e caratteriali, poi è tutta fantasia, sia per quelle vive ed anche per quelle che muoiono.
Tutto il racconto si può leggere su più livelli, è una sorta di viaggio spirituale, qualcosa intimamente connesso con l’anima.
Forse proprio te sai bene di ciò che parlo, del desiderio di ritrovarsi nell’anima di un altro di sesso opposto ed insieme completarsi, accrescersi stando insieme, frequentandosi.
Il racconto è anche un puzzle dove ogni ragazza/donna è una tessera di un quadro più grande e complesso, io lo vedo anche come un racconto della psiche, come qualcosa che non è tangibile ma che trova le sue radici nel profondo.
Non è forse un caso che vi abbia incluso anche tutte le altre donne di cui ho parlato negli altri racconti che ho scritto in passato, vedi Aurelia, Penelope, Viola, ecc. che hai letto a suo tempo.
Con questo racconto in qualche maniera tiro le fila del vissuto, tanti fili che si riuniscono per creare un me nuovo che sia in grado di procedere senza intoppi nel futuro, lasciandosi alle spalle definitivamente il passato ormai svelato.
Per spiegare il racconto dovrei scrivere forse più parole del racconto stesso, analizzandolo anche più da vicino, scendendo nei particolari, cosa che forse proverò a fare in altra occasione.
Dopo tutto questo, devo dire che ho iniziato a scriverlo seguendo altri ragionamenti che mi ero messo a fare sull’uso della lettera j all’interno di parole con il dittongo, come si usava ancora ai primi del novecento, ecco perchè l’avevo initiolato “j”.
Nella prima versione del racconto spiegavo tutta la faccenda della j ma non era ciò che volevo e l’ho cassata.
Infatti, nella prima pagina cito le “mie riflessioni sulla lettera j, quelle con cui avevo iniziato queste memorie”.
Dalla lettera j ai nomi femminili che la contenevano il passo è stato breve e mi è stato utile per mettermi a parlare di tutte quelle donne, poi tutto si è messo a vivere di vita propria ed è venuto fuori quel che hai letto.
Ancora una cosa, forse di non poco conto, ho scritto tutto senza pensarci su due volte, in uno stato come di non coscienza, liberando la mente e lasciando libertà di espressione a ciò che avevo dentro.
Anche se sono relegato in quest’isola deserta, a scrivere il racconto mi sono divertito molto, sono stato l’autore ma anche il primo lettore, in simultanea, ero curioso anch’io di sapere cosa sarebbe accaduto, come sarebbe andata a finire.
Una bella esperienza, direi indimenticabile.
Il sole è calato all’orizzonte, rimane solo un debole chiarore poi tornerò ad essere oscurità.
Mi raccomando, se trovi una bottiglia che galleggia nel mare fai di tutto per prenderla, potrei essere io.

© Carlo Becattini

Il nostro amore

2016-08-12. Harold Knight Morning sun - 1913
Harold Knight – Morning sun – 1913

(19 giugno 2004 – n° 970)

Non rattristarti
per questa ricorrenza
unica ed intima,
questo giorno ti appartiene
e noi siamo qui per festeggiarti.

Ho sempre pensato che il genetliaco
dovesse essere prerogativa dei genitori
e non dell’ultima arrivata, ma così non è.

Lo so bene che l’età aumenta
sotto l’incalzare del tempo
e l’accumularsi dei malanni

anche se io…
anche se nostro figlio…
anche se noi siamo felici di festeggiarti
e di stringerci a te in un abbraccio
in cui tu possa trovare rifugio e conforto
dai mali del mondo e tutto il nostro amore.

© Carlo Becattini