Madonna

2016-06-07 Childe Hassam - Divano sotto il portico
Childe Hassam – Divano sotto il portico

(5 marzo 2004 – n° 963)

Madonna adorata
che bella pensata
scrivervi in rima
di prima mattina.

I biondi capelli
i ricordi più belli
la fronte spaziosa
che mai più riposa.

Ricordo il sorriso
gli occhi ed il mento
l’animo intriso
senza tormento.

Madonna adorata
sembrate bambina
di sole colorata
in questa mattina.

Mi sento uovo
oppure gallina
un uomo nuovo
da sera a mattina.

© Carlo Becattini

Riflessioni sulla vita

2013

Mi ponevo domande sull’esistenza e mi fornivo anche le risposte.
Sarebbe stato meglio se fossi nato farfalla! dicevo.
Perché? rispondevo.
Perché adesso sarei già morto! Riflettevo.
La brevità della vita della farfalla nella sua completezza, aveva la stessa brevità della vita degli esseri umani e quindi della mia stessa vita.
Si trattava di due sistemi temporali differenti che, se riferiti uno all’altro, facevano sembrare una vita molto corta e l’altra molto lunga.
La futilità di entrambe le vite mi era chiara, si trattava di mera sopravvivenza della specie.
Oh Madre (Natura) perché mi hai fatto questo?
Perché non mi hai lasciato dormire l’oblio incosciente della non esistenza?
Perché mi hai risvegliato per soddisfare il tuo egoismo?
I ricordi sono una maledizione che non lascia tregua.
Presuntuosi ed arroganti sono sempre pronti a dire la loro.
Maledetto vissuto, lasciami coltivare la mia pace, donami il silenzio, la cecità, il vuoto della dimenticanza.
Percuoti incessante il tuo tamburo, il tam-tam si espande nella mia mente fino ad incontrare le pareti del cranio su cui rimbalza e torna indietro, come il raggio del sole attraverso la lente, a bruciarmi la ragione e la volontà.
Tutto ciò che è stato l’ho vissuto con animo incosciente e la volontà di arraffare il futuro per i capelli per sottometterlo.
Quanto è breve la vita attiva.
Dopo è solo un insieme di ricordi e sensazioni, di dolore e rimpianto, di gioia e bellezza dall’odore stantio.
La visione del futuro infine si oscura, insinuando nella mente il germe della propria morte.
Passare la seconda metà della vita a prepararmi per la morte non l’avrei mai creduto possibile, ma è proprio così.
Seppellirsi vivi è forse peggio che morire per sempre.

© Carlo Becattini

Utopia

2016-02-02 Frederic Leighton - Invocation
Frederic Leighton – Invocation

(27 febbraio 2004 – n° 962)

Voglio una utopia,
qualcosa in cui credere,
in cui credere per combattere.
Un’idea impossibile,
un’astrazione insostenibile,
qualcosa di vecchio,
un evento,
un sorriso,
una lacrima,
un sospiro di vento.

