Viola da Gamba (parte 8 di 8)

7 dicembre 2012

8000 a.C.

La tigre dai denti a sciabola [1] ti osservava curiosa. Faceva molto caldo quel giorno a Madrid. Picasso [2] era tra il pubblico. Quando il matador infisse la spada nel toro, la muleta gli sfuggì di mano e cadde a terra, aperta come un ventaglio. Il toro scomparve e di lui rimasero sulla sabbia solo le orecchie, la coda ed i testicoli. La prima volta che nascesti ti chiamammo Viola. Durante il rituale venne segnato il tuo destino. Il sacerdote evocò il tuo mana, [3] quando cadde sulle ginocchia tutti tacquero: le persone, gli uccelli, i tamburi, la vita stessa! Il segno del destino si manifestò in questo modo, prendendo a se l’officiante e donando a te lunga vita. Eri appena giunta tra di noi e già si parlava di te. La tigre non ti lasciava mai da sola, vegliava su di te come un cane interessato alla ricompensa ma, ed era molto strano, ti proteggeva come fosse tua madre. Avrebbe potuto sbranarti in un attimo ma non lo fece mai. Quando fosti adulta l’animale morì. Si dice che il suo spirito discese su di te e che da allora non ti ha mai abbandonata.

Parigi 1999 d.C.

Rincasammo entrambi a poca distanza uno dall’altra. Il tempo di accendere il caminetto ed eccola arrivare, affannata ed infreddolita. Con se aveva la viola nella custodia ingombrante. Andarsene a giro con quello strumento non era cosa facile. Un bacio, due parole scambiate, la voglia di una doccia e di abiti più comodi. Erano tre giorni che pioveva a dirotto senza interruzione. Mi fece notare che la pioggia aveva smesso di cadere solo quando era uscita in strada, ed aveva ricominciato appena lei era ormai al riparo. Le dissi che a volte capitavano queste coincidenze ed erano più uniche che rare. A Viola piaceva pensare che ci fosse qualcuno che si prendesse cura di lei. Una entità invisibile, che so, un Dio, lo spirito di un antenato, qualche energia cosmica di cui lei era parte, che la proteggeva dalle insidie della vita quotidiana.

Dopo cena ci lanciammo in una sfida acrobatica di sesso e parole. Nomadi giacemmo in ogni angolo della casa, nei posti più impensati, incuranti del tempo. Ricordammo le acrobazie fatte in un biplano durante la guerra mentre inseguivamo o fummo inseguiti dal Barone Rosso [4] che, quando si accorse di cosa stavamo facendo, ci passò molto vicino tentando di lanciarci la sua sciarpa, sorridendo come un matto. Nell’ascensore di un grattacielo [5] di New York. Nella cripta di un tempio [6] abbandonato in Birmania. Nell’isola di Rapa-Nui [7] durante la costruzione dei Moai,[8] anzi, all’ombra di uno già eretto, guardiano del mare che vedeva lontano ma incapace di scorgere quel che facevamo sotto di lui. Ogni tempo, ogni epoca, ogni luogo è stato buono per appartarci e dare libero sfogo al desiderio reciproco dell’altro, ed ora ripetevamo l’esperienza, sempre uguale ma sempre diversa. La fantasia non è mai venuta meno.

Dopo le acrobazie del corpo vennero quelle dell’anima, sdraiati fianco a fianco a commemorarci e giurarci eterno amore/desiderio. Di comune accordo ripetemmo la frase: – basta con i ricordi, pensiamo solo al futuro. – La pronunciai con cognizione di causa ed aggiunsi che il futuro non era altro che una successione infinita di attimi di presente. Proposi quindi un’acrobazia che non avevamo mai fatto. Lei intrigata e curiosa venne frenata dalla gelosia e si fece inquisitrice per sapere da chi l’avessi appresa. In poche parole paventava un mio tradimento, tra il serio ed il faceto. Negai fermamente e chiarii che il merito era tutto del futuro.

Il mattino dopo suonarono alla porta di buon ora. Dormivamo ancora, aggrovigliati uno all’altra come l’edera ed il muro. Mi alzai imprecando il buon giorno che iniziava. Quando aprii la porta mi trovai davanti i due uomini che incontravo sempre e che sospettavo di spiarmi, nemmeno tanto di nascosto. Mi chiesero, ma avevano un tono perentorio, se potevano entrare perché dovevano parlarci e che avremmo potuto fare colazione insieme. Le domande che mi frullavano nella testa in quel momento erano miliardi e la rabbia che montava stava quasi trasformandosi in violenza. Riuscii a trattenermi perché volevo capire. Non sarebbero usciti di casa se non avessero spiegato tutto. Una storia che va avanti da millenni.

