L’assenza

15 novembre 2007

Come ogni mattina si alzò dal letto: gesti secolari, reiterati nel tempo!
Come ogni mattina, avvertì pesantemente la solitudine di cui soffriva da una vita.
Esigenze fisiche ed abluzioni, cura del corpo, bisogni primari.
La casa era vuota e fredda.
Rabbrividendo si diresse in cucina per la colazione.
Davanti alla tazza fumante ed al primo notiziario con le ultime notizie: sempre le stesse, si sentì ancora più solo.
Rimuginava sulla propria vita dove niente sembrava avere un senso, una logica. Credeva seriamente di aver sprecato tutte le sue occasioni e non vedeva possibilità di riscattarsi.
Rassegnato, si preparava inconsciamente all’unico evento certo del futuro: la morte.
Lui apparteneva ad una generazione di transizione ed era cosciente di questa particolarità. Era vissuto a cavallo tra due secoli, in un’epoca anch’essa transitoria. Aveva perso tutti i grandi momenti storici che erano accaduti prima della sua nascita e non ne aveva vissuto nessuno degno di nota.
Rimpiangeva la gioventù, tutti quegli anni in cui si sentiva al disopra di tutto e tutti, ignorando la realtà della vita, ciò che sarebbe diventato, ma soprattutto senza rendersi conto che stava vivendo i suoi anni migliori. Quando se ne accorse era oramai troppo tardi. Tutto era perduto.
Era solo e la solitudine l’accompagnava dalla nascita. Credeva fosse solitudine, ma soltanto ora si accorgeva che si trattava di assenza. Si, proprio così: l’Assenza! quella dei suoi avi, di coloro che, a ritroso avevano creato la linea invisibile che si chiama discendenza. Tutti coloro che non c’erano più.
Anche quel giorno era stato al lavoro, aveva sbrigato le incombenze quotidiane, ed ora, nuovamente solo nel vuoto della casa riprese il corso dei pensieri lasciati al mattino, davanti alla tazza del caffè, come se avessero atteso pazienti il suo ritorno, per ricominciare a tormentarlo o se non altro, per continuare a farlo pensare.
E così, seduto scompostamente sul divano, con lo sguardo rivolto al soffitto passava in rassegna quella piccola folla di antenati conosciuti, sapendo benissimo trattarsi della punta di un iceberg, e che sotto il livello del mare giacevano tutti quelli sconosciuti, che erano la maggioranza.
Provava una profonda tristezza per quelle persone dimenticate da tutti, per tutte quelle vite ignorate. Le gioie, i dolori, la vita quotidiana, il lavoro, il carattere, l’amore, le prime esperienze, le conquiste e tanto altro, tutto quello che concorre a formare la vita di una persona, la sua esistenza, tutto perso, irrimediabilmente perso e dimenticato. A questo punto il sentimento si trasformava in angoscia e disperazione. Avrebbe voluto piangere, gridare, ribellarsi, ma a chi?
Erano tutti morti e l’avevano lasciato a vivere da solo. La paura maggiore era quella del suo momento, quando egli avrebbe dovuto lasciare la vita per… Ma non temeva tanto quella sparizione, quella eliminazione fisica in cui la terra si sarebbe riappropriata del suo corpo, trasformandolo in vita per gli altri, ma l’attimo in cui il proprio corpo avrebbe cessato di vivere. Quell’attimo era stato sognato tante e tante volte che quando gli sarebbe toccato per davvero, forse, avrebbe anche potuto fare dei paragoni e distrarsi.
Credeva di impazzire a volte, sempre chiuso in se stesso ad immaginare la propria morte.
Poi il sonno mescolava le carte e lui rimaneva addormentato sul divano per buona parte della notte, quando infreddolito e dolorante, si sarebbe trascinato fin dentro le coperte del letto, con lo stomaco vuoto (un’altra assenza, quella del cibo) e con nelle orecchie l’eco lontana della sveglia che dopo poco avrebbe suonato.
Ligio al dovere, comincerà il nuovo giorno smoccolando ed imprecando a voce alta il proprio dissenso: parole che si perderanno nel vuoto della casa.

© Carlo Becattini

Casa vuota

2016-01-23 René Magritte - The Ignorant Fairy
René Magritte – La fata ignorante

(15 febbraio 2006 – n° 989)

Di abiti parzialmente coperti,
subiamo l’attimo e la quiete
alla casa ed al giaciglio,
vuoti, come noi d’esperienza.

Fingendomi sicuro
nascondo ciò che ignoro,
la immagino sapiente
e nella fantasia erro.

© Carlo Becattini