Ascoltando Schubert

13 dicembre 2009

Sto ascoltando Franz Schubert, andante con moto dal Trio per pianoforte, violino e violoncello in mi bemolle maggiore op.100 D929 … che titolo esagerato! Quando l’ho ascoltato alla radio e mi è piaciuto, ho atteso con attenzione la fine dell’esecuzione pronto a mandarne a memoria il titolo … col cavolo … mi è rimasto in mente solo “Schubert D929” direi molto sintetico ma, indispensabile per rintracciare il brano su internet.

Eccomi qui mentre ti scrivo, nell’aria s’intrecciano le note dei tre strumenti (adoro il violoncello, ma anche la viola da gamba, il contrabbasso, ma non divaghiamo) e la mia mente si suddivide in tante parti autonome, distinte: c’è quella che mi ricorda l’interminabile corteo di anarchici che è sfilato oggi pomeriggio per le vie del centro, le loro urla rabbiose, gli striscioni neri, il buio del tardo pomeriggio … tutto inquietante, lampeggiato dalle scritte rosso sangue, dalle bandiere, dal senso delle parole scandite dai manifestanti … che non avevano un senso per me in quel momento, perchè intento a scegliere un regalo natalizio tra gli scaffali della libreria.

Un’altra parte della mia mente è intenta a riflettere sul bel film che ho rivisto ultimamente, Lezioni di Tango di Sally Potter. Lo guardo e lo riguardo, emozionato sopra tutto quando ci sono le scene di ballo, quando i protagonisti si muovono insieme interpretando la musica coi movimenti dei loro corpi, due parti complementari che si intrecciano nei movimenti e nelle emozioni e mi trasmettono queste emozioni, mi esalto, li invidio. Invidio la loro sensualità, la loro bravura, il saper ballare rendendo aggraziati, decisi ed appropriati i loro movimenti, che momenti indimenticabili, li invidio perchè non ne sono capace o forse perchè non ho mai provato.
Invidio la muta intesa che si crea tra l’uomo e la donna che li rende capaci di creare qualcosa di bello, abbracciati, avvinghiati l’uno all’altro, registi di se stessi, inevitabilmente uniti nei sentimenti anche se dovesse trattarsi di puro lavoro.
Questo film mi appaga, mi da un senso di serenità.

Un’altra parte della mia mente è impegnata a suggerirmi che non devo mettere altra carne sul fuoco, pertanto concludo con una piccola anomalia e perdona se non sono stato bravo, se non ho saputo aspettare:

E’ bella la tua mano, le dico, tenendola tra le mie, ma tanto fredda. La tengo stretta per scaldarla e lei si abbandona al tepore, alla mia amicizia, al mio affetto. Sorrido tra me e me e poi la guardo col desiderio dell’animale in cerca di una carezza, di un gesto esplicito che ricompensi la dedizione profusa verso l’altro. Le dita sono lunghe, affusolate, ben curate ed è uno spettacolo emozionante vederle muoversi tutte insieme, in armonia, e sentirne il contatto affettuoso sul viso. Una carezza. I rapporti umani sono fatti di dare e avere, di piccole cose insignificanti, importanti, necessarie. Ora siamo pari, ti ho dato il mio calore che hai ricambiato con comprensione. Ma ora devi andare, sento i polpastrelli staccarsi dalla mia guancia nello stesso istante in cui ti alzi e te ne vai. Rimango con lo sguardo sulla tua schiena che si allontana per un tempo eterno e non ricordo neppure quando sei scomparsa alla mia vista.

Poi mi torna in mente, che strano, un momento del passato strettamente legato alla tua mano. Un altro tempo, un’altra età, la stessa mano che poco fa m’ha sfiorato, allora mi percuoteva con forza e rabbia. Schiaffi! A turno ci schiaffeggiavamo porgendo il volto al nostro dolore. Schiaffi! Per curare la rabbia, per dirci tutto quello che avremmo voluto ma di cui non trovavamo le parole. Schiaffi! Per la delusione che si celava nella differenza tra le aspettative e la realtà. Schiaffi! Per tutto il bene che ci volevamo, per la grande paura che avevamo di perderci. Ricordavo tutto chiaramente. Come il genio della lampada, il cameriere si offrì di esaudire i miei desideri risvegliandomi dal torpore ipnotico in cui il ricordo mi aveva bloccato. Sentivo chiaramente sulla guancia il bruciore degli schiaffi!

© Carlo Becattini

Destino

2015-08-09 Félix Vallotton - Il bacio
Félix Vallotton – Il bacio

(16 febbraio 2006 – n° 991)

Ci ritrovammo,
emozionati ed impazienti
a cogliere i buoni frutti
che il destino sapeva donarci,
e li afferrammo, rapaci,
divorandoli con il gusto
dell’adolescenza:
l’incoscienza dell’inesperienza.

A capo fitto ci tuffammo
in nuovi intrecci,
ogni volta curiosi di noi,
con la gioia sincera
del rinnovamento,
e ci scoprimmo amanti,
amici, fratelli,
compagni inseparabili.

Da sempre uniti,
inscindibili per motivi arcani,
niente poteva separarci
o nuocerci,
questa la nostra forza,
il nostro destino,
il nostro canto del gallo:
la sveglia del primo mattino.

Ci ritrovammo
uomo e donna
ma vivemmo di noi
come il giorno e la notte,
parti complementari
di un unico cielo.

© Carlo Becattini