Tra aprile e maggio

30 aprile 2010

Ascolta un po’ questo ventiquattrenne sballottato dai sentimenti cosa raccontava.
Era il 30 aprile di allora, la sera prima aveva fatto una figuraccia con la ragazza di cui si era invaghito, sai lui ferma l’auto a bordo strada e le confessa i suoi sentimenti, lei rimane impietrita, lui è imbranato, si fanno paura a vicenda per un gioco d’ombre e non succede niente, ebbene, aveva preso carta e penna per raccontare quanto era bello ridere e scherzare con lei ma che non gli poteva bastare perché si era innamorato. Diceva di soffrire al limite del pianto e di essere rimasto a guardare il foglio bianco dove non rimanevano segni della sua presenza. Ricordava le parole dette nel chiuso dell’auto, quelle tre speranze e quel fardello gettato da un ponte, ormai metafore prive di senso. Poi il lato poetico prevaleva e lui si perdeva in sguardi sul mare e si soffermava sui battiti del cuore. Mentre scriveva, la radio accesa trasmetteva alcune canzoni e lui ne catturava delle frasi, le faceva proprie e le inseriva tra le sue. Si meravigliava di quelle parole che, come le monete degli I Ching, capitavano a proposito anche se gettate casualmente nella sua testa. Si meravigliava delle parole di una canzone che non conosceva e che da quel momento avrebbe fatta sua. La commozione che provava era impellente mentre cercava il dialogo con le altre sfaccettature della sua personalità che si manifestavano e non lo facevano sentire migliore. Infine si rendeva conto che amare equivaleva a vivere, ritrovava così la forza per andare avanti. In balia della poesia si fondeva ancora con altre parole che uscivano dalla radio e che erano già poesia.

Ascolta bene, senti quest’altra, sempre dello stesso giorno, è una giornata piovigginosa, niente di bello meteorologicamente parlando, lui era in auto, attraversava il parco delle Cascine (allora si poteva) e la pioggia si accordava bene al suo stato d’animo tra il malinconico ed il nostalgico. Paragonava l’atmosfera di quel pomeriggio ad un giorno natalizio, i sensi coinvolti dall’odore della legna bruciata e dalla pioggia che scendeva pacata, sembrava una festa tra gli alberi in fiore. Seguiva le gocce d’acqua che dal vetro dell’auto scivolavano sull’asfalto mentre la musica della canzone lo caricava di emozione e sentimento, così riusciva ad annullare la realtà per ascoltare solo la propria voce interiore. Solo così riusciva ad ascoltarsi.

C’è dell’altro in quel 30 aprile, dopo tanto pensare a lei, la sera uscirono insieme, era venerdì come oggi, pensa che coincidenza, i giorni del 2010 sono gli stessi del 1982, sono ed erano un venerdì ed un sabato, andarono a ballare in discoteca, finalmente. Era tanto che lo dicevano e realizzarono il loro desiderio. Dopo il ballo, dopo i saluti agli amici, come sempre rimasero soli a raccontarsi chissà che cosa fino a mattina. Cominciava così quel primo di maggio.

Si dedicarono quel giorno di festa e stettero insieme da metà pomeriggio fino a quasi le quattro del mattino del giorno dopo, felici di perdere ore di sonno per stare insieme, per vivere insieme momenti indimenticabili passeggiando per la città, oppure a tarda sera nella escursione al Monastero di Villamagna, o nella bevuta in un locale del Piazzale Michelangelo con vista sulla città, o nella passeggiata nel centro storico ed un buon piatto di spaghetti in un locale in Piazza San Firenze. Che bello.

Quest’anno, quella stessa notte, Firenze si perde in una Notte Bianca ma preferisco stare qui, nell’intimità del ricordo, nella gioia del ricordo, piuttosto che uscire, che mescolarmi con tanta gioventù impegnata a vivere la loro notte posta tra il 30 aprile ed il 1° di maggio.

Potrei finirla qui ma c’è dell’altro, prima che uscissero insieme quel pomeriggio, lui scrisse ancora una volta i suoi pensieri, scrisse ancora una volta di lei.
Diceva di essere innamorato e di amarla, diceva di aver riflettuto a lungo su loro due, su tutto quello che si erano detti ed anche sui loro silenzi, forse la parte più importante.
Il vuoto, l’assenza che conferma la presenza.
Scriveva parole che erano poesia affermando che erano amore e non poesia, solo constatazione di un sentimento per lei.
Scriveva di quanto gli piaceva guardarla mentre gli parlava, di quanto gli piaceva il suo modo di ragionare, la sua semplicità, le sue idee, il suo modo di vivere, praticamente tutto.
Diceva che adorava il suo corpo, le movenze, le espressioni, le smorfie, tutto di lei.
Si sentiva perso ed avrebbe chiesto aiuto se ci fosse stato qualcuno disposto ad aiutarlo, a capirlo.
Era perso.
Carico di nostalgia, di tenerezza e desiderio.
Proprio quel desiderio si trasformava in parole e le parole in desiderio. Diceva che quando erano in auto a parlare subiva degli attimi in cui non era più capace di ascoltare le sue parole, in quei momenti avrebbe voluto stringerla a se, baciarla, tacere ascoltando solo l’amore spandersi nell’aria, avrebbe voluto starle accanto per scambiarsi il calore emanato dai corpi e perdersi totalmente nel sentimento amore.
Comunque questi erano solo desideri, la ragione infine prendeva il sopravvento mascherata da gentiluomo e tornava coi piedi per terra, tornava alla realtà.

© Carlo Becattini

Piccole parole

Constantin Chatov (1904-1993) - The embrace
Constantin Chatov (1904-1993) – The embrace

(21 febbraio 2006 – n° 993)

Piccole parole sfiorano il corpo,
corrono e giocano con i sensi,
raccontano storie di umani
piaceri e desideri sinceri,

delicatamente forgiano amore,
lo cantano ed esaltano fino
a colmare il cielo di speranza,
così noi.

Ci stringiamo con l’affetto
e la dolcezza degli adolescenti
che sfiorano i loro corpi
ed il sussurro di piccole parole
è per noi sconvolgente.

© Carlo Becattini