Li feci accomodare ed andai a svegliare Viola. Sorvolo sulle discussioni che ebbi con lei, l’unica certezza era che quei due uomini ci avevano spiati entrambi per tutta la vita ed ora volevamo sapere il perché. Dopo esserci preparati e con la colazione pronta per essere consumata chiamammo i signori A e B come li avevo ribattezzati similarmente ai punti della retta invisibile su cui sono sempre stati e di cui facevo parte. Non volevo più avere niente a che fare con loro. Sarà stato per questo che li feci accomodare alla tavola uno di fronte all’altro. Lo stesso facemmo noi. Loro erano nel loro piano e noi nel nostro, due piani differenti che s’intersecavano nel centro della tavola quadrata creando un mandala,[9] una nuova dimensione nella quale potemmo dialogare senza problemi.

-Nascete oggi – disse il Sig. A – e da oggi condurrete una vita normale – disse il Sig. B, spiegandoci inoltre che il nostro desiderio di non dipendere più dal passato, ma da un futuro fatto di attimi di presente, aveva innestato un meccanismo di cui loro facevano parte, come il tempo, lo spazio, la vita stessa di ogni essere vivente in senso lato. Non ci eravamo mai considerati speciali o superiori agli altri abitanti della Terra ma in un certo modo eravamo immortali. Il tempo non aveva senso per noi che vivevamo secondo i sentimenti e non secondo l’ordine del tempo stesso. Figli e padri del Caos, avevamo trovato l’ordine totale delle cose e rinascevamo, a nuova vita restituiti, mortali come tutti. La vita nuova acquistata con la consapevolezza di non avere più legami col passato, che tutto era andato e niente aveva potere su i giorni a venire se non la nostra volontà. Tornammo bambini, nel ventre di Madre Terra e dai noi stessi vedemmo la luce e la vita come se fosse la prima volta. Ancora tutta una vita da vivere insieme per l’ultima volta.

© Carlo Becattini

Note

[1] Le tigri dai denti a sciabola o macairodonti (Machairodontinae) sono una sottofamiglia di felidi estinti, caratterizzati da un notevolissimo allungamento dei due canini superiori. Analisi del DNA compiute nel 2005 hanno infine confermato che queste “tigri” si svilupparono molti milioni di anni prima delle odierne sottofamiglie di felini e che non sono strettamente imparentate con nessuna specie di oggi. È credenza comune che le tigri dai denti a sciabola vivessero solo in ambienti freddi a causa dell’Era glaciale. In realtà, mentre alcuni di questi animali prosperarono certamente in questo tipo di clima, la storia evolutiva dei macairodonti dimostra che si svilupparono in climi caldi in contemporanea con il diffondersi delle praterie, nel Miocene inferiore (circa 20 milioni di anni fa). Si estinsero solo circa 10.000 anni fa, alla fine del Pleistocene. [http://it.wikipedia.org/wiki/Machairodontinae]

[2] Pablo Diego José Francisco de Paula Juan Nepomuceno María de los Remedios Cipriano de la Santísima Trinidad Ruiz y Annibali Picasso, semplicemente noto come Pablo Picasso (Málaga, 25 ottobre 1881 – Mougins, 8 aprile 1973) è stato un pittore, scultore e litografo spagnolo di fama mondiale, considerato uno dei maestri della pittura del XX secolo. Usava dire agli amici di considerarsi «anche un poeta». [http://it.wikipedia.org/wiki/Pablo_Picasso]

[3] Il termine mana viene solitamente utilizzato in molte lingue oceaniche (per esempio melanesiane, micronesiane e polinesiane) per riferirsi ad una qualità o essenza interiore comune sia agli esseri viventi che agli oggetti inanimati. Questa qualità indescrivibile viene associata a sentimenti di meraviglia e rispetto. Da un punto di vista antropologico, il concetto del mana in senso generalizzato viene talvolta interpretato come il sentimento soggiacente a tutte le forme di religione, spiritualità e magia. Il termine mana indica una delle prime forme di divinità che si manifesta nelle prime fasi note dell’umanità. Nella nozione di mana si esprime ciò che non è conoscibile, ciò che resta sconosciuto ma a cui si può cercare di dare una spiegazione. Con questo termine primitivo si indica l’esistenza nelle cose di qualcosa d’altro dalle cose stesse. Lo storico delle religioni e scrittore Mircea Eliade chiarisce che il mana (o il suo equivalente nelle altre culture primitive, sia antiche sia coeve all’uomo contemporaneo) è da ricercarsi nella stessa presenza corporea delle cose. In quanto un essere animato (sia visibile o invisibile), oppure inanimato, esiste, per l’uomo arcaico esso è dotato di una sua forza vitale latente; l’evocazione della forza latente delle cose da parte del sacerdote è l’essenza stessa delle pratiche sciamaniche proprie delle religioni arcaiche. [http://it.wikipedia.org/wiki/Mana]

[4] Manfred von Richthofen, per intero Manfred Albrecht Freiherrvon Richthofen (Breslavia, 2 maggio 1892 – Vaux-sur-Somme, 21 aprile 1918), è stato un aviatore tedesco. Viene ricordato come un asso dell’aviazione: più precisamente, come l’asso degli assi, avendo ufficialmente accreditate 80 vittorie. Eroe dei tedeschi e rispettato dai suoi nemici, Manfred von Richthofen fu una delle principali figure della prima guerra mondiale, ricordato con l’appellativo di Barone rosso. [http://it.wikipedia.org/wiki/Manfred_von_Richthofen]

