Gli occhi pieni di stelle

Eravamo giovani, adoravamo l’oscurità, il mistero della notte dove tutto era indefinito, dove le stelle si disegnavano nel cielo come gessetti sulla lavagna nera. Era il dieci agosto di alcuni decenni fa, la notte di San Lorenzo, quella in cui si potevano vedere le stelle cadenti, quella in cui si potevano esprimere desideri, quella in cui potevamo stare ancora insieme. Era bella l’idea di sdraiarsi sulla spiaggia per dare la caccia alle stelle tenendoci per mano. Dopo aver giocato un po’ a rincorrerci, cademmo abbracciati sulla sabbia fredda per baciarci. Poco importava in quel momento del buio, delle stelle e del lavoro del bagnino che avevamo rovinato con la nostra presenza. Eravamo solo noi l’intero universo. Sentivo il calore del suo corpo, il respiro accelerato. Mi ritrovai a guardarla negli occhi nei quali vidi brillare migliaia di stelle, non so se fu un gesto istintivo o frutto di un veloce ragionamento, però mi voltai verso la riva del mare, verso l’immensità di quel cielo stellato che avevo appena osservato. Sorrisi, mentre lo sguardo a lei tornava e la invitai a guardare in alto…tutto quello che poteva vedere, l’avevo già scorto in lei. Le passai una mano tra i capelli freddi, sparpagliati e mescolati con miriadi di granelli di sabbia su cui erano adagiati. Rotolammo ancora una volta, poi ci fermammo con la schiena a terra, entrambi con lo sguardo rivolto al cielo per ammirare la volta luccicante di stelle. Mai ne avevamo viste così tante. Le nostre menti si persero nello spazio, ma la curiosità di vedere almeno una stella cadente che ci facesse sentire piccoli e perduti nella nostra umanità, che ci facesse prendere atto di non essere tanto più grandi e significanti di uno dei tanti granelli di sabbia su cui eravamo stesi, ci costrinse a rimanere a lungo in quella posizione, con lo sguardo rivolto verso l’alto in attesa. Le vedemmo, arrivarono in sordina, prima una così veloce da farci venire un dubbio, poi un’altra come a confermarci che avevamo visto giusto. Erano stelle cadenti, un guizzo rapido, una scia luminosa che subito svaniva nella notte. Eravamo strafelici, osammo anche appendere nell’ignoto i nostri desideri segreti ma poi lo spettacolo cominciò e sembrava non avere fine: un’altra stella, poi ancora un’altra, anche due e tutte lasciarono le loro scie luminose e poi ancora e ancora. Non avevamo mai visto niente del genere e non l’ho mai più rivisto, ma lo spettacolo di quella notte ci ha illuminato l’anima per tutta la vita, infatti sono ancora a raccontarlo come un fatto eccezionale non tanto per lo spettacolo in se, ma perchè ci ha cambiati dentro. Fu tanto il tempo che trascorremmo a scrutare nel buio che potemmo vedere l’illusorio cammino di ogni stella ed una interminabile cascata di stelle cadenti. Meteoriti cadevano sulle nostre teste sciamando silenziose, il cui rapido guizzo veniva offerto in pegno dei nostri silenti attimi d’amore. Vicino a noi l’interminabile ritmo frusciante del mare scandiva il tempo lento a passare, finchè il freddo della sabbia e l’umidità della notte ci fecero provare brividi di freddo mentre la notte diventava profonda. Ancora un abbraccio, ancora un bacio prima di riprendere la via del ritorno.

“Miriadi di stelle cadono nel cielo,
ed è verso il cielo che si esprimono i desideri.”

Carlo Becattini

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La maestra delle elementari

Il primo giorno della scuola elementare, tra pianto e disperazione, si consuma un tradimento di cui subito mi vendico. Costringo babbo a rimanere con me tutta la mattina. Non conosco nessuno. Non ci voglio stare a scuola.
L’insegnante è una maestra, unica donna in una scuola gestita da preti che, neri come piattole, si aggirano per i corridoi luminosi e spaziosi (ma forse sono io che sono piccolo) camminando senza toccare terra. Sono esperti di levitazione e scivolano via come Gesù sull’acqua, ma è un effetto ottico creato dalla tonaca che li copre fino a terra. Hanno un’aria viscida ed il colorito di chi è abituato a stare nell’ombra, ignorando l’esistenza del sole e dei colori.
La maestra è gentile (se sei dalla sua parte) ma ha metodi d’insegnamento molto severi e sa diventare “cattiva” agli occhi di un ragazzino costretto a subire punizioni anche fisiche e derisioni pubbliche. Per imparare a scrivere devo usare pennino e calamaio, due attrezzi che ormai non usa più nessuno. Secondo la maestra sono gli strumenti adatti per acquisire una bella scrittura e forse ha ragione, ma ora ci sono le penne a sfera, molto più pratiche e pulite, anche se sono guai se ce le scopre. Con lei non ho particolari problemi, a parte quelli puramente scolastici che si traducono nell’eccessivo quantitativo di compiti da svolgere a casa, costringendomi tutti i pomeriggi a studiare fino a tardi. Cavolo! Ma sto facendo solo la scuola elementare. Sono un bambino. Cosa vogliono da me.
Ho sentito dire che la maestra è ancora giovane ma non mi sembra, però riesco a percepire l’intimo dolore che si sprigiona dal profondo del suo animo. So che il suo fidanzato è morto, che lei è rimasta sola scegliendo la solitudine del ricordo. Incidente o malattia non so, ma vedo sempre, nella profondità del suo sguardo, la tristezza che la logora.

© Carlo Becattini

Misteri

1971 Il giornale dei misteri
Ricordando il Giornale dei Misteri – Copertina del n° 1 uscita il 15 marzo 1971

Non sfugge alla mia attenzione l’apparizione in edicola, verso metà marzo 1971, di una nuova rivista: Il Giornale dei Misteri. La copertina ed i caratteri della testata mi attirano e la compro. La sua lettura mi svela un mondo denso di mistero. Già da tempo sono attratto da articoli su riviste o giornali che trattano svariati temi come lo spiritismo, le civiltà scomparse, l’alchimia, la lettura del pensiero e tanto altro. Ma i tempi sono maturi per questo tipo di tematiche e tutti parlano di spiritualità, vita dopo la morte, discipline orientali, satanismo, extraterrestri e chi più ne ha più ne metta. Tutto ha nel suo centro l’uomo ed i possibili infiniti mondi che ognuno di noi può trovare racchiusi in se. La rivista, che fra l’altro viene stampata nella mia città, esce mensilmente ed io la comprerò regolarmente per diversi anni.

©Carlo Becattini

Sulle note Jazz

2016-07-05. Sonny Rollins and Coleman Hawkins
Sonny Rollins and Coleman Hawkins

Strada bagnata di pioggia, cielo limpido, nuvole sporche tagliano l’azzurro, si rincorrono.
L’aria è frizzante al mattino, alla radio il suono di un sax, caldo, avvolgente svolazza sulle percussioni mentre giocano con una tastiera anni settanta, bel brano jazz, interessante, il giusto tassello tra questa giornata ed il mio stato d’animo tranquillo. Guido piano.
Ecco ancora una volta rotta la poesia della mattina, della giornata con le sue incognite niente affatto poetiche che so già.
Lavoro?
Dal suono del sax dovevo arrivare a dire che avevo ritrovato la serenità interiore per rivolgerti un pensiero perché hai bisogno di tregua, di svago, di serenità, quella che nasce dall’ozio, dal dolce far niente, dalle vacanze, come quelle da ragazzi che cominciavano alla fine della scuola e si protraevano fino a quando la ruota tornava a girare.
Che bello, al solo pensarci ritrovo la forza.
Mi sei sembrata un po’ stressata, forse anche preoccupata.
Stai tranquilla, non ne vale la pena e te lo dice uno che sta pensando di ricominciare a prendere tranquillanti perché gli ulteriori aggravamenti morali legati al lavoro hanno risvegliato la bestia sopita che ora si agita e scuote la coda con violenza.
Stamani era bello guidare nell’aria fresca del mattino e liberare la mente al suono delle note jazz.
Da tanto non ascoltavo quella musica a cui ho dedicato parecchio del mio tempo, è stato come ritrovare un amico che non sentivo più da un bel po’ ed ecco che sei apparsa tu, allora ho saputo che avrei trovato del tempo da dedicarti, ho appeso i miei pensieri in quel cielo blu finché stasera li ho staccati dal cielo stellato per trasformarli in parole.

© Carlo Becattini

Il lato oscuro

Il lato oscuro - Fotografia di Carlo Becattini
Il lato oscuro – Fotografia di Carlo Becattini

La mia ragazza mi trascina al cinema a vedere un film di 007 intitolato “Solo per i tuoi occhi”.
Questo genere di film non mi piace ma la accontento.

Sto attraversando un periodo particolare in cui sento il bisogno di qualcosa di più intellettuale, di più profondo, sia per quanto riguarda gli interessi personali che le frequentazioni. Ho bisogno di disintossicarmi dalla superficialità che mi circonda, che cerca di ghermirmi ed affossarmi nella standardizzazione del mondo futile ed inutile, superficiale ed irrisorio, da cui devo anche difendermi e fuggire.

Il freddo mordente della notte e le lezioni in facoltà di giorno frenano la vita sociale, quasi sempre relegata al fine settimana, ma non rinuncerò a trascorrere alcune serate in birreria in compagnia di un amico.

