La mano

I bambini si legano
per la mano,
e vanno lontano,
incontro al tramonto
dell’incontro arcano.

Muoiono
innocenza e gioventù,
ma quando nell’ombra
stanno
il pensiero ritorna,
con la sensazione
della mano che stringe,
che porta lontano.

Carlo Becattini ©

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Il pensiero del mio ricordo

Il verso cupo del piccione
ogni mattina mi accompagna
disegnando oscuri pensieri
sulla coscienza,
fastidioso rumore di rondini
dalla bocca aperta,
raspare umano alla finestra,
i tuoi passi sul balcone
viscida e assonnata,
preparazione alla nuova
giornata,
ti immagino discinta
vagare per la casa,
così bella, che se ci fossi
mi ecciterei di orgasmo,
i nostri corpi, i nostri giochi,
pensieri surreali di ordinaria
follia,
ci cerchiamo, per appagarci
e ci appaghiamo per andare,
poi al mattino se lì,
le braccia sulla ringhiera
a frescheggiare sul balcone
il pensiero del mio ricordo.

Carlo Becattini ©

Legame arcano

In un tempo lontano
già sapevamo di noi,
legami arcani s’intrecciavano,
grandi nodi ci univano,
quando finalmente
c’incontrammo
tendesti la mano
e l’afferrai
per andare a giocare…
felici!

Ma non vivemmo
felici e contenti,
il destino non prevedeva
il futuro
e tutto quel che c’è stato
appare vano
adesso.

Solo quando ricordo
quel tempo ormai lontano,
riesco ad afferrare
il senso
di noi,
della vita.

Solo attraverso gli occhi
grandi e luminosi
della bambina che eri,
riesco a dare un senso
a questa esistenza apparente
che forse un senso
non l’ha.

Carlo Becattini ©

L’amore sospeso

Seduta
gambe incrociate
nuda
gravitavi
a trenta centimetri da terra.

Sguardo assente
sardonico sorriso
nuda
che ci facevi
seduta sull’aria di casa mia.

Stupore!
Quale degli stupori possibili?

E passata una vita,
tutta intera e senza sconti,
tu sei ancora lì
sospesa a mezz’aria
nuda.

Lo sguardo assente
sardonico sorriso
nuda
gravitavi
a trenta centimetri dalla mia vita.

Carlo Becattini ©

L’ombra

Esile, filiforme
ombra etrusca
che si allunga,
la giornata volge al termine,
hai visto lontano
non so se compatirti,
ti ho vista da vicino
appari così fragile,
si fa presto a dire t’amo
e se dura per sempre
come ci sentiremo?
Stare silenti come
l’etrusca ombra filiforme,
s’allontana l’oscurità
della sua forma
ed in essa cerco un senso
all’esistenza
che un senso non ha.

Carlo Becattini ©

Signora della notte

Ragazza dagli occhi bui:
signora della notte,
guardami con le tue dita,
conducimi col tuo bastone,
la via ho smarrito
e la vita è un peso
troppo grande da sopportare.

Ragazza dalla voce roca
rischiara questa notte,
afferra la mia mano,
lasciati guidare nel vero
come io mi lascerò
condurre nell’irrealtà
delle cose che vanno come vanno.

Verrò con te nel buio
lasciando la luce
e l’incertezza di questo
mondo ingrato
che traccia la via
e rende le persone cieche
di percorrerla,
che spalanca le sue
magre cosce
per dare l’illusione del piacere
e relegare le persone
nel buio perenne
della solitudine.

Carlo Becattini ©

Il tempo

Nessuno sa cosa farà
il tempo oggi,
ma il tempo,
si chiederà
cosa farò
io?

Il tempo è un elastico,
si allunga,
si accorcia
a suo piacimento,
dispettoso!

Il tempo è illusionista,
sembra eterno
poi diventa un attimo,
tutto può accadere
anche che si spezzi.

Il tempo non si ferma
mai,
l’orologio fermo
è illusione:
così il tempo inganna.

Il tempo
fa il bello ed il brutto,
pioggia, vento,
giorno, notte:
tutta opera del tempo.

I tempi sono due:
cronologico, meteorologico,
il primo regola il secondo,
oppure no;
chissà cosa farà il tempo oggi?

C’è quello che bisogna andare,
e quello che sa,
quando è ora di tornare;
quello che sfugge dalle mani,
quello che invia tutto a domani.

Infine c’è il tempo
del decadimento,
dell’abbandono,
dell’addio:
quello della morte.

Ma il tempo
è birichino,
quello che alcuni
chiamano morte,
per altri è vita…

… ed è sempre
lo stesso tempo!

Carlo Becattini ©

Ogni tua forma

Voglio guardarti per tempi
infiniti,
conoscere ogni tua forma,
linea,
colore.

Voglio palparti dalla testa
ai piedi,
e dalla punta dei capelli
iniziare,
e toccarli tutti i bei capelli,
vederli crescere,
sentirli urlare, giocare,
cadere.

