Cartolina

09 luglio 2013

Passeggiavo solitario per la via del paese, quella più’ buia ed isolata, quella che preferivo un tempo quando riuscivo a rubarle i baci più’ belli e sinceri.

Passeggiavo solitario nel buio della notte guardandomi attorno con lo sguardo e l’animo assetato di sensazioni, quelle di un tempo, quando più’ giovane calpestavo le stesse strade.

Passeggiavo solitario ed alzavo gli occhi al cielo in cerca di un odore, di un profumo vestito di ricordo, scrutavo la volta celeste e tutte quelle stelle brillare fioche, ostinandomi a voler provare ancora quell’emozione perduta.

Passeggiavo solitario con la nebbia negli occhi che si tramutava in pianto, ero solo un vecchio ragazzo in cerca di emozioni, ero solo un vecchio con l’anima di pietra.

© Carlo Becattini

Andare

04 luglio 2013

Anche stasera spazio ritagliato con la forza di volontà e la stanchezza che avanza. Un occhio già è chiuso e sull’altro vacilla la palpebra, ancora poco e si chiuderà. Dopo sarà l’oblio del sonno e l’oscurità benefica del sogno.
Rimaniamo in silenzio ad ascoltare il giorno che muore, l’età che inesorabile avanza, la vita che altrettanto passa.
Avrà un senso tutto ciò?
Odo della musica indefinita, non proviene dall’esterno ma da me, quell’omino che se ne sta al chiuso e che conoscevi bene.
A volte la bellezza interiore supera la realtà.
Ma siamo reali o apparteniamo al sogno pastorale degli antichi?
Forse è un sogno nel sogno che si chiama realtà e la vita altro non è che il letto su cui dormiamo.
Stasera l’aria sa di mongolfiere, il vento soffia silenzioso come un aliante e le sospinge a colorare il tramonto.
Decisamente l’aria profuma d’aquilone, di legna bruciata, di caminetti accesi come d’inverno per la via che da Firenze a Fiesole conduce.
Osservo il panorama, la mia città vista dall’alto, la mia prigione, grande la tentazione di aprire le ali e volare.
Migliaia di persone han popolato e vissuto in questa valle, hanno amato, in qualche modo sono sopravvissute alla vita inclemente, poi il soffio del vento e l’aliante è passato, non c’è un pilota a manovrarlo ma una luce bruna.
Sole che t’immergi nel mar non sento il ribollir dell’acque ne veggo nubi o vapori svanire.
Il momento d’andare è giunto, parto per mare, ma gli anni cominciano a pesare, sulla pelle ho i graffiti del tempo e della malinconia.

© Carlo Becattini

La vendetta si veste d’amore

2016-08-19. Emile Eisman Semenowsky- A Languid Harem Beauty
Emile Eisman Semenowsky- A Languid Harem Beauty

(31 gennaio 2008 – n° 1027)

Tutto era già scritto,
già deciso, se non dal destino,
da noi stessi che già sapevamo,
ed era con quella dolcezza,
con quella consapevolezza
che mi chinavo su di te
a sfiorarti le labbra con le labbra,
corrisposto.
Era questo che aspettavi.
L’attimo per perderci in strade
sconosciute, per lande floride
di speranze dove abusavamo
della parola amore.

Ancora non sapevo che la tua
era vendetta.
E l’ho ignorato
per un po’ di tempo,
fin quando l’hai confessato.
Ma orami era troppo tardi.
Non eri più recuperabile,
non provavi più rancore.
Volevi farmi spendere
con quel – te la farò pagare
per acquisti non miei,
accecata dalla vendetta,
mescolando il tuo veleno
al mio amore.