Novembre sta per finire e non solo lui, con la mia ragazza sono a giro per i dintorni di Firenze, poi da un’amica che è ben felice di vederci ancora insieme, infine in un paesino fuori città dove rimaniamo a cena.

Il sabato successivo si movimenta di telefonate tese ad impegnare un nuovo fine settimana. Infatti, nel giro di pochi minuti mi telefonano prima la mia ragazza (quella lontana) che vuole che vada a trovarla domenica, poi la mia ragazza (quella vicina) con la quale fisso di andare al cinema a vedere Bolero.

Il film che ho scelto è stupendo, anche se molto lungo e ci porterà via tutto il pomeriggio.
A lei il film non piace, non lo capisce, lo definisce pesante, noioso, ingarbugliato, ma… questo suo modo di vedere mi apre gli occhi su ciò che voglio veramente e certamente lei non è compresa in questo desiderio.
La vita non può essere solo lavoro e divertimento (come sta facendo lei), io aspiro a qualcosa di ben più alto, sono cosciente che c’è ben altro alla mia portata ed è là che mi voglio trovare quando accadrà.
Per la prima volta penso seriamente di chiudere questa storia e la sua fine è più vicina di quanto pensi.
Sinceramente, portare avanti due storie d’amore contemporaneamente non mi diverte più, ho bisogno di ritrovare un po’ di serenità, di ritrovare me stesso, quello di una volta e non il Don Giovanni degli ultimi tempi.

Dopo il film andiamo in pizzeria con un’altra coppia di amici e poi a casa della mia ragazza per il caffè.

Il giorno dopo, domenica pomeriggio, torno da lei, stiamo due ore in casa a chiederci cosa possiamo fare, sono triste, il mio silenzio è un addio definitivo, un taglio netto.
Osservo la pioggia finissima scendere giù attraverso i vetri del salotto, la vedo disperdersi ovunque, penetrare lentamente in ogni fessura e mutare di colore tutte le cose che incontra.
Il ponte sul fiume pullula di luci bianche e rosse delle auto in movimento, tutto è bagnato, tutto brilla, tutto è offuscato dal grigiore di un autunno che sta per morire ed allo stesso modo mi sento dentro di me: grigio, umido, allo stadio terminale di un amore che non ha futuro.
Sto aspettando il momento propizio per lasciare la scena e quando si presenta lo cavalco con destrezza lasciandola da sola nella sua casa.

Finalmente ci siamo liberati di noi!
Non avremo nemmeno voglia di spiegazioni, non ci cercheremo più, niente telefono, niente lettere, niente visite inattese, niente di niente, ci cancelleremo a vicenda.

Finalmente posso tornare alla normalità, tutto attorno a me riprende il proprio corso naturale, il mio lato oscuro sparisce definitivamente ed io rientro in possesso delle mie perdute facoltà intellettive.

Questo amore è durato solo tre mesi, praticamente niente, ma l’abbiamo vissuto così intensamente che è rimasto tra i ricordi più belli della mia vita … ma laggiù in fondo, al buio, ogni tanto mi capita ancora di avvertire del rimpianto.

© Carlo Becattini

Tra ricordi e puttane

Che bellezza aprire la posta, trovare una tua lettera e non solo, trovare te in persona che mi parli tra il ricordo, l’emozione ed il sentimento, quella che preferisco, colei che ha anche bisogno di versare un po’ di lacrime per sentirsi viva, lo facevi circa trent’anni fa, non vedo perché tu non lo possa fare oggi. Se ti può fare piacere non sono da meno ma se posso evito. Piacciono anche a me quelle poesie e proprio ieri sera le ho rilette. Sono contento di queste perché sono la prova che l’ispirazione non è indispensabile. Mi fa piacere sapere che se voglio, posso. Se stasera sono qui è (perché ti voglio bene, è perché tu hai bisogno di me, anche se non lo sai … diceva la canzone di Tenco) per raccontarti del mio ritorno a casa, il solito viaggio, la solita strada, (bianca come il sale, il grano da crescere, i campi da arare … diceva un’altra canzone di Tenco) ma stavolta di notte, con altri pensieri.
Il buio della notte, freddo pungente, il riscaldamento dell’auto in funzione, le luci interne hanno l’aspetto di tanti led colorati, le luci esterne invece mi spianano la strada. Stranamente stasera non c’è nessuno e guido nella più assoluta tranquillità, tornando a casa dopo un giorno di lavoro. La mente è sgombra dai pensieri inquinanti e vaga sollecitata da ciò che percepisco attorno a me. Musica, è sempre lei che mi guida e stavolta indirizza i miei pensieri nella prima metà degli anni ottanta quando questa musica da discoteca era quella del momento, quella che tutti ballavano in discoteca ed anche noi l’abbiamo fatto, perché siamo andati insieme in discoteca e mi sono soffermato a riflettere, cercando un ricordo appropriato ma non l’ho trovato. Sì facendo ho scorso un campionario dei nostri incontri e l’ho diviso a gruppi: quelli al piano bar, in discoteca, in camera tua, a casa mia, al cinema, in auto, a passeggio per la città, al ristorante, etc., ovviamente la mente ci mette un attimo a fare queste considerazioni, mentre scriverle diventa lungo e noioso. Mi sono soffermato su alcune tue immagini, come quella dove stai con le mani dietro la schiena e ti appoggi alla finestra di camera tua, sei vestita elegante con un abito scuro, la gonna sopra il ginocchio, calze nere, mi parli, ed io che m’imprimo la tua immagine indelebilmente nella memoria sono davanti a te. Parliamo. La musica intanto è cambiata ma il genere è lo stesso, mi delizia e mi aiuta a passare da un pensiero all’altro come anelli di una catena che può spezzarsi in ogni momento o prendere direzioni diverse, le più disparate, non c’è nulla di più incerto delle associazioni d’idee. Sono rimasto un po’ a spaziare nella tua camera, il tavolino accanto alla finestra, il letto dove sedevamo spesso ad ascoltare musica e raccontarci chissà cosa, le casse dello stereo, in alto sull’armadio a ponte sopra il letto, ancora altre immagini di te, il vestitino verde di cui abbiamo parlato in passato, poi sai, gira e rigira, i ricordi son sempre quelli e fanno sempre piacere. Mi sono ritrovato a sorridere tra me e me, sereno, rilassato…sono alle porte di Firenze, Peretola e poi Viale Guidoni. Il buio è sfrondato dall’illuminazione pubblica ed il traffico è un poco più vivace, tutto intorno un gran puttanaio. Si, hai capito proprio bene, in questo punto della città è pieno di puttane e la mente parte per la tangente a fare altre considerazioni. Trenta anni fa andavamo a fare il classico puttan tour e lo si faceva nel centro della città a tarda notte, ora invece le puttane stanziano dai benzinai (o dovrei dire pompe di benzina con i doppi sensi del caso) self service della periferia e ad un’ora nemmeno tanto tarda. Anche fisicamente sono molto cambiate, oggi sono alte, magre, vestite con stivaloni e calzamaglia che lascia vedere le forme (potrei cadere sullo scurrile e raccontare di grandi culi che non sono certo italiani). Tutto questo mi ha incuriosito a livello storico e statistico ma che squallore, quanto sono stupidi gli uomini che si lasciano guidare solo dall’istinto e dal sesso e quanto ci sanno fare le donne per adescare questi polli (poi certamente ci sono altre storie ed altre situazioni ma ora voglio solo generalizzare). Pensavo che sono proprio contento di non essere mai stato con una di queste donne in tutta la mia vita e pensare che si sono anche presentate delle occasioni, con gli amici, persino con mio babbo che quand’ero più giovane, a quanto pare si preoccupava di farmi perdere la verginità (un modo antiquato di vedere il mondo e di bruciare la vita a grandi passi), una cosa che ora mi fa sorridere. Ho ripensato a quella volta, quando eravamo (in viaggio di lavoro) a Napoli in un albergo vecchio stile per non dire decadente (l’hanno chiuso l’anno seguente) pieno di puttane e lui mi ha chiesto se avessi voluto andarci. Ho rifiutato dicendo che non mi interessava, a dire la verità mi facevano anche un po’ schifo e poi ero ancora un ragazzino di poco più di sedici anni. A volte devono essere i figli ad avere un po’ di sale in zucca! E così via, di ripensamento in ripensamento, tra un collegamento mentale ed un’altro sono arrivato a casa. Certo, tutto ciò che ho scritto non rende la benché minima idea di quelli che erano i miei pensieri e le mie associazioni mentali che purtroppo sono andate a sfaldarsi con la cena in solitario (data l’ora tarda). Dopo tanto sono contento di aver avuto ancora l’occasione di ospitarti nei miei pensieri con rammarico per la telepatia che a volte (e con l’età) si sta rivelando una utopia ma non è detta l’ultima parola. Che altro scriverti ora che la mezzanotte è passata da un’ora e un quarto, a parte la sensazione di non averti detto tutto quel che volevo.