[5] Le torri gemelle furono inaugurate il 4 aprile 1973, avevano 110 piani ciascuna e superavano l’altezza di 415 m. Facevano parte del World Trade Center di New York, Stati Uniti, un complesso di sette edifici situato nella parte sud dell’isola di Manhattan, famoso in particolare per l’eccezionale evidenza delle torri gemelle (Twin Towers) e per gli attentati dell’11 settembre 2001 che le distrussero. [http://it.wikipedia.org/wiki/World_Trade_Center]

[6] Tempio Shwegugyi (“grande grotta d’oro”) e palazzo reale. Secondo un’iscrizione contemporanea in Pali su una lastra di pietra all’interno dell’edificio, il tempio fu costruito in 7 mesi e mezzo nel 1131 d.C. sotto gli ordini dal re Sithu I (chiamato anche Alaungsithu I, r. 1113-1167). Si trova nella zona archeologica di Bagan che è il nome formale usato per designare la regione storica dell’antico Regno di Bagan. Si pensa che probabilmente qui siano stati costruiti più di 13.000 tra templi, pagode e altre strutture religiose. Un patrimonio unico edificato tra l’XI e il XII secolo in quest’area di 26 miglia quadrate (42 Kmq).  La regione si distingue chiaramente, insieme ad Angkor e Borobudur, tra i siti archeologici più significativi del Sud-Est asiatico e del mondo. [http://www.cultorweb.com/Bagan/B.html] 

[7] L’Isola di Pasqua (in lingua nativa Rapa Nui, letteralmente “grande isola/roccia“) è un’isola dell’Oceano Pacifico meridionale appartenente al Cile. [http://it.wikipedia.org/wiki/Isola_di_Pasqua]

[8] I Moai sono statue che si trovano sull’Isola di Pasqua. Nella maggior parte dei casi si tratta di statue monolitiche ricavate e scavate da un unico blocco di tufo vulcanico; alcune possiedono sulla testa un tozzo cilindro ricavato da un altro tipo di tufo di colore rossastro, interpretato come un copricapo oppure come l’acconciatura un tempo diffusa tra i maschi. I Moai sono alti da 2,5 metri fino a 10 metri. Spesso, sono visibili solo le teste delle statue, ma recenti scavi hanno trovato l’evidenza di un corpo sotto di esse. [http://it.wikipedia.org/wiki/Moai]

[9] Mandala (sanscrito maṇḍala, letteralmente: «essenza» (maṇḍa) + «possedere» o «contenere» (la). Il Mandala rappresenta, secondo i buddhisti, il processo mediante il quale il cosmo si è formato dal suo centro; attraverso un articolato simbolismo consente una sorta di viaggio iniziatico che permette di crescere interiormente. I buddhisti riconoscono, però, che i veri Mandala possono essere solamente mentali, le immagini fisiche servono per costruire il vero Mandala che si forma nella mente della gente.

Viola da Gamba (parte 7 di 8)

4 dicembre 2012

Roma 1000 d.C.

Ci sposammo nell’anno 1000 a Roma mentre frotte di pellegrini arrivavano da ogni luogo, timorosi, se non angosciati dall’imminente fine del mondo. Ci unimmo, legandoci ufficialmente una all’altro secondo il nostro volere senza permettere l’avallo da parte di nessuna autorità ritenuta tale. Soli io e lui, nella stanza di una locanda fatiscente della periferia romana, facemmo il nostro accordo e lo rispettammo.

Ma lui è molto più giovane di me. Intendo interiormente, fisicamente abbiamo pressappoco lo stesso tempo. Cosa ne sapeva di come agisce l’ordine delle cose.

Roma 800 d.C.

Dov’era mentre assistevo all’incoronazione di Carlo Magno?

Nagasaki 1945 d.C.

Dove, mentre esplodeva la bomba atomica su Nagasaki?

Giardino dell’Eden, Mesopotamia 5000 a.C.

Dove, mentre porgevo la mela ad Adamo? [1]

Grotte di Lascaux, Francia 17500 a.C.

Dove, quando vivevamo nelle caverne da primitivi? [2]

Roma 49 a.C.

Dove, quando passeggiavo per le strade di Roma ai tempi di Cesare?

Necropoli di Giza 2570 a.C.

Dove, quando venne costruita la grande piramide di Cheope? [3]

Parigi 2792 d.C.

Dove, quando ho imparato a suonare la viola da gamba, prima ancora che fosse inventata?

Sarnath, India 527 a.C.

Dov’eri quando Siddhartha Gautama [4] gettava le basi della propria filosofia, quando declamava la prima delle quattro verità: – L’unione con quel che non si ama è dolore, la separazione da quel che si ama è dolore, il non ottenere ciò che si desidera è dolore. –

Willendorf, Austria 24000 a.C.