© Carlo Becattini

Senza senso

27 gennaio 2013

Freddo
la stagione, le membra

Arido
il cervello

Spento
di volontà

Vivo
ma non sembra

Con una mano baciavi
con l’altra disapprovavi

Tante domande poche risposte

Nebbia, fumo, legna pregiata, fiamme, acqua, morte.
Tante domande poche risposte.
Spira d’aria o di serpente, simbolo diabolico, amo le righe parallele e convergenti, i punti interrogativi, gli esclamativi vanno bene infissi nel culo del nemico.
Lance incrociate, teste ridotte, rimpicciolite, la ragazza dalle lunghe gambe cavalcava sui miei passi futuri, quando la incrociai era già nel mio passato, piede nella pozzanghera, colpo di chitarra, risata demoniaca, ululato, urlo, pianto, corredo emotivo a disposizione.
La posizione risveglia i sensi e spenge il sentimento.
Bramosia, possesso, pulsione atavica, illusione di vita, l’eremita ha sempre ragione.
Chi è solo gode dei frutti di se stesso e si eleva.
Mani nelle tasche, incedo traballante verso un corpo da vecchio, finito, nota strillante affermo il rimpianto.
Mi prendo per mano e mi accompagno, cado tra le rette parallele, posso andare solo all’infinito, prigioniero delle regole, libero da tutto e tutti volo alto, nessun altro sopra di me, sono imputato e giudice, dottore e paziente, nessuno di tutto questo perchè il mondo cui appartengo non è di questo mondo e rifuggo la società attuale nella quale non riesco a riconoscermi.
Tutto il resto è gioco.
Scorre l’indice sul contorno della tua anima ed in essa sprofondo, come il fantasma attraversa il muro sono entrato in te e ti ho attraversata.
Mi son ritrovato cambiato e passato oltre.
Non ti ho più incontrata ma la tua anima è ancora qui, se la rivuoi.
Cadono d’oro le pagliuzze dal cielo fin tra i capelli, quelli che tessi ogni giorno con pettini d’argento e avorio.
L’immagine nello specchio ti ricorda in maniera impressionante, sei tu quella che conosco bene.
Come sono stato stupido!
Prendere l’amore per i piedi e sbatterlo per terra fino a farlo sanguinare, fino a vederlo esanime, spirare.
Gli occhi, la stessa espressione di un cespuglio visto attraverso la mente di un bambino.
Lo stesso concetto, quasi un’idea che svela il suo essere normalità.
Perchè perdiamo tutto ciò?
Rimane lo sguardo vuoto di significato.
Voglio rotolare un po’ delle mie pietre e fartene dono.
Voglio rotolore come una pietra e diventare ghiaino, piccolo, molteplice, di quello che quando entra nelle scarpe impedisce il cammino.
Dispettoso come un minuscolo sassolino nella scarpa.

© Carlo Becattini

L’acqua che tocchi

2016-04-14. Gustave Caillebotte girasoli sulle rive della senna 1886
Gustave Caillebotte – Girasoli sulle rive della Senna – 1886

(31 gennaio 2008 – n° 1026)

Saltuariamente mi torna alla mente
una frase di Leonardo da Vinci:

L’acqua che tocchi de’ fiumi
è la prima di quella che venne
e l’ultima di quella che andò. –

e con essa mi copro, mi vesto,
la indosso e mi sento quell’acqua di fiume,
così, ogni parte del corpo.

Io sono il primo di quello che venne
e l’ultimo di quello che andò,
sono passato, presente e futuro.

Praticamente non esisto.

© Carlo Becattini

E così

13 gennaio 2013

E coì ho lasciato che la tristezza mi accarezzasse con la sua gelida mano invernale, che mi trasformasse in una sorta di zombi, privandomi di tutto e lasciandomi vuoto come un guscio. Forse sono morto. Vedo la vita ma non la sento mia, non mi appartiene più. Viandante perso ai confini del tempo. Creatura divina scacciata dal paradiso terrestre. Potrei allungare l’elenco e l’agonia all’infinito. Qualcosa mi ha sconvolto, un sogno, un ricordo, un’amica perduta e ritrovata quando aveva un’età più giovane di quando l’ho conosciuta. E’ il sogno ed in esso l’ho riabbracciata dopo tanto tempo. Un tempo che invece non ha smesso di fluire nella realtà. Non la incontrerò mai più. Chissà. Ancora un giorno, attimi sprecati ad inseguire i desideri altrui ma nessuno si occupa/preoccupa di me. La notte seguente ho finito il libro che leggevo da un po’, la sua fine coincideva con la morte della protagonista, lo sapevo, era ovvio in una biografia, però il modo o l’essermi impersonificato mi hanno segnato interiormente/inconsapevolmente. Poi ho dormito un sonno tumultuoso carico di pensieri ed alla fine di quel non sognare ho sperimentato la morte: la mia. L’ho immaginata nei minimi particolari e mi son trovato col fiato in gola, sull’orlo del baratro, sapendo che non avrei avuto scelta e che dovevo fare quel salto. Che l’avrei fatto comunque, anche se non volevo. Il corpo si ribella davanti alla paura irrazionale ed anche la mente, ora incapace di ragionare. Da allora sono stato ossessionato dalla morte ed ogni persona che cade nel baratro si porta dietro anche me con una tortura che non ha mai fine. Ho provato a mantenere il silenzio. Ogni giorno che passava invece urlava di te, sapevo che aspettavi mie parole, che aspettavi me ed io non potevo farlo, non ne avevo volontà. L’effetto del nuovo anno si è fatto sentire. I mesi peggiori sono questi. I nuovi inizi, le novità fanno paura. Non sono mai pronto al rinnovamento. Ed ora che dire? Sono vuoto come un hard disk formattato per dirla in termini tecnici. Vuoto come un neonato appena venuto alla luce e non so da dove iniziare. La vita è stata tutto un fallimento, senza prospettive, il futuro è una nebbia impenetrabile ed inimmaginabile. L’insoddisfazione ed il disagio sono grandi, pari al vuoto che svuota. Eccoti l’interiorità, la parte più segreta, quella che solitamente non si mostra che a se stessi. Maneggiala con cura, potrebbe rompersi.