© Carlo Becattini

L’ultimo spettacolo

Calco il tallone destro con forza sull’asfalto del piazzale … poi, Passo! … Passo! sto marciando con tutti quelli che faranno il giuramento e siamo tanti: un migliaio di persone che si muovono all’unisono, una macchina complessa, capace di muoversi come se fosse un corpo unico, ecco, più che una macchina un essere mostruoso con duemila gambe, mille teste che ricevono stimoli e informazioni differenti a seconda della posizione che occupano nello spazio. L’aria è satura della musica marziale che seguiamo con attenzione, è un grandissimo spettacolo quello che stiamo preparando. Stiamo diventando dei bravi attori, ricordo le prime esperienze di movimento collettivo, insuccesso su insuccesso, poi eccoci qui quasi perfetti. Mi piace capire e imparare queste tecniche, come rimanere allineati, come fare a ruotare rimanendo tutti in fila, tutti in linea; c’è un modo per fare tutto e impariamo tutto quello che ci serve. Per ultimo affrontiamo la cosa più difficoltosa: marciare tutti insieme, mille persone che in unica colonna avanzano al ritmo della musica. Il piede del primo uomo tocca terra insieme al piede del millesimo uomo a molti metri di distanza, percependo appena la musica, ma la grancassa è di grande aiuto, batte il tempo … basta ascoltarla con attenzione e non perderla. La prima volta che l’abbiamo fatto i caporali urlavano: “attenzione, ballano, ballano, STANNO BALLANDO, NO, NO, NO” ed avevano ragione, stavamo ballando ed era uno spettacolo ridicolo e terrificante al tempo stesso. I passi erano sbagliati, chi era in fondo si muoveva diversamente da quelli che erano in cima o a metà, vedevo centinaia di teste alternarsi, salire e scendere, stantuffare come pistoni di un motore disarmonico, fieri di sconquassare, graffiare e rovinare ciò che doveva essere una grande creazione di armonia.
Abbiamo superato anche questo, siamo fieri di avercela fatta. Tutti si sono impegnati per riuscire al meglio quando battiamo tutti insieme il piede a terra per segnare il passo ed alle nostre orecchie giunge un tonfo secco, unico, come battuto da un solo piede invece che mille, allora si che ci esaltiamo, è una grande sensazione, siamo pronti per il finale.
Abbiamo lasciato energia, grasso, sudore, lacrime, forza di volontà e chissà che altro, in questi venti giorni di caldo feroce, solo per preparare lo spettacolo del giuramento solenne, in compenso abbiamo acquisito, conquistato, assimilato, assorbito un sentimento che ci ha legati tutti quanti l’uno all’altro, ma ce ne renderemo conto solamente quando verrà il momento di lasciarci.
Il giorno della cerimonia siamo tutti tirati a lucido, tutti pronti per finire questa farsa, non ne possiamo più. La cerimonia è per gli spettatori, noi vediamo poco se non noi stessi, ci sono bandiere che sfilano, medaglie che penzolano dalle aste, tenenti che si occupano e preoccupano di tutto. Sfiliamo al suono della musica e facciamo il nostro passaggio davanti alle autorità ed ai nostri familiari. Non ci stiamo tutti nel piazzale quando marciamo e giriamo in circolo dietro le palazzine, li dietro abbiamo pochi attimi per ripulirci dalla polvere e riassettarci, spazzolare gli anfibi e poi via, per un altro giro. Questa volta la banda è vera e seguiamo con destrezza i rimbombi del tamburo, poi tutto finisce, siamo stati bravi, tutto è filato per il meglio. Lo spettacolo si conclude con i paracadutisti che vengono sbatacchiati un po’ dal vento ma riescono comunque, inevitabilmente, a venire giù a terra.
A Falconara, dove buona parte della popolazione vive grazie alla presenza dei militari, siamo diventati famosi per un giorno ed i giornali parlano di noi che involontariamente siamo diventati cittadini onorari di questa città.

© Carlo Becattini

Lo schiaffo

Circe, la Tentadora - Circe, The Temptress, Charles Hermans (1881)
Charles Hermans – Circe, la tentatrice – 1881

E’ bella la tua mano, le dico, tenendola tra le mie, ma tanto fredda. La tengo stretta per scaldarla e lei si abbandona al tepore, alla mia amicizia, al mio affetto. Sorrido tra me e me e poi la guardo col desiderio dell’animale in cerca di una carezza, di un gesto esplicito che ricompensi la dedizione profusa verso l’altro. Le dita sono lunghe, affusolate, ben curate ed è uno spettacolo emozionante vederle muoversi tutte insieme, in armonia, e sentirne il contatto affettuoso sul viso. Una carezza. I rapporti umani sono fatti di dare e avere, di piccole cose insignificanti, importanti, necessarie. Ora siamo pari, ti ho dato il mio calore che hai ricambiato con comprensione. Ma ora devi andare, sento i polpastrelli staccarsi dalla mia guancia nello stesso istante in cui ti alzi e te ne vai. Rimango con lo sguardo sulla tua schiena che si allontana per un tempo eterno e non ricordo neppure quando sei scomparsa alla mia vista.
Poi mi torna in mente, che strano, un momento del passato strettamente legato alla tua mano. Un altro tempo, un’altra età, la stessa mano che poco fa m’ha sfiorato, allora mi percuoteva con forza e rabbia. Schiaffi! A turno ci schiaffeggiavamo porgendo il volto al nostro dolore. Schiaffi! Per curare la rabbia, per dirci tutto quello che avremmo voluto ma di cui non trovavamo le parole. Schiaffi! Per la delusione che si celava nella differenza tra le aspettative e la realtà. Schiaffi! Per tutto il bene che ci volevamo, per la grande paura che avevamo di perderci. Ricordavo tutto chiaramente.
Come il genio della lampada, il cameriere si offrì di esaudire i miei desideri risvegliandomi dal torpore ipnotico in cui il ricordo mi aveva bloccato. Sentivo chiaramente sulla guancia il bruciore degli schiaffi!

© Carlo Becattini

Percezioni Extra Sensoriali

Spiritismo
Chiudiamo gli occhi per migliorare la concentrazione, per estraniarci dalla realtà che ci circonda ed affondiamo nell’oblio dell’immenso, alla ricerca di una giustificazione alla nostra esistenza. Ammiriamo la vastità dell’universo e ci sentiamo parte integrante dello stesso. Sappiamo che possiamo elevare le nostre anime e allontanarci dalle cose terrene. Ci sentiamo in tutto e per tutto degli iniziati, convinti che se Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, allora anche noi siamo Dio, come lo sono tutti gli uomini. Dio è l’umanità, i pianeti, l’universo, ognuno un singolo essere, anche un pianeta è un essere vivente ma anche una infinitesimale parte di Dio e tutti assieme Dio stesso.
Il profumo al sandalo si spande nella stanza, il silenzio è vuoto e le nostre dita posate lievemente sul piattino. Siamo stanchi per la concentrazione e proprio quando stiamo per desistere nei nostri intenti, il piattino comincia a muoversi. Siamo eccitati e felici perché quella è la prova che quotidianamente attendiamo per sentirci sicuri della strada intrapresa. Vedo i loro volti tesi ma appagati, timorosi ma sicuri. Poniamo domande all’entità, lieti che qualcuno proveniente dall’ignoto abbia qualcosa da comunicare. A volte ci scusiamo per averla evocata e altre rimaniamo col dubbio di non avere fatto niente per evocarla ma che essa si sarebbe presentata comunque. Seguiamo con le mani il piattino mentre si sposta sul tabellone per comporre le risposte alle nostre domande.

Spirale
Quando sono da solo entro spesso nella spirale. Libero la mente da ogni pensiero e mi concentro fortemente sulla spirale, sul desiderio che ho di entrarvi ed è allora che mi compare davanti. Più mi avvicino e più l’imboccatura diventa grande finché entro. Desidero percorrerla e lo faccio sempre con passo veloce. Vedo scorrere sopra, sotto ed attorno a me le strisce bianche e nere a spirale che mi conducono dall’altra parte. Provo una sensazione strana perché, anche se l’interno è buio, posso distinguere ugualmente le striature bianche. Avverto la sua grandezza ma fisicamente non raggiungerà i tre metri di diametro. Sento rimbombare i miei passi veloci finché finalmente scorgo la fine ed esco. Arrivo in una piazza lastricata di pietre con un grande arco di pietra posto nel centro e sotto il quale c’è un grande pozzo di pietra. Tutto ha un aspetto trasandato a causa delle pietre spezzate e della vegetazione rigogliosa. A volte ho la sensazione che l’arco e il pozzo siano una unica cosa, così come lo sono l’Athanor e l’Aludel. Sopra l’arco ci sono molte piante di vario tipo, alcune ricadono in basso verso il pozzo. Nel cielo azzurro di questo luogo volano alte e stridenti moltitudini di rondini. Dalla piazza percorro le strade lastricate da pietre sconnesse, ne calpesto i ciuffi di erba e raggiungo gli edifici di pietra che si elevano un solo piano fuori terra. Qui posso trovare tutta la conoscenza che desidero. Ogni strada rappresenta un tema, ogni edificio le possibile ramificazioni del tema. La copertura degli edifici è piatta e le facciate hanno una porta rettangolare in legno e una finestra con inferriata. A volte accanto alla porta c’è una lapide di marmo su cui è scritta la scienza contenuta nell’edificio, altre invece, la scritta è impressa a fuoco direttamente sul legno della porta. Ogni edificio internamente è costituito da una unica enorme stanza quadrata. L’aspetto è decadente ma tutto l’ambiente infonde calma, tranquillità, sicurezza e benessere. Qui trovo sempre una persona anziana e gentile che risponde alle domande e fornisce spiegazioni. Non sempre la risposta alle domande si trova all’interno degli edifici ma può anche trovarsi scolpita sulle lapidi di marmo che sono affisse alle pareti esterne degli edifici. Mi basta pensare a ciò che voglio sapere e mi troverò sempre di fronte ad una lapide che fornirà un chiarimento più o meno esplicito. A volte sono semplici indicazioni, altre, inviti ad entrare nell’edificio stesso per approfondire quanto richiesto. Tutta questa immensa città-archivio (ma quando percorro una strada sembra esistere solo quella) ha clima costante, né caldo, né freddo. Il cielo è sempre azzurro. Non c’è mai vento. Non piove mai. Non ci sono animali ad eccezione delle rondini in volo che si vedono all’uscita dalla spirale. Per tornare devo avere l’accortezza di spiccare un salto dal bordo della spirale, per essere sicuro di esserne uscito del tutto, ripetendo dentro di me che sono uscito, che sono fuori e che voglio rimanere fuori. Alcune volte entro nella spirale insieme ad un amico. Partiamo singolarmente perché non possiamo entrare insieme. Non ci incontriamo mai durante il cammino e non sentiamo mai i passi dell’altro all’interno ma ci ritroviamo nella piazza o in qualche strada per percorrerla assieme. Il ritorno avviene nello stesso modo dell’andata. Dopo questi viaggi nella spirale, quando torno alla realtà della stanza in penombra e ne parlo con il mio amico scopro che è stato uguale per tutti e due. Proviamo le stesse sensazioni, visitiamo gli stessi luoghi e le descrizioni che ci raccontiamo combaciano. La spirale è reale ma non ha accesso fisico.