DOV’ERI OMUNCOLO PRESUNTUOSO? Dove, quando la Madre Terra [5] partoriva se stessa? [6] Dove? … dove? … dove? …

Parigi 1889 d.C.

Parli di me con cognizione di causa. Lo credi! Viola qui, Viola la. Ho trovato il tuo diario, il tuo libercolo insulso dove parli di me. L’ho letto. Come mai non mi hai detto niente. Elenchi tutta una serie di fatti, anzi, alcune delle volte in cui ci siamo incontrati nel mare lacunoso del tempo e dello spazio, ma per quale motivo l’ignoro. Ci siamo anche uccisi, più d’una volta, più per ripicca che per desiderio vero di vendetta o pura violenza. Ogni volta cominciare da capo la nostra relazione si è rivelato essere la giusta cura per rafforzare l’amore ed il rapporto, l’unione che oscilla tra mistica e fisica, come il pendolo del tempo che spinge in una qualunque delle direzioni possibili le lancette dell’orologio. Ucciderci è in assoluto la cosa migliore che abbiamo saputo fare per noi stessi. Comincio ad essere stanca, il corpo invecchia, tu anche. Quanto ancora pensi potremmo ritrovarci dopo l’abbandono o la lontananza. E se una volta, fosse l’ultima? Io cosa farei senza di te? E tu? Vivere sapendo di non poterci più incontrare non sarebbe più tale. Noi agiamo sulla base delle nostre conoscenze ma non sappiamo tutto. Non lo sapremo mai.

Io sono Viola Da Gamba, non dimenticarlo, so essere dolce come le melodie della musica, ed amara come certe vibrazioni della viola stessa, il mio strumento. Credo che sia questo, in certi momenti, che mi suona. Fisicamente le corde spingono in alto i polpastrelli delle dita e l’arco spinge e muove la mano che l’impugna. Il suono risale dai nervi, silenzioso, verso la mia coscienza e la fa vibrare. E’ allora che emetto un suono greve, è così che vengo suonata dalla viola. Le vibrazioni del mio corpo si trasmettono alla cassa dello strumento miste al languore del desiderio e risalgono lungo le corde fino alla mia mano nuda che si muove come per magia. Nella mia testa il caos, vibrazioni mescolate con emozioni, note/idee suonano nella mente mentre il ritmo del respiro ne risente fino a quando entrambi funzionano all’unisono. Io e la viola vibriamo e suoniamo entrambe, femmine pure nel bene e nel male.

Mi trovo spesso a notare negli sfondi dei quadri in cui vivo delle persone misteriose che sembrano spiarmi. Non solo me, anche Viola viene tenuta d’occhio. Siamo entrambi il loro oggetto del desiderio. Non fanno niente, si limitano ad osservarci e poi se ne vanno. Però li trovo inquietanti, latori di presentimenti infausti. La loro presenza/vicinanza m’impone la riflessione sul fatto che sembriamo pedine nelle mani di qualcun altro che ci manovra a nostra insaputa. E’ una sensazione che corre a fior di pelle e non solo. Forse un giorno salterò addosso ad uno di loro per costringerlo a rivelarmi le loro trame. Viola lo sa, ne abbiamo parlato. Parliamo sempre tanto. Lei consiglia prudenza ed attesa. L’accontento ma sto all’erta.

Getsemani, Gerusalemme 333 d.C.

Ormai s’è fatto buio. La giornata è calda, proprio come dovrebbe. Amore mio, ricordi quando passeggiavamo il quel campo pieno di olivi venerato dai cristiani.[7] Gerusalemme. Bel posto. Percorrendo strade romane in ottimo stato avevamo incontrato un pellegrino [8] che veniva da Burdigala, in Gallia. Ora la città si chiama Bordeaux. Voleva arrivare fino al Santo Sepolcro ma si fermò per la notte con noi. Dormimmo sotto il cielo stellato, uno spettacolo mozzafiato da osservare, mentre ascoltavamo il racconto del suo viaggio. Era simpatico e colto. Aveva con se l’occorrente per scrivere ed annotava tutte le tappe del viaggio. Viola era assorta, non mi ascoltava più. Ogni nostro ricordo erano parole vuote, tutto tempo perso. Non voleva più ricordare, che senso aveva farlo ancora. Ripercorrere tutta la vita sarebbe stato come vivere una seconda volta, ripetendo tutti gli sbagli commessi, rivivendo tutte le delusioni avute/subite. Aveva ragione lei. Perché mi ostinavo a ricordare cose e fatti non più reali, tutto era passato, tutto aveva ancora da venire e nella mescolanza di passato e futuro solo il presenze aveva un senso. Limitiamoci a vivere questo tempo, ti prego, e lasciamo stare tutto quello che è stato e tutto quello che sarà. Me lo disse con le lacrime agli occhi. Non l’avevo mai vista così remissiva e mi fece un po’ di paura. Il timore di perderla prese campo nei miei pensieri. Non lo sopportavo. Il malessere cresceva e ci corrodeva dal dentro. Ero incapace di reagire alla sua apatia.

