Tre Grazie di nome Maria

2013

Sono migliaia le volte in cui ho aperto gli occhi al giorno nuovo da quando parlavo con Maria Grazia, Maria Teresa e Anna Maria, dette le Tre Grazie, (anche se in effetti erano Tre Marie) le ondine lievi che si curavano del ragazzo che ero e l’assecondavano secondo l’istinto ed il desiderio di entrambe le fazioni.
Grazia era sensuale per natura, forse ne era cosciente, forse non lo sapeva ma io me ne accorgevo e non potevo fare a meno di avvicinarla in ogni occasione, sfiorarle il viso ed osservarla attentamente per rivederla con la mente nei momenti in cui era assente.
Noi quattro occupavamo posti vicini anzi, potrei dire che ero attorniato da loro tre.
Grazìa sedeva al mio fianco, Teresa si trovava alle mie spalle e Anna proprio davanti a me.
Formavano un triangolo a cui appartenevo.
Abbiamo passato molto tempo insieme.
Da amiche inseparabili quali erano divenne ben presto inevitabile che mi mettessero nel mezzo, con la loro complicità.
Mi stuzzicavano in ogni modo ed io, che stavo sempre al loro gioco, mi divertivo tantissimo, ma non ero il solo.
Vivevamo di semplice fisicità, con loro tutti i sensi erano sempre messi alla prova.
Il nostro limite consisteva nel tirare il sasso e nascondere la mano, con la differenza che loro erano in tre ed io da solo, il che creava uno squilibrio nelle forze messe in campo.
In poche parole l’avevano vinta sempre loro.
Nascosti nei meandri delle nostre case davamo libero sfogo alla creatività con la scusa banale ma efficace che dovevamo studiare.
Per certi versi non mentivamo ai genitori perché volevamo effettivamente studiare, non i libri di testo ma i nostri corpi e le reazioni a determinate sollecitazioni.
La materia avrebbe potuto chiamarsi fisica dei corpi.
Era tanto fumo e poco arrosto, ma arrivammo spesso a metterci in difficoltà quando ci addentravamo nei meandri del sesso, decisi a soddisfare la nostra grande curiosità.
Volevamo solamente crescere in fretta e prima del solito ed era uno spasso.
Se a scuola studiavamo le stesse cose, che male c’era a provare di metterle in pratica?
Le difficoltà arrivavano già con l’idea di provare perché, per tanti motivi, primo fra tutti il pudore, spesso finivamo a bisticciare ed a fare a botte rotolandoci sul pavimento (in questo caso sul serio).
Questo era il diversivo che usavamo per cambiare discorso quando le richieste si facevano pressanti o impertinenti.
La rissa era la soluzione ad ogni male.
Con le mie Tre Grazie, lo splendore, la gioia e la prosperità erano assicurate e non a caso, perché durante i nostri giochi avevano l’ardire di farsi chiamare Aglaia, Eufrosine e Talia, proprio a rafforzare il loro desiderio di calarsi nel ruolo delle Grazie in tutto e per tutto.
Erano delle vere forze della Natura e lasciavo sempre che mi infondessero le loro qualità benefiche.
Anche con loro ho giocato col filo di lana ma con scarso successo, non erano portate per i giochi mentali, si annoiavano, rompevano il filo e buttavano via la lana.
Mi inseguivano rinfacciandomi di averle tediate pretendendo un risarcimento in natura.
Le avrei accontentate volentieri se non avessero bisticciato tra loro per gelosia e perché a volte era molto difficile farle andare di comune accordo, spesso fedeli al motto: una per tutte, ognuna per se!
Ma qualche volta è anche accaduto che sia stato messo in atto il: tutte per uno, che egoisticamente è andato tutto a mio vantaggio con gioia e profondo piacere.
Che pazze erano quelle tre, però mi ci sono divertito un casino, per dirla alla buona.
Non sto certo a raccontare cosa siamo stati capaci di fare quando diventammo adulti, non eravamo cambiati per nulla.

© Carlo Becattini

Frate Paguro

_ Arte Giapponese dal web
Arte Giapponese dal web

(21 ottobre 2005 – n° 972)

Un uomo narra ad una donna le vicende di Frate Paguro. Questo frate, grande appassionato del giuoco di palla venne tentato dal demonio sotto le mentite spoglie di una donna che in loco del proprio sesso avea una rete (come quelle del gioco del calcio) invitandolo a fare gol. Non resistendo al richiamo del pallone, Frate Paguro cadrà nel peccato.

Anno 1335, Convento dei Frati di Limite.

Gentile damigella che il cor
ad altrui fato e destin concesse
ho da narrarvi le istorie stesse
che recan danno dell’uomo il cuor.

Vita ingrata quella del convento
da regole ed orari scandita
che rapisce gioventù in poco tempo
ed abbrutisce, come ai bimbi la vita.

Frate Paguro dal demonio tentato
in veste di giovin donzella ignuda
con lei nascostamente s’è appartato
ed or le notti son di tormento e suda.

Esponendo per suo piacimento
l’intima parte che ogni donna cela
fu carbone ardente ad attizzare tormento
in loco della femmina del passero, un finimento!

Quale gioia urlava a gran voce
Frate Paguro senza mutanda
la calzamaglia come una prèce
già era calata a mezza gamba.

La femmina tentatrice avea una rete
in loco della sua intima fiora
e quando gli offrìa di andare a rete
soffrìa eccome, ma non si decideva ancora.

Poi come saetta decise la propria azione
impudico mostravasi il sesso in erezione
ma in loco del tosto ed ben amato bastone
recava un turgido e ben gonfio pallone.

© Carlo Becattini