Alchimia
Sollecitato dagli incontri spirituali con famosi alchimisti, studio, catalogo, classifico, confronto, ricordo, ripeto tutte le fasi del processo alchemico. Cerco la pietra filosofale. La trasmutazione del piombo in oro. Tutto il processo è veramente affascinante ma, penso, fisicamente irrealizzabile. La luce eterna l’ho già vista, palpata, toccata, osservata all’interno di quelle segrete gallerie ma il “lapis” non l’ho mai visto e forse non lo vedrò mai. Ma cos’è la vita, se non un lungo processo di trasmutazione che attraversando varie fasi e modificazioni conduce inesorabilmente all’ultima trasformazione che è di natura sia materiale che spirituale!

Sperimentazione
Avvolto nel buio della notte il mio cervello è sempre attivo e ripensa a tutto ciò che è avvenuto durante il giorno e cerco di sperimentare da solo tutto ciò che sul momento mi passa per la testa. Così a volte al mattino la mia stanza reca segni di visitazioni indesiderate, mobili spostati, luci accese. Lo stesso poteva accadere ad ognuno di noi e quando succedeva eravamo ben contenti di raccontarcelo. Avvertiamo chiaramente la presenza dell’aria in cui i nostri corpi sono immersi, sentiamo le vibrazioni vitali emesse dal pianeta su cui viviamo. Ci sentiamo entità cosmiche. Non siamo dei comuni mortali ma abbiamo coscienza del nostro essere parte dell’universo.

Liberazione mentale
Regolo al minimo il respiro e l’ossessività del battere del cuore diventa impercettibile. Allora apro al sogno la mia mente sempre più ricettiva. Il corpo dorme ma io rimango cosciente della mia attività. Ho rilassato ogni arto del corpo e ridotto al minimo ogni sua funzione. La mente è sempre più libera, sempre più lontana dal fisico. Mi trovo a volare ed è una sensazione stupenda. Visioni. Animali fantastici. Unicorni. Cavalli alati. Non ho più coscienza dei confini e dei limiti posti dall’essere racchiuso in un corpo materiale. Sono veramente un cittadino dell’universo. Avrei potuto visitare le profondità della Terra, errare sui pianeti di qualunque sistema solare, osservare ogni fenomeno in ogni galassia, se solo avessi voluto.

Viaggi nel tempo
Amo i viaggi nello spazio e nel tempo. Ma il tempo è solo una interminabile serie di attimi vissuti dal cosmo e da tutto quanto in esso contenuto. L’universo vive. Tutto è materiale. Tutto è spirituale. Io sono parte del tutto, sono vivo e cosciente del tempo: il presente, il passato ed il futuro. Vorrei trasformare i miei viaggi psichici nella palpabilità della realtà, vorrei viaggiare nel tempo.

Magia
Pratichiamo la magia. Per proteggermi dalle entità malefiche porto sempre con me un amuleto dotato di una forza straordinaria. E’ un comune ciondolo ma che durante una delle nostre sedute è stato caricato di benefici influssi da una delle entità evocate. Il talismano da quel giorno ha acquistato sempre più lucentezza e così è rimasto. Al contatto con l’oggetto sono conscio delle sue emanazioni che sono accompagnate da un leggero calore. Ci accorgiamo inoltre che proseguendo negli esperimenti anche le nostre mani hanno acquisito poteri e quindi noi stessi. Concentrandoci e posando i palmi delle mani su parti del corpo doloranti possiamo alleviare il dolore. Emaniamo influssi benefici. Il calore sprigionato dalle nostre mani è un fenomeno stupendo e sentiamo chiaramente il passaggio dell’energia che fluisce dal nostro corpo. Al buio possiamo quasi vederne la luminescenza.

Scopo del viaggio
Siamo certi che la strada intrapresa è giusta ma ancora non sappiamo dove tutta questa massa di conoscenza e di interessi più disparati ci avrebbe portato. Tutto è collegato. Ogni campo è una singola conoscenza ed ogni conoscenza è una parte del tema. Il quadro si fa complicato, intrecciato, complesso, irreale, fantastico ma noi ci stiamo elevando al di sopra degli uomini. Abbiamo una missione da compiere assegnataci dal destino ed il destino è qualcosa di prestabilito. La nostra vita è parte di un quadro generale molto ampio del quale riusciamo solamente ad intuirne la presenza. Ancora non siamo pronti ma certi di essere nel giusto proseguiamo la nostra opera.

Trance
Un giorno a casa mia un nostro amico cade in trance. Non abbiamo la situazione sotto controllo e non ho ben chiaro come possa essere accaduto ma sono certo che lo facciamo di comune accordo. Siamo i soliti del gruppo e dopo una impegnativa concentrazione diamo la possibilità al nostro amico di cadere in quello stato. Ci spaventiamo molto ma rimaniamo saldi ed uniti, consci del pericolo e di ciò che stiamo facendo. Non riusciamo a comunicare con alcuna entità anche perché siamo troppo presi a salvaguardare il corpo di Lapo che adagiato sul letto si contorce, smania e sbava. Si muove a scatti. E’ veramente impressionante. Una parte di noi si prodiga affinché non si faccia del male sbattendo involontariamente da qualche parte mentre gli altri mantengono la concentrazione. Sono dubbioso e mi pongo infinite domande che non trovano risposta. Non sappiamo come abbia avuto inizio quel fenomeno e tanto meno non sappiamo come farlo cessare. Temiamo eventuali danni cerebrali. E’ andata bene ma ancora sono pervaso da un senso di sgomento se ripenso a quel fenomeno. Lui ci racconta che durante il trance è venuto a conoscenza della propria morte che lo avrebbe colto a breve. Rimaniamo di sasso e non osiamo chiedergli altro. Non ha più voluto fare parte del gruppo e partecipare alle riunioni … ma non è neanche morto!

Fate
Tutti hanno sentito parlare della fata Morgana ma di Melusina, sono sicuro, un po’ meno. Io, finché non la evocammo non l’avevo mai sentita nominare. E’ diventata per sua volontà la mia fata protettrice, una sorta di spirito guida al femminile. Non mi abbandona mai e riesco anche a vederla. E’ bella. Parlo con lei in qualunque momento ed è sempre pronta a consigliarmi, consolarmi, sostenermi o più semplicemente, a farmi compagnia.
Ormai è da molto tempo che mi segue ma oggi ha detto che non ho più bisogno di lei e mi ha lasciato. I giorni che abbiamo trascorso assieme sono stati veramente belli e colmi di gioia.
In seguito ho trovato su alcuni libri cenni della sua esistenza. C’è veramente una fata di nome Melusina! Anche il mio amico ne aveva una ed era Morgana ma quando lui me lo disse credevo che mi prendesse in giro. Come poteva credere all’esistenza della fate e per di più di Fata Morgana?

Noi due
Siamo rimasti solo noi, il gruppo non esiste più e di tempo ne è passato. Con l’esperienza acquisita e la forza accumulata siamo in grado di fare le sedute in due e addirittura da soli. Le dita sfiorano il piattino che abbiamo sostituito con una moneta da 100 lire per praticità ed ogni momento è buono per evocare qualche entità.

Esperimenti
Abbiamo da poco concluso i nostri esperimenti di:
Levitazione: ore ed ore sdraiati per terra, immersi nella concentrazione e nello sforzo mentale per riuscire a vincere la forza di gravità. Insuccesso.
Teletrasporto: ore ed ore immersi nella concentrazione e nello sforzo mentale per riuscire a smaterializzarci da un luogo per comparire in un altro. Grande insuccesso.
Magnetismo: curo il magnetismo dello sguardo, la fissità dell’occhio, la contrazione delle pupille. Tutto ciò non serve molto ma contribuisce a dare fermezza allo sguardo.
Suggestione: ho acquisito la facoltà di immaginare gli oggetti, posso vederli, sentirne l’odore, il sapore, addirittura mangiarli se commestibili, come se fossero reali e sentirmi sazio.
Telepatia: ci inviamo messaggi telepatici soprattutto alla sera o a notte profonda, a volte riusciamo a riceverli ma spesso si perdono e non arrivano a destinazione.
Passo molte giornate a passeggio per strada cercando di comunicare mentalmente con il prossimo sconosciuto ma non ho mai trovato nessuno che abbia risposto ai miei messaggi. Spesso la mente delle persone è talmente ottusa che non recepisce nemmeno quello che gli si dice a voce, figuriamoci per telepatia.