Ci ritrovammo ventenni a correre sulla riva del mare, pieni di speranze per il futuro, carichi di aspettative. Ancora non sapevamo quali sorprese ci avrebbe riservato il destino. E ne aveva delle belle. I corpi giovani e l’età facevano il loro lavoro e noi non potevamo che lasciarci coinvolgere dalla tempesta pacifica dei sensi e delle mani, dei corpi e della storia.

© Carlo Becattini

Note

[1] L’Eden è il luogo in cui Dio creò tutti gli esseri viventi, tra cui Adamo ed Eva, la prima coppia umana. Esso si trovava ad oriente (della Palestina) e dal giardino usciva un fiume che si divideva in quattro rami fluviali: il Tigri, l’Eufrate, il Pison che circondava la terra di Avila, e il Ghihon che circondava la terra di Etiopia. Inoltre Eden potrebbe essere una parola sumera che significa parco/giardino in pianura, mentre in ebraico il Paradiso (sia quello terrestre primigenio che l’Aldilà) viene indicato con la locuzione Gan ‘Eden, traducibile con Giardino delle Delizie (Genesi 2,8-14). Secondo queste indicazioni l’Eden si collocherebbe nell’attuale regione della Mesopotamia meridionale, nella pianura attraversata dal fiume Shatt al-‘Arab, sepolto sotto decine di metri di sedimenti. Nello Shatt al-‘Arab oggi confluiscono due dei fiumi citati nella Genesi: il Tigri e l’Eufrate. [http://it.wikipedia.org/wiki/Giardino_dell’Eden]

[2] Le grotte di Lascaux sono un complesso di caverne che si trova nella Francia sud-occidentale. Le grotte si trovano vicino al villaggio di Montignac, nel dipartimento della Dordogna. Nelle grotte si trovano esempi di opere di arte parietale risalenti al Paleolitico superiore: molte di queste opere vengono fatte risalire ad una data approssimativa di 17.500 anni fa. Il tema più comunemente rappresentato è quello di grandi animali dell’epoca (fra i quali l’uro, oggi estinto), resi con grande ricchezza di particolari. Il complesso di caverne venne scoperto il 12 settembre 1940. [http://it.wikipedia.org/wiki/Grotte_di_Lascaux]

[3] Piramide di Cheope, detta anche Grande piramide, è la più grande delle tre piramidi della necropoli di Giza, vicino al Cairo in Egitto. È la più grande piramide egizia, la più famosa piramide del mondo ed è l’unica delle sette meraviglie del mondo antico ancora esistente. Costruita attorno al 2570 a.C., è rimasta l’edificio più alto del mondo per circa 3800 anni. Eretta come monumento funebre da Cheope (nome Horo Medjedu ossia “Colui che colpisce”), faraone della IV dinastia dell’Egitto antico, fu realizzata dall’architetto reale Hemiunu. [http://it.wikipedia.org/wiki/Piramide_di_Cheope].

[4] Siddhartha Gautama, meglio conosciuto come Gautama Buddha o semplicemente Buddha (Lumbini, 466 a.C. – Kusinagara, 486 a.C) è stato monaco buddista. filosofo, mistico ed asceta indiano, fondatore del Buddhismo, una delle più importanti figure spirituali e religiose dell’Asia. [http://it.wikipedia.org/wiki/Gautama_Buddha]

[5] La Grande Madre sarebbe una divinità femminile primordiale, presente in quasi tutte le mitologie note, in cui si manifesterebbe la terra, l’elemento generatore, il femminile come mediatore tra l’umano e il divino. Essa attesterebbe l’esistenza di una originaria struttura matriarcale delle civiltà preistoriche. Il culto della Grande Madre risale al Neolitico e forse addirittura al Paleolitico, se si leggono in questo senso le numerose figure femminili (cosiddette Veneri) ritrovate in tutta Europa. [http://it.wikipedia.org/wiki/Grande_Madre]

[6] La venere di Willendorf, Austria, anche nota come donna di Willendorf è una statuetta di 11 cm d’altezza raffigurante una donna, scolpita in pietra calcarea oolitica non originaria della zona di rinvenimento, ed è dipinta con ocra rossa. Rappresenta un fisico femminile steatopigico. Si tratta di una delle più famose statuette paleolitiche; si trova attualmente al Naturhistorisches Museum di Vienna. [http://it.wikipedia.org/wiki/Venere_di_Willendorf]

