Se guardo il cielo

15 settembre 2014

Se guardo il cielo vedo tutto azzurro, così azzurro che non lo guardo più da un pezzo. Ho visto tante di quelle nuvolacce grigie/nere questa estate che quando mi tocca quell’azzurro li, le rimpiango. La sera rinfresca ma non più di tanto, comunque non esco mai dopo cena, non m’importa. Ho qui con me un sottofondo musicale di Mark Knopfler che si sposa bene con la notte. Andrebbe benissimo per una girata notturna in auto senza meta … e tu si che ne sai qualcosa. Questo disco è tutto bello, così caldo, languido, rilassante, tranquillo, affascinante tanto che riesce a farmi provare sensazioni di rimpianto per qualcosa che non so nemmeno io cosa. Oh, com’è bello, struggente da chiudere gli occhi e lasciarsi andare a ballare un lento, ballarlo all’infinito per non uscire più dal sogno. Ah si che questa sarebbe una bella vita. Si tratta del cd Sailing to Philadelphia. Ora è la volta di Silvertown blues, un brano che mi piace in particolar modo. Amo il blues. Nei prossimi giorni andrò ad acquistare l’ultimo cd di Eric Clapton con ben 16 brani tutti scritti dal bravissimo J.J.Cale che non è più con noi dallo scorso anno.

Ieri sera ho iniziato a scrivere questo, lo includo nella bottiglia:

Sera di maggio, pensiero incosciente, traghettatore silente nel buio, reale ma onirico, di questa notte eterna che tutto ha tinto di scuro. Il silenzio è greve questa notte, lo sento palpabile, fisico, ne sono impregnato come lui di stelle. Spazio con lo sguardo in questo cielo stellato che sembra non avere mai fine, così i miei pensieri. Già. Il mio pensare: un cervello che elabora sensazioni ed informazioni, ma quanto è grande l’immensità del cielo che non riesce a contenermi, quanto è vasto l’universo in cui mi muovo.

Alzo la cornetta, compongo il numero, aspetto risposta che tarda a venire. Quando arriva, arrivi tu, con la tua voce, quel sorriso che conosco bene, la dolcezza che inesorabile ti scaturisce da dentro e mi avvolge, tenendomi stretto. Quel suono, la tua voce, la seguo affascinato e da essa mi lascio trasportare, valicando i limiti dello spazio e del tempo, tanto è grande il tuo potere, mia strega.

Vorrei ridere, muovermi, parlare ma non posso, sono legato alla sedia da tutti gli sguardi che mi tengono sotto tiro, com’è dura la guerra, com’è difficile sopravvivere alla quotidianità. Sento che ridi, mi chiami, mi parli nel silenzio della notte stellata. So che di questo buio potrei morire, so che in questo buio potrei smarrirmi e non tornare più. Forse diverrei stella e brillerei in eterno, almeno fino a quando il tuo soffio potrebbe spengermi. Non posso farcela, non ce la faccio, il mio desiderio è grande ma debole, la tua voce flebile ma suadente, oh mia sirena, ondina lieve, pescatrice di anime a cui mi donerei senza riflettere.

Parlavi e ti ricordavo come tanto tempo indietro, il tuo aspetto, quale grazia e che movimento, il fisico e che corpo, su di te la fisica e la matematica si erano fuse con l’anatomia e la filosofia, o forse erano solo arte e poesia. Vedevo tutto questo, pensieri che avevano forma e forme che provocavano pensieri. Ero un romantico, Eros era il mio Dio e tu il mio cuore, la mia Musa. La tua voce, quel suono dal sapore afrodisiaco, il fruscio delle vesti, il tuo calore. Ah, quelle sere camminate sulle antiche pietre, al tuo fianco, stringendo un tesoro, la tua mano, una parte di te. Rimanevo senza fiato, trafitto dalla tua lancia, da quel suono tanto caro ma così tagliente. Mi lasciavo trafiggere dalla tua volontà che non voleva vedere il mio desidero, che non voleva arrendersi al mio richiamo.