Extraterrestri
L’esperienza acquisita e l’estenuante esercizio mentale profuso, abbinato alle quotidiane sedute spiritiche, ci porta a contattare alcuni esseri viventi abitanti di altri pianeti: gli extraterrestri. Da prima increduli ma poi sempre più convinti della esistenza di quelle entità, accettiamo e crediamo a ciò che ci viene riferito. Il maggiore interlocutore si fa chiamare Manlio, di aspetto simile al nostro ma alto circa tre metri. Ci informa sul pianeta ed il sistema solare da cui proviene, sul loro aspetto fisico e tante altre informazioni in seguito perdute. Ogni giorno siamo in contatto con quegli esseri. Abbandoniamo tutti gli altri studi e ci dedichiamo totalmente a questa nuova avventura. Siamo andati alla ricerca di qualche segreto nel passato del genere umano, di qualche segreto celato nell’uomo e ci troviamo nel presente, a svelare qualcosa che non appartiene al nostro pianeta.

Religione
Mentre siamo impegnati a colloquiare con gli esseri di un altro mondo ed il nostro interesse per gli extraterrestri si accresce, nasce in noi anche un forte desiderio di conoscenza della religione e di quanto essa ufficiosamente afferma. Leggiamo la Genesi. Saziamo le nostre menti con l’Apocalisse, senza tralasciare i Vangeli Apocrifi. Interpretiamo tutto. In questi scritti deve esserci sicuramente un fondamento di verità. Se da un lato siamo portati a credere nella spiritualità dell’essere umano e nella esistenza di Dio, dall’altra ci convinciamo sempre più dell’esistenza di un legame tra l’umanità e gli esseri extraterrestri con cui siamo in contatto e che lo spirito e ciò che chiamiamo Dio, non sono altro che termini astratti per indicare che l’umanità intera, i pianeti, l’universo stesso, altro non sono che un organismo unico, vivo e vitale. Altresì crediamo che il ciclo vitale dell’uomo è solamente uno stadio della propria esistenza fatta di varie forme, così come un bruco che attraverso la crisalide diventa farfalla, anche l’uomo da qualcosa che era, nasce, vive, muore e si trasforma nuovamente in una qualche entità, che vivrà sotto altra forma il proprio universo. La Genesi e l’Apocalisse contengono e descrivono il legame tra l’umanità e gli extraterrestri. Riscontriamo lo stesso legame anche in tutti i misteriosi segni che sono stati lasciati dalle varie civiltà che ci hanno preceduti. Purtroppo tutto non è così semplice come crediamo. Ci sono tanti altri fattori contraddittori che emergono dalle nostre ricerche, come ad esempio gli angeli con i quali siamo stati in contatto precedentemente e che non trovano collocazione all’interno del nostro personalissimo e curioso collage. In qualche maniera, di cui non ho più il ricordo, c’entrava anche l’Anticristo con tutti gli orrori e le distruzioni che avrebbe portato.

Quadratura del cerchio
Desideriamo ardentemente entrare fisicamente in contatto con gli extraterrestri, vogliamo conoscerli, vederli. Tante volte abbiamo stabilito dove e come poterlo fare ma non è mai avvenuto. Siamo sicuri che sono già tra di noi e crediamo di scorgerli ovunque. Di notte osserviamo nel cielo le strane luminescenze sfrecciare via veloci e dentro di noi li invochiamo di portarci con loro. Questi sono i nostri desideri reali ma quegli esseri potrebbero non essere reali, nel senso che non potrebbero avere forma fisica come affermano ma essere delle entità, ossia stanno vivendo uno stadio evolutivo differente dal nostro. Sono riusciti a staccarsi dalla materialità del loro pianeta e vivono l’universo. Potrebbero avere già fatto parte del nostro stadio evolutivo o aspettare di farne parte in quello futuro: ciò che diventeremo. Tutto si sta chiudendo, collegando, acquistando un senso. Abbiamo contattato gli extraterrestri durante le nostre sedute spiritiche perché sono anche loro delle entità come quelli di noi che non vivono più sulla Terra. Stati differenti di esistenza intrecciano tra loro corpi ed entità ma tutto inevitabilmente converge verso l’unità: Dio. Noi siamo soltanto la mente ma qualche volta ci capita di prendere atto dei nostri stati trascorsi tramite la regressione, altre volte affiorano prorompenti alla coscienza ed usiamo il termine reincarnazione: un circolo chiuso per chi non riesce a staccarsi dalle cose materiali, per chi di noi non riesce a passare ad uno stadio successivo. Dejà Vù. E’ così che ricordiamo avvenimenti passati, che ci sembra di avere già visitato dei luoghi o compiuto delle azioni. Non abbiamo trovato nella lettura nelle sacre scritture la storia della creazione dell’uomo e quello in cui esso deve credere ma la storia della sua venuta sulla Terra o almeno quella del suo distacco da essa o più semplicemente l’incontro di un suo stato evolutivo precedente con uno futuro. Il motivo della presenza sulla Terra di tanti misteri che si sono accumulati in millenni di storia dell’umanità non risiede altro che nella constatazione che l’essere umano non conosce se stesso ed ha timore di ciò che ignora.

L’Uomo
Sono un cittadino dell’universo. La mente mi fornisce infinite possibilità. Posso, in quanto cosciente del mio stato. Sono passato e futuro: vivo nel presente. Sono particella cosmica e compatisco tutti gli aggregati del Centro Studi Fratellanza Cosmica che si riempiono la testa di utopie e sono incapaci di guardarsi attorno. Se l’avessero fatto avrebbero capito che non c’è bisogno di aggregazione, perché l’umanità intera lo è già. In ogni essere umano c’è un mondo a parte ma tutti assieme sono parte del loro Mondo. E’ così che nasce l’universo, per capirlo e comprendere l’esistenza umana mi rendo conto che devo studiare l’uomo.

La Fine
Ormai sono rimasto solo, anche il mio amico è andato per la sua strada. Negli ultimi tempi non lo capisco più. Sembra vaneggiare. Mi parla di amore cosmico, di fratellanza. E’ capace di amare un fiore con la stessa intensità di come avrebbe potuto amare una donna. Tutto per lui è diventato fonte di felicità. Si comporta come avrebbe potuto fare un mistico. Anche il tono della voce è cambiato, irreale. Fa il misterioso e lascia intuire dalle poche frasi che accenna, di essere stato prescelto da Dio per adempiere ad una missione. Parla come se credesse di essere un nuovo Messia. Nuove religioni assorbono i suoi interessi e ad esse si dedica con rinnovato vigore. Non condivido i suoi interessi ed i suoi discorsi mi appaiono come i vaneggiamenti di un pazzo. Ritengo che tutto quanto abbiamo appreso con i nostri studi, rivelazioni e conoscenze, abbia intaccato la sua sanità mentale e che non sia più capace di discernere la realtà del suo stato dai desideri inconsci, da come avrebbe voluto essere. Non ci siamo più cercati ed ognuno è andato per la propria strada. Certo che ne è passato di tempo da quando iniziammo ad interessarci a tutto questo. Dunque, mi ritrovo da solo con l’intento di studiare l’uomo per capirlo e motivarlo. Ho rinnegato il passato che è ormai un’insieme di fantasie senza senso o almeno così mi sembra.
Tutto questo viaggio è stato alquanto lungo ed impegnativo. L’ho condotto parallelamente alle comuni attività quotidiane ed ha avuto una durata di circa sette anni, a partire dal 1970. E’ stato un periodo meraviglioso e memorabile. Proprio per questa sua particolarità, ho scelto di raccontarlo tutto in una volta.

© Carlo Becattini

Regressione

Georgia O'Keeffe - Pond in the woods (1922) stagno nel bosco
Georgia O’Keeffe – Pond in the woods – 1922

Arriva sempre il momento nella vita, in cui cominciamo ad avere nostalgia del passato.
I ricordi si fanno sempre più nitidi, sempre più lontani fino a quando si vive solamente di essi ed il presente perde d’importanza.
E’ uno strano fenomeno che inizia così, come per caso, come un gioco e che poi si trasforma in una ragione di vita.
Ricordi, sensazioni, odori, immagini, sapori, tutto un insieme di conoscenze che credevo perdute ritornano a galla e si ripresentano a me in tutto il loro splendore, meravigliandomi nel mare di nostalgia che inizialmente travolge ma che in seguito assume connotazioni estranee e distaccanti.
Osservo tutto quanto con comprensione ed affetto, ma anche con la freddezza del distacco.
Avevo sempre saputo di questo strano fenomeno dovuto alla vecchiaia, ma questo patetico fenomeno senile si è rivelato tutt’altro.
Stento ancora a crederlo.
Per tutta la vita mi sono inconsciamente preparato a questo evento, lasciando tracce del mio passato per aiutarmi a recuperare il maggior numero di ricordi nel futuro.
Ora sono estremamente sollecitato da tutti i ricordi, che s’incatenano, moltiplicano, si richiamano a vicenda ed ossessivamente riescono a togliermi il sonno allontanandomi dalla realtà.
Sono succube di un inarrestabile processo di regressione che mi avvicina sempre di più al momento della nascita, ripercorrendo a ritroso, ma in modo caotico, atemporale, non cronologico, tutta la mia vita.
Sono cosciente della trasformazione in atto, sia fisica che psichica: la chiamano invecchiamento ma sono certo che sia ben altro, come un viaggio, ma perché solo io me ne sto rendendo conto?
Perché ho coscienza di tutto ciò?
Mi chiedo dove mi condurrà questo processo apparentemente incontrollabile.
Attendo con ansia la rivelazione dei ricordi più lontani, quelli creduti irrimediabilmente perduti: l’infanzia, i primi anni di vita.
E poi?
Se il processo continuerà che ricordi potrò mai avere?
Ma sono poi ricordi od è un vero viaggio a ritroso? Nel tempo?
Mi viene da pensare all’universo in espansione ed a colui che viaggiando in esso riesce ad osservarne la nascita.
Il ricordo è la luce ed energia.
E’la traccia lasciata dal nostro viaggiare nel tempo e nello spazio.