[7] Il Getsemani (parola aramaica che significa frantoio) è un piccolo uliveto poco fuori la città vecchia di Gerusalemme sul Monte degli Ulivi, nel quale Gesù Cristo, secondo i Vangeli, si ritirò dopo l’ultima cena prima di essere tradito da Giuda e arrestato. Il luogo è noto anche come Orto degli ulivi. Il giardino del Getsemani è stato sempre meta di pellegrinaggio da parte dei cristiani. È stato visitato nel 333 dall’anonimo di Bordeaux il quale lo descrive nel suo Itinerarium Burdigalense. Eusebio di Cesarea nel suo Onomasticon cita il luogo del Getsemani “ai piedi del Monte degli Ulivi” ed aggiunge che “i fedeli sono soliti ad andare là a pregare“. [http://it.wikipedia.org/wiki/Getsemani]

[8] L’Itinerarium a Burdigala Jerusalem usque et ab Heraclea per Aulonam et per urbem Romam Mediolanum usque, usualmente noto come Itinerarium Burdigalense o Itinerarium Hierosolymitanus, è il più antico racconto conosciuto di un itinerario cristiano. Fu scritto nel 333-334 da un anonimo pellegrino durante il viaggio da Burdigala, l’attuale Bordeaux, fino a Gerusalemme, dov’era diretto per venerare il Santo Sepolcro. [http://it.wikipedia.org/wiki/Itinerarium_Burdigalense]

Viola da Gamba (parte 6 di 8)

3 dicembre 2012

Parigi 1889 d.C.

Tornare a Parigi è sempre bello. In primavera inoltrata è altresì una grande emozione, direi travolgente, quando la città è la preferita ed i suoni, gli odori, i colori tinteggiano l’animo di sensazioni ed emozioni sottili, tanto quanto agiscono sull’aria mite che mi ha benevolmente accolto. Una volta tanto sono arrivato per diletto. Tutto il tempo era mio, niente lavoro, ne impegni e quindi totale assenza di pensieri pressanti. Me la godo. La Torre di metallo si erge come una freccia pronta a scagliarsi verso il cielo, ma è verso il suolo, su cui poggia le enormi zampe, lo scopo della sua presenza. Attraversai curioso quell’ingresso ed una nuova città mi apparve: L’Esposizione Universale! [1] Sono qui anche per questo, oltre a ripercorrere strade e rivisitare luoghi a me cari che a più riprese, in più tempi, hanno scandito i momenti salienti della mia vita. A Parigi tutto ebbe inizio, conobbi Viola. Come non avere un pensiero per lei, sempre lontana, sempre così vicina.

Parigi 1955 d.C

Era una bambina bellissima. Volevo giocare con lei sempre, in ogni momento. Da quando la vidi per la prima volta non ho più potuto farne a meno. C’era un filo che ci univa ed unisce, non è scomparso, è sempre lì, lo sento chiaramente. A volte lento, altre più in tensione, a seconda della lontananza. E’ la sicurezza che la ritroverò sempre, dovunque, comunque. Non è ignara a tutto ciò, ne abbiamo parlato a fondo di questo legame invisibile, ed anche lei ha convenuto e confermato che quel che prova nei miei confronti è una sorta di sentimento tale e quale al mio. A quel tempo giocavamo o semplicemente stavamo insieme. Potere femminile a cui soggiacqui da tempi immemori ed a cui dedicai tutta la vita. Ricambiato trovai la forza di usare l’ispirazione, di sputare fuori tutte le parole segrete, magiche, intime, virulente, carezzevoli, violente, pacate, tenui e sussurrate. Viola veniva al parco, accompagnata dalla tata. Fuggivamo insieme per nasconderci in qualche cespuglio, per stare vicini, abbracciati stretti, col timore d’essere scoperti, con l’ansia ed il batticuore di essere così vicini, emozionati. Quanta energia esplodeva in quei corpicini costretti in abiti troppo ingombranti, troppo puliti. Corse, salti, inseguimenti e poi il fiatone, quel dolore al fianco che ci faceva piegare a bocca aperta per riempire i polmoni. Le guance arrossate, le labbra lucide, una carezza/bacio dati senza malizia, ricambiati con riconoscenza. Sapevamo che tutto ciò non sarebbe mai finito.

Parigi 1889 d.C.

Non so dopo quanto tempo accadde. Il tempo è sempre relativo, a volte scorre lento, altre è così veloce che sembra non essere passato. Fu Viola a ritrovarmi, ad urlare per strada il mio nome facendomi voltare, obbligandomi a cercare tra la folla fino ad individuare una donna che mi correva incontro. Rideva. Nel suo sguardo l’espressione d’una bambina felice. L’abbraccio tenace, quasi violento, significativo, dopo l’ultimo incontro in cui mi aveva ucciso. Non portavo rancore, credo ma col senno di poi, chissà! Era pentita. Voleva farsi perdonare a tutti i costi. Mi chiedevo se era possibile perdonare d’essere stati pugnalati a morte. Era affettuosa, forse anche troppo e forse, per la prima volta, incontrarla non mi fece quel gran piacere che credevo di aver provato inizialmente.