© Carlo Becattini

Lottando con Laura

2013

Quanto sei grande Laura, guarda un po’, non ridere, ti arrivo appena al seno, le dicevo serio.
Era cresciuta tutta insieme, tutta subito, ed io, che stavo crescendo un poco alla volta, avrò comunque il tempo di raggiungerla.
Il suo sorriso era bello, anche lo sguardo, sempre così serena.
Mi piaceva.
Anche tu mi piaci, diceva, posandomi una mano sulla testa con affetto e tenerezza.
Al di fuori dell’orario scolastico ci incontravamo per compensare il tempo perduto alla uscita dalla scuola.
Volevamo stare insieme il più a lungo possibile ma appena attraversata la strada davanti alla scuola lei era già a casa.
Non era giusto.
Ci eravamo appena presi per mano che dovevamo già lasciarci.
Portava sempre i capelli lunghi, lisci, raccolti sulla nuca da un fermaglio e lasciati cadere lungo le schiena.
Non era bellissima, ma chi lo era in quell’epoca ed in quell’età così sgraziate? Fortunatamente per noi l’aspetto fisico non ci creava problemi.
Ci piacevamo per ciò che veramente eravamo, per l’aspetto interiore che giorno dopo giorno scoprivamo sui banchi di scuola e su quelli della vita, da persone libere.
Se la differenza di statura poteva essere un potenziale problema, non lo facemmo mai pesare anzi, a volte ne ridevamo per primi, prendendoci bonariamente in giro.
C’è stato un tempo in cui il contatto fisico era ricercatissimo, con tutte le sue implicazioni recondite ed ovviamente le più evidenti e scontate.
Anche solo sfiorarsi le mani provocava piccole emozioni.
La lotta era la scusa preferita per stringersi, toccarsi ovunque, senza dover dare spiegazioni.
Durante la lotta corpo a corpo tutto era permesso ed allora, per toccarci, ci picchiavamo.
Non lo facevamo seriamente, ma eravamo spesso avvinghiati uno all’altra a rotolarci per terra, in tutto e per tutto come cuccioli di animali dediti al gioco.
Imparammo l’arte raffinata del contatto fisico e del piacere che se ne poteva trarre. Comunque, passata la bagarre iniziale, il piacere si è sempre rivelato per essere un particolare stato mentale e lo divenne a tal punto che non avemmo più bisogno di usare il senso del tatto.
Ho perduto da eoni la voglia di toccare, così come rifuggo dalla semplice stretta di mano: orripilante abitudine sociale, eppure una volta era diverso.
Col tempo e gli anni ci si rende conto che il corpo non è più necessario.
Possiamo disfarcene perché dove andremo non ci servirà.
L’amore rimane invece, sempre e comunque.
Donne e Uomini saranno sempre uniti anche contro la loro volontà, sono due entità complementari sia nel corpo che nella mente, ma non solo: all’interno di ognuno di noi esiste a sua volta ancora la stessa dualità.
Avete mai ascoltato la voce femminile che si cela in ogni uomo?
E la voce maschile che si cela in ogni donna?
Sono voci che fanno quasi paura perché non le conosciamo, portiamo racchiusi in noi aspetti sconosciuti e per certi versi terrificanti dell’esistenza umana.
La voce dell’inconscio ha la forza di un boato che erompe dalle profondità della terra, ma quella voce siamo noi, sempre noi, solo noi.

© Carlo Becattini

A lezione con Emanuela

2013

Gli occhi di Emanuela erano i miei occhi.
Seduti vis-à-vis dovevamo fissarci cercando di sondare le profondità dell’altro.
I suoi grandi occhi riflettevano la mia immagine, in essi vedevo le mie pupille oltre le quali riuscivo a toccare la sua anima.
Emanuela si perdeva nei miei, la sentivo arrivare insieme all’emozione di sentirmi sfiorato nella profondità della mia essenza.
Quel brivido inenarrabile!
Dilatavo le pupille per facilitarle l’accesso e lei mi seguiva in quegli anelli di buio profondo.
Solo così riuscivamo a realizzare l’unione delle nostre anime.
Il rituale rappresentava questa fusione che si concretizzava nell’apparizione del simbolo rotante che, espandendosi all’infinito, assumeva la forma del numero otto, ossia quella data dall’unione delle nostre pupille.
Lavorando semplicemente di sguardi imparammo a conoscerci, capimmo la vita e scuotemmo tutto il nostro essere, facendo risalire verso la superficie giganteschi mostri sconosciuti ancora da domare, energia tellurica vitale da incanalare nel giusto percorso.
Lo studio si mescolava inesorabilmente con la vita quotidiana, a quattordici anni vivevamo di emozioni e ci lasciavamo trascinare facilmente dalle arti della fantasia, dalla immaginazione che la faceva da padrona.
Eravamo romantici, ci scrivevamo bigliettini colorati con poche parole dolci, non sapevamo di essere sotto gli effetti collaterali del guardarci negli occhi.
Tutte le altre emozioni e pulsioni presero origine proprio da questo.
Sprofondare negli occhi scatenò l’Inferno.
Con tutte le ragazze era sempre lo stesso, i loro occhi erano i miei occhi e viceversa.
Alcune arrossivano vistosamente appena riuscivano a scorgermi nel profondo, altre non riuscivano proprio a sostenere lo sguardo, come fossero cieche, ma era solo paura di farsi vedere.
Anch’io le prime volte caddi vittima della timidezza camuffata da puro terrore, da paura irrazionale, da voglia di fuggire.
Ho imparato ed ora tutto è magnifico.
In quel corso ero l’unico maschio tra tante femmine e mi confrontai con ognuna di loro, rendendo le mie sedute di studio interminabili.
Tutte le ragazze imparavano da me ed io da ognuna di loro, arrivando ad amarle tutte nella stessa misura.
Con qualcuna riuscivo anche ad andare oltre e non era certo per merito mio.
Il merito era sempre condiviso.
Eravamo due parti della stessa cosa: il duplice aspetto della vita, i prodromi della riproduzione, le parti complementari della natura.
In ogni coppia alloggiava il futuro dell’umanità e l’intrinseca schiavitù nei confronti di Madre Natura.
Da tanto tempo stavamo a guardarci negli occhi quando mi tuffai a capofitto nel nero delle sue pupille dilatate, attraversai l’iride, il suo colore, come un acrobata circense che salta nel cerchio infuocato e mi trovai in una terra carica di emozioni.
Anche Emanuela fece quel salto dopo che l’ebbi avvertita.
Il suo volto non esisteva più, la realtà era distorta in quella dimensione.
Sentivo il suo calore, il suo respiro come un vento caldo che proveniva da quel territorio sconosciuto.
Inconsciamente ci stavamo avvicinando, solo dopo ce ne rendemmo conto, quando le nostre labbra si sfiorarono.
Era il bacio delle favole, quello che risvegliava dal lungo sonno, quello che riportava alla realtà, quello che sconvolgeva, quello che univa e travolgeva.
Ci ritirammo rapidi, impacciati per quella scossa, ma avremmo voluto continuare a stare in quel luogo che avevamo appena scoperto.