© Carlo Becattini

In viaggio (negli anni ’70)

Passeggio sul lungomare di Bari tra ambulanti abusivi che vendono musicassette copiate e pescatori che vendono il pesce, c’è chi ammorbidisce polpi sbattendoli fortemente a terra. Sono sul terrazzino dell’albergo ad osservare la vita di questa città che non mi appartiene scorrere sotto di me. Ne ho sentito parlare molte volte ed eccomi qua ad innamorarmi del meridione e della sua cucina, del mare, dei colori, della fantasia e della varietà di questa terra luminosa. Percorriamo strade brulle, tra muri a secco che ci corrono a fianco, interminabili, perfetti, davanti a noi un carro con le ruote enormi trainato da un cavallo, sotto il carro un cagnolino, il tempo non li sfiora minimamente, sono a casa loro, in un’altra epoca, in un altro tempo. Siamo in un’altra strada, un altro luogo, un funerale con il feretro posto su una carrozza nera trainata da alcuni cavalli bardati a lutto con grossi pennacchi sulla testa, dietro, un corteo interminabile di persone che piangono e si disperano, accompagnate dalla banda che suona una marcia funebre, ancora una volta, un altro luogo, un altro tempo. Siamo a Taranto, passiamo dal mar grande a quello piccolo o viceversa, non so più, per raggiungere una persona che ci aspetta, un omone alto e grosso, simpatico. Retro del negozio di un cliente di Foggia tra donne ciarliere immerse nei preliminari della commedia in atto che ogni volta rinnova il proprio copione. Distese di olivi in prossimità di Molfetta. I lati della strada incendiati dal calore del sole di luglio e noi passiamo in mezzo alle fiamme che lambiscono la macchina. Il ristorantino di Trani dove ci siamo fermati a mangiare pesce. Napoli, caotica come sempre, camminiamo sul marciapiedi, al nostro fianco un talpone fa il nostro stesso percorso ma abbiamo interessi diversi. La città è sporca, trascurata ma i suoi abitanti sono stupendi. Tutti calati nella loro parte, tutti con la loro innata filosofia di vita. Hotel Oriente, ristorante il Ragno d’Oro, Bergantino, il Vomero, Forcella, i quartieri spagnoli, il lungomare, dopo poche ore che sono qui mi scappa inavvertitamente di parlare napoletano, di gesticolare come loro, primo maestro Salvatore, che ci fa morire dal ridere per ogni cosa che fa o dice, ma sarà vero? o sono finito in una rappresentazione teatrale e non so più come uscirne! Ceste di verdura lungo la strada, fantasie di colori, ristoranti dai nomi particolari. Colazione al bar equivale ad un pasto completo, le paste sono enormi, buonissime ma pese, sfogliatelle, babà, brioche di dimensioni eccezionali. Ad ogni angolo di strada chioschi di acquaioli per dissetarsi. Limonate, orzate, sono le bevande che vanno per la maggiore a parte l’immancabile caffè. L’afa di Venezia, pomeriggio di luglio pigiati nel traghetto, le valigie ingombranti ci seguono, strana città, tutta questa acqua pronta ad entrarti dappertutto e corroderti le fondamenta, sembra che nessuno ci faccia caso. Una lapide ricorda Lord Byron. Arena di Verona, seduti ad un tavolino in attesa di essere serviti ci godiamo il panorama con occhi di lavoro, il turismo è per gli altri. Vicenza, stradine pittoresche, poche auto, poche donne che sembrano tutte racchie e bigotte ma sicuramente è una impressione sbagliata e sono tutte belle. Vittorio Veneto, facciate di palazzi decorate con cerchi in terracotta le cui immagini richiamano alla memoria la prima guerra mondiale. Brescia, traboccante di architettura del ventennio fascista. Perugia, il negozio dalla grande vetrina vicino alla piazzetta con la fontana ottagonale. Ancona, la discesa verso il porto, il ristorante subito dietro l’albergo, il terremoto, la fuga dalla città. Pescara, l’hotel, l’edicola vicina, Piazza Salotto, la cliente vecchio stile, vecchio tutto, come farà a essere ancora aperto il suo negozio è un mistero, sembra più un museo, un archivio di vecchi modelli impolverati ed ammaccati dal tempo e dall’uso ma nonostante tutto gli vendiamo sempre qualcosa. Brocche di vino bianco fresco evaporano sulle nostre lingue assetate dalla calura estiva, il luglio torrido non perdona. Le pendici del monte scivolano nel mare, è buio, ne intuisco la forma, la luna, le stelle, visione da sogno in questa notte di piacere per il palato, ci vorrebbe una donna a cui concedere attenzione, tentazione e lasciarsi andare al richiamo romantico che ci attornia. Appoggiati al parapetto di legno respiriamo l’aria di un altro mare, un’altra costa, quella del Conero. Siamo sulle sue pendici, abbiamo appena lasciato il locale in cui abbiamo cenato, ospiti di clienti che, dopo tanti anni di rapporto di lavoro, sono ormai degli amici. Mattina di riposo, sotto l’ombrellone di una spiaggia per me strana, di scarsa estensione, la sabbia è grossolana ed il mare… la sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato… solo due passi e l’acqua si fa subito profonda. Piovono paracadutisti indesiderati sulle nostre teste, il vento a volte prende l’iniziativa. Guido la macchina nella notte stellata, rette parallele si congiungono all’infinito ed il piede preme l’acceleratore, 160 km/h sono una bella velocità ma sembra niente su questa autostrada di cui non vedo la fine… un puntino che si sposta parallelamente a due rette parallele che fine fa? …è là che stiamo andando. Aggrappato alla maniglia, unico appiglio in un mondo in movimento, cerco di contrastare col corpo le sollecitazioni a cui sono soggetto, barchetta solitaria nel mare in tempesta. Come un frutto maturo in attesa della caduta mi sorreggo all’effimero mettendo in dubbio la certezza del ritorno. L’autista è bravo ma è un po’ troppo allegro ed anche io mi sento … euforico? Queste maledette curve non finiscono mai e odio questa interminabile striscia di asfalto che ci riporta a casa. La radio urla melodie passeggere che ci scorrono addosso senza intaccarci la coscienza. Se solo si andasse un po’ più piano, stiamo violentando la strada, il motore ruggisce il proprio orgasmo di gomma e metallo mentre lei giace sotto, passiva, inerme a subire! Poi come per magia tutto sparisce o come in un sogno che quando torni cosciente fai fatica a ricordare. Le curve si addolciscono, diradano. La pendenza si trasforma in pianura. La discesa è finita, siamo a casa … è stato un bel viaggiare.

© Carlo Becattini

Servizio di leva

Un mattino di fine giugno parto per Falconara Marittima con la “Freccia dei due mari” dove il mio arrivo è previsto per mezzogiorno. Non ho voluto nessuno ad accompagnarmi, devo vedermela da solo e sono solo.

Stazione di Falconara, sono arrivato, apro lo sportello del vagone e scendo in mezzo ai binari, su grossi sassi che costeggiano le rotaie assurdamente pitturati di bianco, un attimo di esitazione ma poi proseguo deciso, la stazione è così piccola che solo i primi vagoni vi arrivano, pazienza, potevo percorrere tutto il treno e poi scendere, a saperlo!
Percorro il vialone che mi condurrà in caserma, decido di fermarmi a mangiare in un locale che trovo sul mio cammino, la sua presenza non è casuale e si accaparra buona parte dei nuovi arrivi. Con me, come me, riconosco altri ragazzi che nel loro convergere verso il fulcro della giornata si rifocillano, assorbiti dai molti pensieri scaturiti da questo salto nel buio.
Cancello d’ingresso della caserma, tanti ragazzi stazionano fuori, frasi,  discorsi, alcuni entreranno più tardi, preferiscono andare a giro per la città, io devo togliermi il pensiero, entro!

Alle mie spalle ignoro lo sguardo minaccioso della imponente ciminiera della raffineria Api dall’altra parte della strada.
Tutto mi è alieno ma è come trovarsi sopra un tapis – roulant, non c’è bisogno di fare niente, tutto è organizzato ed appena varcato il cancello divento subito un piccolo ingranaggio del grande meccanismo.
Arriva il momento di ricevere il corredo di vestiti ed accessori che l’esercito ci mette a disposizione, annullandoci, cancellando le nostre personalità … lo credevo, ma non è così, siamo sempre gli stessi, siamo soltanto vestiti di verde, spaesati,  lontani da casa, ma non siamo tutti uguali, c’è chi l’ha presa bene e chi invece è proprio a terra di fronte a tutto questo.