Voglio prendere il tuo viso
tra le mani aperte,
scrigno prezioso,
bene a me caro,
opera d’arte,
natura viva di sguardo e
passione,
parola, emozione,
labbra, bocca, lingua
in te vorrei sprofondare,
farmi bere come nettare,
appartenerti,
farmi inglobare,
per goderti e stare.

Voglio cingere il collo
prezioso,
con lunghe collane
di pensieri assoluti,
da ascoltare,
da snocciolare come un
rosario,
tra le mani tremanti:
desiderio,
rivelazione.

Voglio afferrare quei
seni,
ed in essi affondare,
perché non esiste morbidezza
alcuna,
se non la via con cui
cibano le madri i figli,
non esiste piacere più
grande,
riprovare l’emozione del
nutrimento materno,
dimenticato.

E tu che madre
non sei,
proverai l’emozione
del figlio,
ed io che figlio non sono,
proverò l’emozione
del padre.

Voglio scivolare sul ventre
che ti sostenta,
che ti riproduce,
la via d’ogni piacere,
il sentiero potenziale
d’ogni male.

Abbracciarti forte,
e così, su te stare,
sciogliendomi tra calore,
emozione, battito del cuore,
e ascoltarti,
sentirti arrivare sulla punta
dei piedi,
scioglierti emozionata.

Voglio scivolare sul tuo
sesso,
e passare oltre, senza soffermarmi,
non andrei più via,
lo sai bene che sei fatta
per contenere, ed io
per essere contenuto.

Voglio passare sguardo e mani,
tocco lieve,
emozione pura,
su tutta la lunghezza
delle tue gambe,
prima le cosce e poi giù
sino alle caviglie,
poi sostare sui piedi,
berli a coppa,
saziarmi di quella sensibilità
che ti fa ridere e strillare.

Voglio circumnavigarti tutta,
affondare ove posso,
risalire il monte,
lontano valli e colline,
terremoto di corpi persi,
passione vulcanica,
l’attesa crea tensione,
nell’unione la foce,
l’antica via dell’umanità.

Carlo Becattini ©

La ragazza cieca

Camminavi lentamente
appesa al bastone,
picchiettavi ogni passo
di buio immersa,
incontro al destino
o forse fu
la casualità del mattino,
a farci incontrare,
tu cieca, io perso.

Non vedevi la via
ma sapevi la strada,
tutto il contrario di me,
facemmo conoscenza,
fu il bastone a presentarci
tra scuse e risposte.

Quanta tristezza in me
per il dispiacere,
combattuto tra la bellezza
e la disgrazia,
ma furono le parole
a dare sicurezza,
vedevi meglio di me
ma non sembrava.

Passavo il tempo a spiarti,
nel fondo dei tuoi occhi bui,
per trovare la via
che conduceva all’anima,
ma già la stavo percorrendo,
e non lo sapevo.

Carlo Becattini ©

Maledetti

Maledetti, perché mi avete tradito
maudits, parce que vous m’avez trahi

raccontando false verità
en racontant vèritès fausses

volevo la vita più difficile del mondo
je voulais la vie plus difficile du monde

e voi mi avete dato la più facile
et vous m’avez donnè la plus facile.

Carlo Becattini ©

L’indigestione

Mangiare poesia in continuazione,
incessantemente,
fisico bisogno di alimentazione,
senza regole,
senza ragione,
conduce all’inferno dantesco:
tra coloro che gioiscono
nel partorir loro scorie
con soddisfazione,
pronti a cibarsi ancora
e piegarsi nuovamente.

L’indigestione di poesia
porta alla repulsione
di tutta l’arte,
perché vuota è la mente
che più non ascolta
le oscure profondità.

Carlo Becattini ©

Il nodo

Il bambino odiava i genitori
che avevano rubato la sua vita.
Lui aveva memoria
e ricordava come era bello
vivere prima della loro venuta.
Quel falso amore
distrusse il suo avvenire.
Tutto era perduto.
Quanto li odiava
per avergli creduto
in ogni sorriso
in ogni parola
protettivi aggressivi
oppressivi maledetti
prigioniero del vincolo
un nodo che non si
scioglie
stringendo l’anima
in una morsa
soffocante.

Carlo Becattini ©

Il figlio

Il silenzio del giorno torrido
picchietta al vetro il suo ardore
vestigia di garrule rondini
e infantili disegni con colori
casualmente spalmati a tinte forti
unite nel cielo e nel sole da
contrasti giallo e blu statici.

La giornata puzza di ozono e
sudore sulle spalle bollenti
ove un giorno dimoravano ali
ed il pensiero stenta a
staccarsi dai genitori titubante,
la sua mano di padre
mi considera figlio
ed in effetti è vero
sono figlio di un pensiero.

Carlo Becattini ©

Di bianco vestita

Di bianco vestita,
pantaloni a campana
suonavano i passi,
eri il fulcro
ed io la leva,
i greca disegnata tra ingranaggi,
voluttuose volumetrie,
l’occhio vede attento
non può farne a meno,
vederti così, divisa in due,
sul cavallo immaginario
galoppa la fantasia,
marchiando la mente
a fuoco, per sempre.

Carlo Becattini ©