La città era tutta in fermento e non si parlava d’altro che dell’autocelebrazione della nazione che trovava il suo motivo d’essere nell’Esposizione Universale il cui tema era il Centenario della Rivoluzione Francese. L’Esposizione era già cominciata da qualche giorno e noi ci stavamo dirigendo proprio nel suo fulcro. Viola Da Gamba, cos’hai da dire dopo tutti i secoli passati col rimorso d’avermi trafitto il cuore? volevo dirle. Sentivo che volevo fargliela pagare, dovevo! Sono qui, tua per sempre, perdonami … parole, sempre le stesse mielose parole che m’incendiavano d’ira l’anima. Una volta tanto non ricordo bene, se eravamo a piedi, in carrozza o in quale altro mezzo di locomozione a vapore, fatto sta che passammo sotto la Torre ed entrammo alla Fiera. Restammo poco perché il desiderio di possederci era cresciuto a dismisura. Stemperammo i sensi di colpa e l’ira nascosta dentro il letto di casa sua ove giungemmo quasi trafelati. In quel letto ci perdemmo per giorni e giorni fino a ridurci allo sfinimento.
Appagamento o insoddisfazione? Solo la fame ci costrinse ad uscire di casa e ad arrenderci a quell’assedio volontario a cui soggiacemmo volentieri.

Volle condurmi ancora una volta all’Esposizione. Grandi meraviglie della scienza e della tecnica, come non parlare dell’elettricità, ma il mio pensiero ha un solo nome: Viola. Volle salire a tutti a costi in cima alla Torre, ben millesettecento gradini e tante soste per riprendere la forza di proseguire. Lungo la salita il panorama diventava sempre più incredibile, su, su fino alla cima. C’erano persone impegnate come noi nella scalata ma tutti quei gradini ne scoraggiavano la maggior parte. Quando arrivammo al culmine non c’era nessuno e ci ritrovammo da soli ad ammirare tutt’attorno l’immensa città sottostante. Vicino e più in alto, dei palloni aerostatici portavano in aria turisti (più furbi di noi) ad ammirare lo stesso spettacolo. La scala finiva avvolgendosi attorno ad un pilone e poi s’interrompeva bruscamente. La Torre finiva. Viola salì fin sull’ultimo scalino ed io che la seguivo le detti una spinta, brusca e violenta. La buttai giù. Fu una reazione istintiva di cui mi meravigliai, però seguii quel volo verso terra finché potei. Il suo grido aveva un che di terrificante ma appagò il senso di vendetta che avevo provato da quando l’avevo ritrovata. A volte l’amore ha bisogno di un colpo di spugna per ricominciare tutta nuova la propria celebrazione.

Quando ridiscesi in un punto più sicuro della scala scorsi un uomo vestito di scuro che mi stava spiando. Scomparve con un battito di ciglia. Lo stesso uomo, oppure un altro, mi guardava dal cesto di un pallone aerostatico che si era avvicinato alla Torre. Ancora due uomini, come quelli che camminavano sulla retta immaginaria, tanto tempo più avanti, ma stavolta uno stava sulla terra e l’altro in aria. Erano i due punti per i quali passava l’unica retta immaginaria a cui appartenevo anch’io.

Salendo fino alla fine della scala l’ho visto spingere la donna nel vuoto. Anche l’altro me l’ha vista volare giù. Era previsto. Ora l’ordine delle cose è ristabilito. Tutto può tornare ad essere. Mentre il pallone lentamente discende verso terra io scompaio da questa realtà perché richiamato in un altro luogo, un altro tempo.

© Carlo Becattini

Note

[1] L’Esposizione universale del 1889 si tenne a Parigi dal 6 maggio al 31 ottobre. Aveva come tema: Il Centenario della Rivoluzione Francese. La sede era il Campo di Marte, vicino alla Senna. L’evento è ricordato in particolare per la costruzione della Torre Eiffel, posizionata all’entrata della zona espositiva, dopo il Ponte di Iena. Oltre alla Torre Eiffel, furono costruite diverse strutture per l’Expo, tra cui il Grand Dôme Central di Joseph Bouvard, dedicato alla esposizione di gioielli, profumi e tessuti, la Galerie des Machines, una ricostruzione della Bastiglia, un giardino zoologico speciale per bipedi e selvaggi. [http://it.wikipedia.org/wiki/Expo_1889]

Viola da Gamba (parte 5 di 8)

2 dicembre 2012

Londra 1602 d.C

Oh Viola, il tuo nome è causa del tuo essere. La tua natura è dolce e violenta, tenera e aggressiva, ferma e arrendevole. Al tuo fascino non resisto, m’incanti e seduci tacendo. Quel giorno di febbraio a Londra, ho perso il conto dei secoli che il tempo ha accumulato incapace del grigiore della polvere, mi dette ciò che volevo –What You Will–. [1] Il frutto della sua deviazione fu la devastazione mia. Persi la ragione per la gelosia. Giorno dopo giorno mi corrose come la ruggine il ferro. Da forte che ero, mille screpolature corrosero il corpo e la ragione. Quella sera inveii contro di lei, intenta a recitare la sua parte doppiamente subdola. [2] Gli spettatori mi cacciarono dal teatro. Giurai vendetta contro il mondo intero. Vagavo per i vicoli e le strade di quartieri sconosciuti, sporco tra la sporcizia, perso nell’abbandono, ferito nell’anima e nell’onore. Ma chi se ne frega dell’onore! Stramazzai a terra, lungo disteso in un rigagnolo dello scarico fognario inesistente.

