La morte mi cerca

2013

Qualunque cosa si possa aver fatto con il proprio corpo non ha nessuna importanza, è quel che siamo dentro che conta.
Si può trasmettere conoscenza, acquisirla, arricchirsi moralmente oppure stare semplicemente a guardare, ed io, con la loro essenza ho fatto tutto questo.
Anna, Paola, Grazia, Cinzia, sono altri nomi di donne che mi hanno lasciato l’onere di portare il loro fardello, quel dover continuare a vivere anche per loro, perché finché vivrò anch’esse vivranno con me.
Quante volte mi son detto questa frase, ed ora che sono diventato il guardiano di tante vite disperse, non posso esimermi dal guardarmi attorno e preoccuparmi anche per tutte quelle donne che sono ancora vive.
Sono diventato la memoria del tempo e sono stanco, vorrei farla finita e riposare per sempre, ma nel vedere i loro volti scavati, i capelli bianchi, le rughe, l’anima con ancora lo stesso sorriso da ragazzina di un tempo, non posso fare a meno di sorridere e pensare che finché avranno me saranno vive.
Finché avrò loro sarò salvo.

Quando il mio corpo smise di funzionare e di obbedire ai miei comandi, seppi che il momento della fine era vicino.
Non mi dispiaceva andarmene via per sempre.
Avrei voluto farlo per ultimo, non per egoismo o per vivere più a lungo delle mie amiche, ma perché così tutto sarebbe finito, e quando dico tutto, intendo proprio tutto!
Invece avrei lasciato un discreto numero di donne ancora in vita, ma che comunque sarebbero state una quantità esigua, se confrontate con tutte quelle che avevano incrociato, intrecciato, e segnato per sempre la mia vita.
Ora sarebbe toccato a me rimanere vivo nella loro memoria, e finché sarebbero state in vita non sarei morto per sempre.
Decisi di comunicare la notizia a tutte quante.

Sul momento gli effetti furono devastanti.
Vederle così prostrate e spente di ogni energia mi fece ancora più male.
Ripensavo ad ognuna di loro intenta a soddisfare le esigenze della propria arte.
C’erano ballerine, poetesse, pittrici, scultrici, attrici, musiciste ma anche brave cuoche, massaggiatrici, dispensatrici di consigli e saggezza e tante altre ancora che sarebbe noioso elencarle tutte.
Le lasciai da sole a decantare il dispiacere e lo sconforto.
Nell’atto della sublimazione sarebbe andata meglio.
Vanna, Linda, Elisabetta, Sandra, Barbara, Marianna, questi i loro nomi, erano solo una parte delle anime belle con le quali avrei voluto vivere una volta ancora, e ripetere ogni azione, ogni parola detta, senza dover cambiare niente.
Lo strazio interiore che provavo era ben maggiore a quello della morte che mi avrebbe strappato a tutto ciò per catapultarmi nel buio ignoto e senza speranza.
Confidavo nel conforto dell’oblio per pura codardia.
Volevo essere artefice del mio destino e non una pedina in balia di forze cosmiche che non si prendevano la briga di dare spiegazioni.

Ieri notte ho sognato Athena, o meglio ci siamo incontrati nel sonno.
Lei voleva parlarmi. Aveva appreso la notizia del mio decadimento fisico e voleva incoraggiarmi ad andare avanti in quell’avventura a testa alta e a non farmi deprimere dal fatto della Morte in se stessa e di quello che sarebbe potuto accadermi.
Mi fece promettere di stare tranquillo se avevo fiducia in lei.
Disse di riunire tutte le donne per una grande, ultima riunione di addio, nella quale ci sarebbe stata anche lei.
Il suo salone, quello con la statua ed il tappeto rosso sarebbe andato benissimo.
Il volo della Civetta che spuntò all’improvviso dalle spalle della Dea, venendomi incontro sbattendo le ali, mi fece svegliare di soprassalto.
L’ultima immagine che mi rimase impressa nella mente furono gli occhi spalancati del volatile che si facevano sempre più grandi.
Successivamente ricordai che dovevo preparare anche una matassa di filo di lana grezza.
Quando provai ad avvertire le donne di questa riunione particolare, scoprii che sapevano già tutto per averlo sognato anche loro.
Con mia sorpresa seppi che avevano ricevuto anche altre informazioni che mi sarebbero state celate fino al momento opportuno.