La camerata, la scelta del letto, la branda o quel che è,  a volte un tubo, quello della sponda laterale dato che la rete è smagliata e tocca terra, scelgo la prima branda vicina alla finestra, il posto di sotto, è un letto a castello e così si formano le amicizie, i miei compagni di sventura. Da prima diffidenza nei loro confronti, ma poi fiducia e solidarietà, per avere attorno un minimo di terreno fidato, sono tutti bravi ragazzi e molto più giovani di me.
Dopo neanche tre giorni di permanenza ho il bisogno di sfogarmi con qualcuno e lo faccio con una lettera alla mia ragazza e chi meglio di lei può ascoltare la mia voce che sussurra parole di disperazione:

“Non so come cominciare questa lettera perché attualmente sono “annullato”, non esisto più e faccio una fatica atroce a mettere insieme due pensieri logici e non logici, proprio non so più pensare!
Sono attorniato da simpatici ragazzi, che vedo come miei fratelli minori data la loro giovane età e proprio per tale motivo (essendo il più anziano della camerata) il caporale mi ha fatto “vice comandante di squadra” cosa della quale non me ne importa niente ma anzi, mi crea dei problemi.
Domani è il quarto giorno di caserma e non sono ancora potuto uscire, quindi non so neanche di preciso dove mi trovo.
Il 23 ci sarà il giuramento che sarà un “Giuramento Solenne” e ciò ci rende ancor più impossibile la vita.
Dormiamo quattro o cinque ore in queste notti piene di zanzare e di svariati tipi di puzze, siamo lerci perché non esistono le docce e i bidet, siamo stanchi morti, sguardi smarriti, occhi sbarrati perché stiamo in piedi almeno dodici ore di fila al giorno, tra adunate, marce e cazzi vari…”

Anche il caporale, che si sta prendendo la rogna di addestrarci, è un ragazzino, sto al gioco anche se il gioco è duro, molto duro, marce interminabili al mattino, poi di corsa a fingere di mangiare il pasto orribile della mensa e poi nuovamente nel piazzale, sotto il sole terrificante di questa stagione eccezionalmente calda, vedo ragazzi attorno a me svenire, cadere a terra come pere cotte, cotte dal sole e dalla fatica, stressate.
Sto al gioco e giorno dopo giorno, non dico che il gioco mi piace, ma ne intuisco la trama, quella che ci porterà al giuramento solenne, dobbiamo preparare un vero e proprio spettacolo e la cerimonia sarà abbastanza lunga.
A sollevarmi il morale arriva una lettera della mia ragazza e non c’è momento più bello di quando mi chiamano per consegnarmi la busta ed il bel momento continua anche dopo la lettura della sua bella lettera, finché mi rendo conto che sono sul lato sbagliato dell’Italia e che forse non tornerò dall’altra parte che tra un anno, ma perché sempre momenti sbagliati, è una congiura.

Solo marce e servizi, un incubo che si stempera verso le ore 18,00 di ogni giorno quando c’è libera uscita e chi può, sciama a Falconara con il desiderio di una bella cacata e un buon pasto.
I primi giorni sono veramente stressanti, poi ci si abitua a tutto. La prima volta che mi è riuscito raggranellare una manciata di gettoni ed ho telefonato a casa credevo di morire tanta era l’emozione di sentire una voce familiare, la voce mi si è strozzata in gola, mi è venuto l’affanno, non riuscivo più a respirare né a parlare, inghiottivo in continuazione spalancando la bocca come un pesce per respirare il più a fondo possibile, gli occhi si sono velati di lacrime, non sapevo cosa fare … NON MI RIUSCIVA DI PARLARE … da non credere, poi come un bimbo che pronuncia le prime parole ce l’ho fatta, a stento, a monosillabi con la segreta speranza che all’altro capo del telefono non si fossero accorti del mio stato devastato! Che brutti scherzi gioca l’emozione.

La solennità del giuramento ci farà fare un C.A.R. più lungo del solito ed in questo tempo, nei venti giorni che ci sono occorsi, sono dimagrito ben 10 chili, ero tornato ad essere un grillo, però mi sentivo in forma come non mai, asciutto, scattante, una forza!
In altri settori invece, la forza manca, al pari di una fortissima stitichezza che ha caratterizzato i primi giorni di vita militare, circola voce che lo deve fare, ma uno si preoccupa, anche se, forse, la verità è che non abbiamo assolutamente nulla da cacare!
Al pari della stitichezza è rilevante la totale mancanza di un personaggio ben caro a tutti i maschi, proprio lui, che sembra essere caduto in uno stato di prostrazione profonda, inerme, piccolo, fa compassione e dopo molti giorni anche preoccupazione, fino a quando un bel giorno, molti giorni dopo, si ripresenta in tutto il suo fulgore a vita nuova resuscitato … momento memorabile!

A volte la sera, in branda, non ho neanche la forza di chiudere gli occhi e mi addormento così, con le palpebre aperte e gli occhi rovesciati indietro, mostrando solo il bianco, uno spettacolo terrificante che preoccupa i miei compagni di camerata che ritrovo al mio risveglio raccolti attorno a me, pieni di dubbi se sia morto o che altro.
Il mio letto è accanto alla finestra, l’ho scelto io, ma quando mi sono reso conto che la finestra non ha tende, imposte, persiane, rotolanti … che non ha altro che i vetri, mi sono chiesto come avrei potuto dormire. Mi sono abituato, ci si abitua a tutto.

Un diversivo dalle solite marce ci è fornito dalla occasione di andare a sparare al poligono: una spiaggia di Fano, deserta, che raggiungiamo con i camion. Una volta sul posto ci equipaggiano con fucile semiautomatico ed elmetto, ad un cenno, fila dopo fila, ci buttiamo a terra e spariamo ai bersagli posti sulla riva del mare.
Tra poco tocca a me, sono dubbioso di riuscire a gettarmi a terra in quella particolare maniera, penso che sarebbe meglio farlo in altro modo, ma chi se ne frega, mi butto, come va, va.
Siamo affiancati uno all’altro, come mi sdraio l’elmetto, quel maledetto elmetto fuori misura, troppo grande per me e privo dell’imbottitura interna che fino a poco fa mi aveva ustionato la testa a causa del sole cocente, mi scivola fino sul naso coprendomi del tutto la visuale.
Tutt’intorno grida, spari … un vero casino … cacofonia pura … mi isolo, cerco di intravedere il bersaglio e sparo … sparo … sparo … tiro a finire il caricatore, mi sono rotto le palle di tutta questa storia.
Quello accanto a me sta sparando nella sabbia a pochi centimetri di distanza, non si capisce più nulla, quali sono i rispettivi bersagli? … non si sa, ma quando ci rialziamo scopro di essere tra quelli che hanno fatto più centri, tutti nella testa della sagoma, non so cosa pensare, ma veramente sono stato io?
Dobbiamo stare sugli attenti con il fucile tenuto per la canna, il calcio posato a terra, ma la canna è rovente dopo avere sparato e cerco di sorreggerla per l’impugnatura di legno, con due sole dita, accidenti se scotta.
Mi vengono in mente tutte le scene di guerra che ho visto al cinema, muscolosissimi soldati che imbracciano e sparano con delle mitragliatrici reggendole per la canna … ci prendono per il culo … nuovamente l’elmetto mi scotta il cranio e cerco di sollevarlo alzando le spalle … mi sono veramente conquistato un posto in una striscia di Sturmentruppen, però mi viene seriamente il dubbio che tutto ciò che sto vivendo oggi faccia parte di un simpatico fumetto.

© Carlo Becattini

3 agosto 1980

Fine luglio, finalmente le tanto desiderate vacanze al mare.
Finalmente potrò stare insieme alla mia ragazza per un mese intero, invece di fare il pendolare.
E’ brutto quando la distanza è d’ostacolo agli innamorati, ma adesso possiamo appagare il nostro desiderio di stare insieme senza l’assillo della distanza…o almeno lo pensiamo…

…il 3 agosto, domenica, ore 15,00 mio fratello ha un incidente e finisce all’ospedale con la clavicola rotta, un versamento a un ginocchio e tre punti di sutura all’altro. Deve subire un intervento chirurgico e pertanto deve essere portato a Firenze, cosa che accade il 5 agosto.

Nel buio della mia camera ripenso agli avvenimenti recenti, dall’alto del letto a castello cerco di scacciarli per trovare la tranquillità, l’oblio del sonno rigenerante.
Non mi riesce.
Ho mantenuta integra la mia calma fino ad ora ma l’argine che ha frenato le mie emozioni sta per cedere, sento che sto per essere sopraffatto da una moltitudine di sensazioni.
Mi abbandono, voglio la pace, la quiete, mi lascio travolgere e lente lacrime si affacciano agli angoli degli occhi ed impazienti si dirigono verso il cuscino che mi sostiene con dolcezza.
Sono perso, travolto dallo straripamento che porta via con se ogni traccia di autocontrollo.
Lacrime si rincorrono sulle piste che mi rigano il viso, il loro umido mi da fastidio.
Le cospargo su una superficie più ampia fino a cancellarle.

Mio fratello, l’incidente, il suo ritorno a casa tutto rotto, il viaggio in auto verso l’ospedale, le urla strazianti dell’altro ragazzo che era in vespa con lui graffiano il silenzio del pronto soccorso ed arrivano fino a me ed un amico che mi accompagna, rimasti vigliaccamente a sedere sul marciapiede, nel parcheggio dell’ospedale.
Pensiamo al peggio.
Quelle urla ci straziano e dilaniano ampliandosi in noi come i cerchi sull’acqua.
La decisione del ritorno a Firenze.
Ok, ho resistito a tutto questo!

La mia ragazza che di punto in bianco mi abbraccia e si perde tra fiumi di lacrime e dispiacere per la nostra storia d’amore incapace di avere un po’ di tempo a sua disposizione e per il furto totale che stiamo per fare di quel poco che ci rimane.
I suoi singhiozzi per la mia partenza al seguito di mio fratello fanno ancora più male che le urla dall’ospedale.
Ok, ho resistito a tutto questo!

