Memorie di un medium

2009

Ricordo un certo Manlio, desideroso di rivedere il giardino più famoso della città.
L’accontentammo, evocandolo furtivamente in quel giardino, seduti su una delle panchine di pietra.
Volle fare un giro completo e noi l’accompagnammo.
Quando se ne andò era felice e da quel giorno non lo sentimmo più.
Quella è stata la prima volta che ho visitato il giardino che non conoscevo.

Prima delle sedute ci concentravamo invitando l’occasionale entità che aveva desiderio di comunicare con noi.
Dovevamo essere sempre attenti perché c’era l’eventualità di ricevere uno spirito burlone che avrebbe potuto combinare dei guai.
Mi è capitato alcune volte di trovare la camera al risveglio con oggetti e mobili spostati e/o con le luci accese, questo perché qualche spirito era rimasto in casa.

L’unica apparizione di un fantasma che mi è capitato di vedere non è avvenuta durante una seduta ma per le scale di casa, quando ero da solo, a sera inoltrata.
Io salivo e lei scendeva, ragazza alta, giovane, molto magra, eterea, coperta da un velo trasparente, luminescente nella penombra delle scale.
Mi fermai impietrito, cosparso di brividi da capo a piedi, e lei scese tutta la rampa di scale come se scivolasse su di esse, mi passò davanti sfiorandomi e poi scomparve.
Rimasi ancora per un po’ immobile a riflettere su quel che era successo, la paura era svanita, mi sentivo sereno.

Una volta, in visita al un piccolo cimitero annesso all’abbazia, ci venne in mente di evocare qualcuno dei giovani ospiti, ci concentrammo come sempre e accadde qualcosa di strano.
Il tempo già da un po’ era volto al brutto con neri nuvoloni minacciosi, si alzò un vento molto forte proprio in quel momento e fummo colpiti da manciate di ghiaino che ricopriva i vialetti del cimitero assolutamente deserto.
Quella volta sì che avemmo paura.

Ovviamente non evocavamo sempre la stessa entità, il più ricorrente era il nostro spirito guida ed a lui ci affidavamo ciecamente, certi che, anche quando non ci radunavamo, era sempre al nostro fianco per guidarci anche nella vita.
Arrivai a credere col tempo che il mio spirito guida non fosse altro che io stesso che mi manifestavo, e per molti anni a venire restò vivo e presente nella mia mente, consigliandomi e guidandomi tra le difficoltà della vita quotidiana.

Un giorno durante una seduta uno di noi cadde in trance.
Non avevamo la situazione sotto controllo e non ho più ben chiaro come accadde, ma sono certo che lo facemmo di comune accordo.
Eravamo i soliti del gruppo e dopo una impegnativa concentrazione riuscimmo ad indurre in uno stato di trance il nostro amico L che si era offerto come volontario.
Ci spaventammo molto ma rimanemmo saldi ed uniti, consci del pericolo e di ciò che stavamo facendo.
Non riuscimmo a comunicare con alcuna entità perché eravamo troppo presi a salvaguardare il corpo di L che adagiato sul letto si contorceva, smaniava e sbavava.
Si agitava come se fosse pervaso da scosse elettriche.
Era veramente impressionante.
Una parte di noi si prodigò affinché L non si facesse del male sbattendo involontariamente da qualche parte mentre gli altri mantenevano la concentrazione.
Ero dubbioso e mi ponevo infinite domande che non trovavano risposta.
Non sapevamo come aveva avuto inizio quel fenomeno e tanto meno non sapevamo come farlo cessare.
Infine andò tutto bene ma ancora sono pervaso da un senso di sgomento se ci ripenso.
L ci raccontò che durante il trance era venuto a conoscenza della propria morte che lo avrebbe colto a breve.
Rimanemmo di sasso e non osammo chiedergli altro.
Non ha più voluto fare parte del gruppo né partecipare alle riunioni … ma non è neanche morto!

La luce tremolante delle candele mantiene aperto un varco di luce nel buio denso della stanza sensorialmente menomata.
Sono rilassato.
Osservo l’indefinito attorno a me: i volti degli amici, la cera che cola lungo la candela fin sul legno del mobile che si confonde con la parete, il tavolino attorno al quale sediamo in silenzio.
Percepisco i nostri respiri lenti e profondi che scavano nelle profondità dei nostri pensieri convergenti.
Il tocco delle nostre dita trasmette freddo e umidità: sensazione spiacevole ma rassicurante al tempo stesso.
Chiudo gli occhi, mi concentro.
Tutta la mia attenzione è rivolta dentro e sprigiono tutta la mia forza psichica verso l’esterno, dove si unisce a quella dei miei compagni.
Tutti insieme diamo vita ad una entità capace di dialogo ed interazione con noi.
Ognuno la invoca, la chiama, desideroso ed impaziente di sentire la propria mano catturata dal flusso d’energia.
Non ho concezione del tempo.
Tutto è oscurità ed attesa, mistero e desiderio.
Voglia di conoscenza, di una visione superiore, di varcare la soglia, di dare un senso alla vita credendo nei misteri che piegano l’uomo alla credenza, al rito, alla religione.
Sono cosciente del potere che ho scoperto di avere, un dono fantastico.
Ogni giorno lo sento crescere in me caricandomi d’energia e forza.

© Carlo Becattini

Lo sguardo

Gwili Andre by Ernest Bachrach, 1930s.
Gwili Andre by Ernest Bachrach, 1930s.

(10-13 febbraio 2006 – n° 979)

Provava lo sguardo su di me,
la sua forza era immensa,
batteva le ciglia appena truccate
e mi fissava dalle grandi pupille
mostrandomi l’anima e il desiderio.

Vedevo il colore dell’iride brillare
e farsi spazio con mio stupore
ingrandendo il nero a dismisura,
lo sentivo colpirmi come un maglio,
una mazzata che ferma il cuore.

Si allargavan le pupille nel vedermi
e come un lampo nel cielo buio
scorgevo il cuore e la sua via,
con amore, sostenendone lo sguardo
nelle pupille caddi e persi il senno.

© Carlo Becattini