PS:
Quando lei disse di sentirsi sull’orlo del baratro, lui le disse che anche gli uccellini nel nido hanno il terrore di lanciarsi nel vuoto la prima volta. Ma è così che riescono a volare!

© Carlo Becattini

Nitriscono

2015-12-05_a Odilon Redon - Muse sur Pégase
Odilon Redon – Muse sur Pégase

(18/20 dicembre 2007 – n° 1025)

L’idea per una poesia sui cavalli e sul tempo che sembra non bastare mai nasce da una discussione avuta con mio figlio proprio sulla gestione del tempo, quello che fugge via, quello che non sembra mai bastare per poter adempiere a tutti gli impegni e agli interessi personali nell’arco della giornata, ma soprattutto sulla fugacità delle idee, quelle che attraversano la mente illuminandola con un lampo per poi ripiombare immediatamente nel buio, vivendo la frustrazione di non aver avuto la possibilità di fermarle, di rifletterci, di farle proprie.

Nitriscono
s’impennano
le zampe protese nell’aria
il corpo che gioca col baricentro.

Nitriscono
scalpitano
le zampe arcuate a disegnare
accenni futuristi.

Nitriscono
frustano con la coda
mostrano l’addome
per un momento vulnerabili.

Sbuffi di vapore
dalle narici dilatate
mostrano i denti
nitriscono.

Slanciati in avanti
nella corsa sfrenata
galoppano le idee
vorticano i pensieri.

Complicati calcoli matematici
sono così compiuti
tutte le scienze s’incontrano
in quei movimenti equini.

Narrano di gravità
di suoni e pesi
bellezza e forza
odori e colori.

Tutto è arte …
liberi nitriscono
mentre gli zoccoli
marchiano il suolo.

Tante idee solcano la mente
pensieri che vivono di vita propria
recando felicità
trascinando tristezza.

Intimoriscono per la loro forza
per la loro fugacità
per la potenza e la bellezza.
Nitriscono.

Mutano le geometrie
ricadono i corpi al suolo
un tonfo sordo
impattando sul terreno.

Sono già lontani
inafferrabili, fuggenti,
e rimani così
con la sensazione del ricordo

ed il vuoto della dimenticanza.
Se solo ti fossi fermato
per un attimo
a scrivere le tue idee.

© Carlo Becattini

Dopo cena

6 febbraio 2013

Vorrei farti compagnia, ora, qui, in questo dopo cena vuoto ed insignificante, condito di caldo e di freddo tra il ricordo e l’emozione, tra il presente e la desolazione del vuoto, di cio’ che è perduto, quella parte irrimediabilmente persa ma allo stesso tempo viva e presente, e cosi’ sara’ per sempre.
Stasera niente emozioni o poesie, racconti su misura o lettere sconclusionate, solo il pensiero immaginario sulla stretta zattera della vita, per sentirci respirare in quest’aria frizzante di febbraio, malinconica, contraddittoria, con le sue maschere, gli scherzi ed i coriandoli dei bambini che ancora non sanno.
Sto scrivendo questa lettera dall’isola e non e’ facile, sopra tutto rileggere quel che ho scritto sul foglio bagnato di mare e pensieri, per cui vado avanti sperando di non fare arrosti letterari. Ho momentaneamente mandato la tecnologia a riposo, l’ho riposta in un cassetto perche’ non voglio nemmeno vederla. Al suo posto un quaderno ed una penna, come una volta, tanti me fa. Anche un blocco da disegno e delle matite colorate. Un libro. Oggetti semplici per liberare la creativita’ e riconciliarmi con la semplicita’ della vita stessa. Spero ti faccia piacere tutto quello che non ho detto ma sottinteso o semplicemente evocato come un lieve alito di vento. Stasera avrei voluto averti qui. La solita musica in sottofondo, parole vecchie, cantate come tanto tempo fa. Parole nuove appena bisbigliate. Tra poco andro’ a dormire, un po’ lettura e di pensieri, poi sara’ domani.

© Carlo Becattini

Annie’s Song

2017-01-19 William Arthur Chase - The Keynote - 1915
William Arthur Chase – The Keynote – 1915

(29 novembre 2007 – n° 1024)

All’improvviso la radio
trasmise una canzone
di John Denver …
e lui si commosse
profondamente,
l’emozione lo squassò
rompendo il suo viso.

Non era per la canzone
ma per il rimpianto,
il ricordo …
di quando quella melodia
lo emozionava
cavalcandogli la schiena
con assalti successivi
di brividi …

… il dispiacere
di non provare più nulla.

© Carlo Becattini