E’ il compleanno del mio amico e quello che per lui doveva essere un giorno di festa si è trasformato in una giornata concitata e messaggera di ferie interrotte, di piaceri negati.
Nessuno gli ha fatto gli auguri e lui non ha neanche avuto il coraggio di ricordare il suo compleanno.
Anche lui si abbandona all’emozione del momento e sfoga la tensione nel pianto liberatorio.
Ok, ho resistito a tutto questo!

Già da ieri le notizie del telegiornale riferiscono di una bomba, una strage avvenuta alla stazione di Bologna.
Ma cosa accade in questi maledetti giorni di agosto!
Non si parla altro che di quella che passerà alla storia per la “strage di Bologna”.
Ok, ho resistito a tutto questo!

… ma non ho più potuto farlo e non ho resistito quando, in cerca di riposo, nella quiete del mio letto tutti gli eventi mi hanno assillato, punzecchiato, tenuto sveglio fino al mio completo annullamento ed anche io ho dovuto versare il mio contributo di lacrime di fronte alla casualità del destino e la ferocia degli uomini … chiama babbo e digli che ho fatto un incidente … ha l’affanno, trema dappertutto, zoppica e si regge la spalla, per un attimo penso che mi stia prendendo in giro, chiamo babbo e mamma per annunciargli la fine delle vacanze appena iniziate. Il viso … il viso della mia ragazza … il suo sguardo che muta in un pianto dirompente, quanto mi costa resistere all’emozione, la sua mano che stringe la mia come a tenerla per sempre, per impedirmi di andare … io che sdrammatizzo ma tutti cercano in me conforto, sollievo alle loro pene, ai loro dispiaceri e come un confessore do loro assoluzione facendomi carico dei loro peccati, prendendo su di me tutto il peso di ciò che li affligge. Ed eccomi qui, nel buio della notte, a pagare il conto per la mia resistenza, per il mio sangue freddo che in situazioni di emergenza mi rende distaccato quel tanto che basta per non perdere il controllo.
Lascio fuggire la tensione accumulata con lo svuotamento delle sacche lacrimali e mi quieto, finalmente posso dormire.
Domani è un altro giorno …

© Carlo Becattini

Led Zeppelin – 1971

Zeppelin Hindenburg - 6 maggio 1937
Zeppelin Hindenburg – 6 maggio 1937

Oggi sono venuti a casa mia alcuni amici portando profumi indiani da bruciare e un disco che sulla copertina ha un dirigibile.
Il fiasco di vino l’ho aggiunto io, più tardi.
Ci siamo chiusi nella stanza a parlare poi il disco ha cominciato a girare con i suoi 33 giri.
La musica ci ha entusiasmati tutti anche se il giradischi (in realtà una fonovaligia) è mono.
Gli stessi brani musicali ascoltati più e più volte, il volume alto, sempre più alto.
Chiudiamo le imposte della finestra per fare buio, i profumi indiani bruciano riempiendo di fumo la stanza, ne abbiamo accesi parecchi ed i bicchieri di vino sono già vuoti.
Ci abbandoniamo alla musica ed allo stordimento dei sensi sdraiandoci per terra.
Al posto dell’udito, vista, olfatto, gusto e tatto abbiamo musica, buio, profumi, vino ed il fresco del pavimento.
E’ così che entriamo in una dimensione interiore e personale, trascinati a forza dal vortice sensoriale che abbiamo creato, capace di annullare il tempo, la realtà, noi stessi.
Purtroppo siamo vincolati alla durata del disco, bisogna andare a girarlo.
A fine giornata ci ritroviamo stanchi, spossati, sudati, frastornati, affumicati ed anche un po’ troppo allegri.
Ma chi se ne frega, pomeriggio magnifico, esperienza da vivere.

© Carlo Becattini

Rituali di passaggio – 1968/69

1968,
è tempo di cambiamenti in tutti i sensi.
Quando si è ragazzi la vita è scandita dai ritmi scolastici.
Tutto è in funzione della scuola.
Le mattine si ripetono implacabili dietro l’incessante incalzare dei giorni.
Ogni nostra azione è scandita dal tempo.
Sveglia, colazione, scuola, lezioni, intervallo, casa, pranzo, compiti, svago, cena, riposo.
Questo è solo l’arido schema di una giornata piatta, ripetitiva, programmata.
Fortunatamente, i suoi contenuti variano in funzione degli imprevisti, della casualità e principalmente dell’età: la quantità di vita che abbiamo accumulato nella nostra esistenza.
Ed è proprio l’età, l’incognita con maggiore influenza sul nostro destino.
Più giovane è l’età, più incerto sarà lo schema.
Per fortuna!
Tutto ciò che riempie la giornata, dal momento di alzarsi al successivo risveglio, infiltrandosi negli interstizi dell’arido schema, è la nostra vita.

Il primo di ottobre del 1968 alle ore 8 mi trovo insieme a tanti altri ragazzi incerto sul mio destino.
Sto affrontando una svolta della mia vita e ci vuole coraggio, molto coraggio.
Tutti i punti di riferimento sono caduti sotto i colpi dell’esame di quinta elementare, affrontato con successo alla scuola dove ho trascorso gli ultimi cinque anni.
Ho cambiato scuola, lasciato gli amici (nessuno mi segue in questa nuova avventura, accidenti a loro) e sto per incominciare la scuola media presso un’istituzione pubblica.
Sono un elemento di un insieme statico di ragazzi vocianti: i miei compagni di scuola, quelli che solitamente si conoscono di vista. Mi sono inserito in un sottogruppo contraddistinto da un numero ed una lettera: i miei compagni di classe. Tutti sconosciuti. Ed io ho paura. Paura per quello che possono fare, dire, ma soprattutto pensare di me. Sono timido, asociale, scontroso, riservato, chiuso in me stesso ed in me trovo rifugio e conforto. Osservo il mondo che mi circonda con alterigia e timore, io sono unico, al disopra di tutto e tutti e loro non lo sanno. Unico ed irripetibile. Non mi frega niente del mondo e tanto meno delle persone. Io sono il centro dell’universo. Tutto il resto è niente.

Il tempo aggiusta tutto, stempera ogni timore, colora la vita e la rende possibile e così accetto il cambiamento con crescente curiosità e gioia. Felice di iniziare qualcosa di nuovo, di scoprire cosa celano le copertine dei libri di testo, di scrivere qualcosa sul quaderno mai aperto. Tutto mi ricorda che sto vivendo un nuovo inizio. Il contenuto della cartella è nuovo. Osservo il diario con la copertina plastificata ed i suoi colori mi rincuorano. Anche io sono nuovo. Gli ingredienti della classe sono un terzo di femmine e due terzi di maschi. La classe mista è per me una novità e quella fila di ragazze nere come grilli, costrette in un grembiule nero col colletto bianco non mi interessa più di tanto, almeno quest’anno e poi… la cimosa si stampa così bene sulle loro schiene, lasciando traccia del suo passaggio su quei corpi ancora informi, sui quei fiori ancora da sbocciare.

Adoro il tragitto da casa a scuola. E’ la spinta maggiore che il mio piede incontra al mattino nel trascinare il resto del corpo a rinchiudersi in aula per affrontare intemperie e peripezie delle lezioni. Mi piace il fresco della mattina mentre scorro il selciato della strada e mi soffermo davanti alla Chiesa Russa per ammirarne il frontone, quell’angolo dorato raffigurante la Madonna a braccia aperte, dietro al suo bambino. E’ lì da sempre (per me) e tutte le mattine aspetta il mio passaggio, attende paziente il volgere del mio sguardo. La osservo attraverso il traforo della cancellata. Mi piace.
Sono libero, quel piccolo tragitto di strada è la mia libertà da tutti gli obblighi del mondo costrittore. Libero come tutti i capelli che in questo anno stanno crescendo in ogni parte del mondo a mia insaputa. Come tutte le gonne sempre più corte ed il trucco pesante delle ragazze che attirano spesso la mia attenzione. Affascinato dai colori ed i profumi che verranno, e dai suoni che attraverseranno il mio corpo e la mia coscienza, trasformandoli. Libero di non capire cosa sta veramente accadendo nel mondo. Libero di uscire di casa da solo anche se per andare a scuola.

Chiesa_russa_Firenze
Chiesa Russa – Firenze

1969,
la mia fantasia tesse trame sempre più fitte, ma la realtà non è da meno e la conquista dello spazio mi affascina fortemente, convincendomi che arriveremo sulla Luna e oltre.
Che avremo colonie spaziali e contatti con civiltà extraterrestri.
Che abbandoneremo la Terra per vivere nello spazio a causa della sovrappopolazione e del forte inquinamento che ci sta avvelenando tutti.
Ero certo che ce l’avremmo fatta.

Ancora libertà, di quella che si paga, in piscina. Un corso di nuoto mi aspetta. Apprensione e timore si trasformano in gioia ed esaltazione. Per la prima volta da solo mi allontano da casa su un mezzo pubblico per raggiungere la piscina dall’altra parte della città. L’acqua è fredda e puzza di cloro ma sopra di me lo stupendo cielo di luglio si estende sopra Firenze. A fine lezione, prima del ritorno a casa, concretizzo la mia libertà con il sacrificio di un paio di bomboloni ripieni. E pensare che solo tra venti giorni l’essere umano metterà piede sulla Luna per la prima volta. Bomboloni così gli astronauti non se li sognano nemmeno.

© Carlo Becattini

1969 - 21 luglio 1969 televisione
Programmazione televisiva del 21 luglio 1969