Pochi giorni dopo ebbe luogo la riunione che potrei definire come la cerimonia.
Ero eccitato e non vedevo l’ora che cominciasse quella che mi ero configurato come una sorta di mia celebrazione.
Andai presto nel salone che ancora era deserto.
L’avevo reso accessibile a tutti ed era stato preparato per l’occasione secondo i dettami di Athena.
Al centro brillava la statua della Dea, il tappeto, le colonne e le lampade accese completavano la scenografia mentre un enorme braciere vuoto era stato collocato di fronte alla statua.
Udii dei suoni ed un canto avvicinarsi.
Quando la porta si aprì vidi entrare, una ad una, tutte le donne.
Erano vestite uguali, in modo semplice, un peplo per coprire il corpo ed i capelli sciolti a cadere secondo lunghezza.
Ai piedi fini sandali dorati.
Era emozionante, sembrava di trovarsi nell’antica Grecia.
Ogni donna sfilando gettava nel braciere il rametto di olivo che portava nella mano destra, poi veniva da me e mi abbracciava, o mi baciava, o semplicemente sostava un attimo in contemplazione guardandomi negli occhi per scrutarmi dentro.
Tutte mi toccarono o sfiorarono, nessuna parlò ma il loro sguardo, sopra tutto i loro occhi riuscivano ad esprimersi più di tante parole.
Quando anche l’ultima donna ebbe gettato il suo rametto nel braciere e porto i suoi omaggi, tutte si mossero in una sorta di danza globale, disperdendosi e raggruppandosi in tanti circoli concentrici ed io mi ritrovai ad essere nel loro centro, vicino al braciere ormai colmo di rametti d’olivo.
Tutte insieme intonarono un canto.
Erano bellissime, vederle così mi emozionava enormemente e più di una volta ebbi un sussulto e gli occhi si bagnarono di lacrime.
Le conoscevo tutte intimamente.
Loro erano parte di me come io di loro.
Eravamo i componenti di un organismo unico che non aveva un corpo fisico ma che era ben vivo e reale.
Avrei trascorso millenni a guardarle una ad una, se solo mi fosse stata concessa la possibilità di avere una vita così lunga, invece ero giunto al termine del viaggio.
Quando il canto raggiunse i suoi massimi livelli di espressione e musicalità fece il suo ingresso la Civetta, volando lungo tutto il salone e andando a posarsi sulla spalla della statua della Dea, come le avevo visto fare in passato.
Quel volo annunciava la venuta di Athena, che arrivò poco dopo.
Anche lei era vestita del solo peplo, i capelli raccolti in una elaborata acconciatura composta da frange libere e trecce che s’incrociavano seguendo tracciati diversi.
Ai piedi sandali dorati.
Anche spogliata di tutti i suoi simboli d’oro era chiaramente la Dea di sempre ed io mi sentivo fortunato ed onorato di aver avuto l’occasione di stare con lei e di averla conosciuta così intimamente.
Nella mano destra portava una torcia fiammeggiante che gettò nel braciere incendiando i rametti d’olivo, poi anche lei mi raggiunse e mi trapassò l’anima con i suoi grandi occhi azzurri.
Ci abbracciammo lungamente.
Mi chiese se avevo portato la matassa di lana ed io gliela mostrai.
Sorrise.
La prese, mi dette un capo del filo di lana e passò la matassa alle donne del primo cerchio perché se la passassero di donna in donna, di cerchio in cerchio, fino all’ultima.
Athena mi disse di congiungere i polsi che legò con il filo di lana.
Mi accorsi così che anche a tutte le donne che ricevevano la matassa venivano legate le mani con lo stesso filo che ci univa tutti.
Se volevamo che il rito avvenisse nel migliore dei modi non dovevamo spezzare il filo di lana.
Quando tutti fummo “legati”, la Dea tenne per se l’altro capo del filo.
Visti dall’alto formavamo una spirale di cui ero il centro se si seguiva il filo di lana, altrimenti si notavano i cerchi concentrici formati dalle donne.
Athena intonò una nenia, sembrava una filastrocca da bambini che quasi ci addormentò e solo quando la Civetta ebbe lanciato il suo grido, parve che il filo s’incendiasse da un corpo all’altro, da una estremità all’altra, oppure erano le anime di tutte le donne che per un attimo percorsero il filo raggiungendomi.
Non so cosa mi successe ma l’avvertii, era strana quella sensazione, ebbi coscienza d’essere morto.
Sapevo di aver smesso di respirare, ma anche che il mio respiro era cambiato.
Sapevo di essere me stesso ma ero anche cosciente di non esserlo più e non avrei più potuto esserlo.
Ero stato trasformato.
Tutte le donne cantarono la nenia, era un canto muto, in parte a bocca chiusa ed in parte sussurrato.
Non mi trovavo più nel salone, attorno a me non c’era nessuno, ero solo ma sentivo chiaramente una presenza, una entità con cui ero legato ma che non riuscivo a vedere.
Non so dove mi trovavo, se avevo perso la ragione o i sensi o entrambi.
Ero morto, ma se lo ero, cosa ero e dove?
Cercavo disperatamente un appiglio per sfuggire alla pazzia che avvertivo prossima.
Poi la testa urlò e persi i sensi.
Forse morii per davvero.

© Carlo Becattini

Il cambiamento

_ Eero Järnefelt Kaislikkoranta - Lake Shore with Reeds
Eero Järnefelt Kaislikkoranta – Lake Shore with Reeds

(24 febbraio 2005 – n° 971)

Non sono più lo stesso.

Ho cessato di vivere
nello stesso momento
in cui sono nato.

Prevedere il futuro
è sempre doloroso,
sconvolgente.

© Carlo Becattini