Divenne difficile credermi, non mi convincevo più, non mi decidevo mai, sempre in bilico tra la paura di rimanere solo e la certezza di esserlo. Perderti, non perderti, spiccare quel salto nel vuoto non dipendeva da me che ormai avevo già fatto di tutto, salvo andare via. Ricordo lo splendore della stella, alta nel cielo scuro della sera, quella a cui rivolsi la mia preghiera: un desiderio d’amore da esaudire. Incredibilmente accadde e per un attimo divenni credente ma la ragione mi condusse nuovamente sulla retta via, lontano dai riti e dalle superstizioni che assoggettano l’uomo al proprio volere. Cosa accadde ormai non è più certo, forse fu un raggio di sole o il suo riflesso sul tuo volto, ma gridai forte al vento il tuo nome e la tua bellezza. Ero perduto per sempre.

La realtà converte sempre nel presente ogni istante dedicato al ricordo, ed eccomi qui a parlarti, capace di rinnovare la nostra magia. Stranamente mi racconti dei tempi che furono, non lo fai mai, ricordi, fatti e situazioni con l’ottica della tua regia, ovviamente l’attore sono io e mi muovi a tuo piacimento seguendo il tuo ricordo, le tue emozioni ed io seguo il tuo film che ho vissuto di persona, provando le stesse sensazioni di allora. E’ il mio turno, cambiano regia, attori e punto di vista o punto di fuga in questa prospettiva nuova che la mia mente ricrea senza sforzo. Mi dedico molto ai particolari, espando l’istante all’infinito ed il film diventa una immagine che sembra fissa, capace di cambiare solo nel corso dei millenni. Il tuo viso in primo piano, potrei contarti le ciglia o le poche efelidi sparse sul naso. Il trucco degli occhi, il colore che hai scelto di usare per essere ancor di più, per apparire, per ammaliarmi e tenermi stretto in tuo potere. Ecco lo sguardo penetrante che entra in azione, quello con cui pretendi di guardarmi dentro a volte troppo a fondo, tanto che provo emozioni particolari, come se ragionassi con l’inguine e dintorni. Ma che importa, è così bello tutto questo. Poi è la volta delle labbra, la bocca che si muove seguendo un sorriso lungamente represso che adesso erompe con tutta la vitalità di cui è capace. Mostri i denti, ridi che non so più se riuscirai a fermarti, così contagiosa da imitarti, senza un motivo. Infine i capelli completano il ritratto che rivedo dentro l’anfratto del ricordo un po’astratto. Ancora realtà, sempre tu dall’altra parte del filo che dalla cornetta passa al telefono e dal telefono corre a nascondersi in un buco del muro: la via per raggiungerti.

Eccoti qua, donna, immersa nel buio dei tuoi pensieri, so che mi aspetti. Ti ho scorta da lontano, chissà cosa pensi. Ciò che vedo è apparenza mentre vorrei che tu appagassi la mia sete di conoscenza. Il tuo volto è triste, lo sguardo fisso nel vuoto non vede l’orizzonte arrugginito dal tramonto, forse sai, forse avverti, forse vedi lontano nel futuro questo stesso giorno quando la tua gioventù sarà perduta, quando non vorrai più credere all’esistenza dell’infinito. Non so più se ciò che vedo è rivelazione o squarcio temporale. Vedo anch’io quel che vedi tu? La te che mi è di fronte da quale tempo proviene? Ti osservo provando la sensazione di essere invisibile. Giro attorno alla tua figura immobile, ecco i capelli sciolti che si modellano sulle spalle, poi le ciglia, le palpebre, la pupilla che si confonde con lo sguardo e sua sorella, poi abiti secondo il gusto, sei bella. Mi saluti come se mi vedessi solo ora. Non sei neanche meravigliata ch’io sia apparso dal nulla. Sorridiamo tra il bacio che mi dai ed il braccio che ti offro, andiamo a spasso fianco a fianco come forse oggi non si usa più.

© Carlo Becattini