Tornando a casa

25 luglio 2010

Mattina presto, partenza, ritorno a casa.
Lavoro più in questi fine settimana che in tutta la settimana lavorativa!
La belva si è assopita e sono tranquillo, contento direi, due giorni in famiglia e quasi mi dispiace andare via.
Certo che in questo paesello sembra d’essere nel terzo mondo, a parte la facciata, dietro non c’è niente, la tecnologia non sembra appartenere a questi luoghi.
La voluttuosità e la superficialità la fanno da padroni oltre al tornaconto ed agli affari personali, tutti “rubano” a più non posso cercando di spillare il più possibile dai turisti e villeggianti, è sempre stato così e lo è tutt’ora, ma almeno una volta la merce era buona, di qualunque tipo essa fosse.
Il luogo nasconde la falsità dei suoi abitanti e la loro arretratezza mentale e pratica.
Forse sono contento di andare via, niente mi lega più a questi luoghi bellissimi, intanto l’umidità mi ha preceduto ed ora si può respirare un’aria fresca e frizzante! Vento, brezza, persino freddo.
Stanotte mi ha fatto freddo e sono andato a cercare l’interno del lenzuolo per coprirmi e tirare a fare mattina, era le tre, come il giono prima quando alla stessa ora ci siamo svegliati di soprassalto a causa di un forte rumore improvviso, direi schizzati in piedi in una frazione di secondo mentre il frastuono non era ancora finito, passati dal sonno profondo al risveglio brusco e preoccupante di un rumore fragoroso che non presagiva niente di buono.
Abbiamo perlustrato tutta la casa, ed il giardino nel buio denso della notte, ma non abbiamo trovato niente.
Solo al risveglio ci siamo resi conto che un albero del bosco era caduto e la sua chioma si trovava a pochi centimetri dalla nostra recinzione.
Più di dieci metri d’albero caduti fragorosamente che hanno trascinato tanti altri rami degli alberi vicini cadendo in prossimità della nostra casa.
E’ andata bene ma quanto durerà?
Ma torniamo a stamani, come dicevo: mattina presto, partenza!
L’Aurelia è deserta, ci sono solo io.
Il sole ancora non è sorto da dietro il Monte Gàbberi e le Apuane, mi guardo attorno ed è uno spettacolo magnifico, me lo sono goduto per tutto il tragitto fino a Firenze, tanto ero praticamente da solo.
L’ingresso dell’autostrada m’inghiotte, il sole proietta la propria luce da dietro i monti verso l’alto, annunciandosi.
Alla mia sinistra monti sfregiati dalle mani dell’uomo, cave e case abbandonate di cui la natura si sta riappropriando, dentro una casa un enorme albero sporge dal tetto ormai inesistente, tutto è abbandonato da tempo, i vetri delle finestre sono rotti, le porte aperte, rimane solo la pietra da costruzione rivestita di rovi e circondata da alberi.
Alla mia destra strati progressivi di lingue d’acqua luccicanti si allontanano fino al mare, che bella vista panoramica, il lago di Massaciuccoli, il mare, poi improvvisamente entro in galleria, una serie di gallerie, quella più lunga di oltre un chilometro e poi lo spettacolo del sole che, inesistente fino a poco prima, si presenta in tutto il suo splendore, alto nel cielo.
Attraverso il vetro vedo che le sue infinite braccia mi cercano e sembrano toccarmi, seguirmi, accompagnarmi nel mio cammino lungo la grande discesa verso Lucca.
Vedo i raggi del sole disegnati sul vetro dalla macchina come nel disegno di un bambino, alzo lo sguardo schermato dagli occhiali scuri e guardo il sole aspettandomi di vederlo sorridente con gli occhi e la bocca. Mi acceca.
Lascio Lucca alle spalle, incrocio stormi di uccelli che rigano il cielo seguendo rotte incomprensibili.
Lontano una piccola nuvoletta, piccola piccola, l’unica in tutto quel cielo nitidamente azzurro e smagliante. La guardo attraverso le braccia del sole che ancora non mi lasciano, anzi, due grossi raggi curvano sul parabrezza raggiungendo le mie mani, mi toccano, li sento. La piccola nuvoletta sta crescendo, si è fatta più grande ma i suoi contorni si sfaldano nel nulla fino a svanire.
Vedo successioni infinite di valli e colline, variazioni di colori, tutte le tonalità del verde, una nebbiolina separa la terra dal cielo, divide il panorama in due, vedo il sotto ed il sopra ma l’insieme riporta alla mente immagini di panorami medievali, torri svettanti dall’alto delle colline, borghi, agglomerati di case costruiti in alto appositamente per sovrastare e tutto intorno piante e colline.
In lontananza Montecatini, arroccata senza più quella enorme gru che ha modificato per anni il profilo del luogo assurgendo a simbolo della città stessa. Mi manca.
Ancora strada. Avanti, avanti. A sinistra colline, dietro di me colline, a destra ancora colline, scopro di trovarmi in una vallata circondata da colline simili ad un dragone che balla la sua danza rituale.
Il panorama è cambiato, pianura e coltivazioni, la mano dell’uomo è troppo presente, ha modificato il panorama ma la natura spontanea, per non dire selvaggia, è troppo bella al confronto. Pistoia, piante fatte in serie, tutte uguali, dalle forme più assurde che solo la mente umana riesce a concepire, mi rendo conto che lo spettacolo naturale che ha accompagnato questo mio spostamento è finito.
Prato ovest e poi est, sono troppi i richiami al lavoro, vecchio o nuovo che sia, zone da non amare, zone industriali, lavori umani di sudore e sottomissione in una società che illude e sfrutta, dove i pochi governano per tutti gli altri in una strana forma di costrizione chiamata democrazia.
Firenze, finalmente a casa, ma questo viaggio mi è proprio piaciuto, pensa che l’ho commentato ed in modo poetico per tutto il tempo, avrei dovuto registrarmi perchè ho pronunciato bellissime parole, poi come sempre accade, quando ti siedi al computer per buttarle giù, quel che ne vien fuori è tutta un’altra cosa.

© Carlo Becattini

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