© Carlo Becattini

Acquerello

2017-02-08. Yuko Nagayama - Flowers
Yuko Nagayama – Flowers

(15 dicembre 2003 – n° 960)

Strati sovrapposti di nebbie umide
riscaldano la vista ed il cuore
col rosso calore del sole nascente.

Tutto ruscella e sgocciola
nel freddo del mattino,
lentamente si colora di pastello.

© Carlo Becattini

L’appello delle ragazze

2013

Erano tante le ragazze che popolavano la mia classe e la mia testa, facevo l’appello chiamandole tutte col loro nome:
Alessandra, Anna Maria, Benedetta, Cecilia, Cinzia, Donatella, Fiorella, Grazia, Margherita, Maria Stella, Maria Teresa, Silvia, Susanna, Vanna.
Erano tutte ragazze incontrate per caso, conosciute per destino, insieme abbiamo condiviso la sfera della conoscenza sotto ogni aspetto vitale.
Abbiamo piegato le braccia per toccarci, chiuso le mani negli abbracci falsi ed in quelli sinceri, studiato la fisiognomica dei nostri volti, sfiorato, delineato, disegnato i contorni dei nostri corpi, definito i confini del nostro spazio interno.
Tutte le nostre differenze sono state oggetto di studio, ogni differenza era normalità.
Abbiamo giocato in quel gioco di anime ed incastri, pedine viventi di un puzzle emotivo.
Abbiamo riso, pianto, parlato, corso, dormito.
Abbiamo usato tutti i nostri sensi che a quella giovane età sono ben più di cinque e ci siamo esaltati, ognuno secondo il proprio potere, secondo il proprio volere.
Liberi come un branco di giovani animali, pura energia, anime in formazione non potemmo mai più scordare quei giorni di vita comune.

© Carlo Becattini

Aleatoria

Sezione di maniglia in ottone

25 gennaio 2019

Creato tutto,
assolto ogni,
l’incomprensione
è un belato di pecora,
il salto di un montone,
la paura dell’agnellino,
nel mentre l’agnelletto canta
saltando di palo in frasca,
il fiasco si spoglia
per farsi bottiglia,
gli oggetti non hanno
problemi di sesso
ma sul comodino dorme
la dentiera di un panino,
la frutta marcisce nel frullatore,
è incazzata,
non vuole essere mescolata,
ma mantenere la propria identità,
il miele cola lungo le tue scapole,
nell’incavo della schiena
si forma un lago dolciastro
poco prima del monte culo,
e poi giù,
lungo i fianchi torrenti di lava
collosa
che la lingua raccoglie,
tra la passione ed il solletico,
così tutto è creato,
così ognuno è assolto,
siamo tutti beati,
e nell’attesa della santità
ci abbracciamo,
nell’errore di un attimo
che ci sconvolgerà.
La mano si materializzò dal nulla,
offriva coni gelato da leccare
come falli dell’orgia o,
a seconda delle tendenze,
orchidee vulvari zuccherine,
anch’esse da leccare.
Come nella vita,
tutto ebbe termine
nel gran lecchìo globale
del mondo materiale,
dove non c’è morale,
dove non c’è rimedio,
dove tutto è aleatorio
e fine a se stesso,
perché, come dice il proverbio:
se ce l’hai lungo e fino
te lo puoi ficcare anche nel culo
senza dover incolpare nessuno.

© Carlo Becattini

Occhi al cielo

2017-02-10 Henry Farrer - Winter scene in moonlight
Henry Farrer – Winter scene in moonlight

(12 dicembre 2003 – n° 959)

Cielo graffiato
da comete gravide
di umanità.

Scie d’argento.

Il momento è giunto
sparsi si raggruppano
ordinati partono.

Punte che indicano
la via da seguire
a seguire vanno.

© Carlo Becattini