Mi svegliai a letto, mondato d’ogni male, eccetto quello interiore, un male subdolo, impossibile a lenire. Ancora risuonavano nella mia testa le parole dell’attore, quando ancora niente era accaduto: -If music be the food of love, play on give me excess of it, that, surfeiting, the appetite may sicken, and so die.- [3]

Viola smetti di recitare e suonami la viola. Interpretava sempre se stessa. Viola interpreta Viola. Accantonai quel fiore velenoso per dedicare il mio nascente interesse alla figlia dell’uomo che mi aveva raccolto per strada. Il destino è sempre impietoso ed i suoi scherzi sono spesso di cattivo gusto. Probabilmente ancora non mi ero ripreso, stavo sognando nel letto che non mi apparteneva, anche questa ragazza si chiamava Viola, ed io volevo urlare, ma com’era bella e come soffrivo, ferito ovunque, nella mente, nel corpo, nel tempo, si, volevo scappare, ma com’era gentile. Le tenevo la mano candida per parlare d’amore, quello che voleva ascoltare! Viola Barry [4] il nome che mi fece conoscere, un nome falso, un nome d’arte, un nome vero che non mi volle mai dire. Ma che importanza hanno i nomi quando l’oggetto dell’amore è tra le braccia, quando un’anima si affida alle attenzioni ed alle cure di un’altra anima persa e ritrovata. Era americana, venuta appositamente a Londra per lavoro, anche lei attrice … no, avrei pianto, non doveva dirlo, non a me, che sanguinavo ancora, che la ferita era aperta, probabilmente infetta e mi avrebbe ucciso. Spesso e volentieri i ragionamenti buttati lì assumono venature profetiche che non vorremmo mai avere stanato dall’ombra che ci segue durante tutta la vita. Quando affrontammo il tema teatro venni a sapere che adorava quel tipo di rappresentazioni e poi, quanto era brava e bella Viola, l’attrice che vestiva i panni di un uomo, vestendo l’inganno. Ah, che tortura, sentir parlar di Viola dalla sua omonima, e se la sapesse tutta che Viola è anche il vero nome di quell’attrice. Un incubo, era un incubo dal quale non riuscivo a uscire. Cercavo di mantenere il buon umore, cercavo di fare buon viso a cattivo gioco, cercavo di non essere me stesso! Il destino affondò le mani intere nelle mie ferite psicologiche un pomeriggio inoltrato d’inverno, era già buio e da quell’oscurità il destino mi venne incontro vestendo i panni d’una Viola inconsapevole della mia presenza.

Mi tornarono in mente i due uomini che vidi da vecchio, in un altro tempo, in un’altra epoca. Camminavano su una retta immaginaria, uno incontro all’altro, ognuno fermo nelle proprie convinzioni. Rimasero vis a vis per l’eternità.

Lei apparve come il sole all’alba, dal buio alla luce, lentamente, assumendo ogni gradazione e sfumatura di chiaro scuro e di colore. Era condotta per mano ad un giovanotto, non so nemmeno chi fosse, altezzosa, sprezzante. – Donna di mal’affare, troia maledetta – mi lasciai scappare dalla bocca e dal cuore ferito e su di lei m’avventai con rabbia fino a farmi trafiggere il cuore dalla lama d’un pugnale. Le mie braccia le cinsero il collo ed il sangue macchiò la veste ingombrante e variopinta per tutta la lunghezza della mia lenta caduta fino al suolo. Estrasse il pugnale dalla cinta del compagno puntandomelo contro ed il resto lo feci io, tutto da solo. Che cretino. Non l’avevo neanche notato da quanto ero accecato dalla rabbia. Mi dicevo sempre di non perdere la pazienza perché non sapevo cosa avrei potuto fare, ma non avrei mai immaginato che avrei fatto tutto da solo, bè, quasi! Scivolando via da lei le chiesi il perché e per tutta risposta seppi, insieme al suo veleno, che l’avevo fatta scoprire, che l’avevano cacciata dal teatro, perché a Londra le donne non possono recitare.

Quella vita terminò sulla punta delle dita di Viola. Una vita delle tante possibili a disposizione tra quelle infinite messe a disposizione dalla casualità. Dopo subentra sempre il destino, ma ogni strada tracciata ha sempre una scappatoia che non sempre riusciamo a vedere.

© Carlo Becattini

Note

[1] trad.: Quel che volete. Titolo di una commedia scritta da Shakespeare intitolata anche La dodicesima notte. Venne scritta tra il 1599 e il 1601. Il titolo allude alla festa della dodicesima notte (corrispondente all’Epifania) chiamata in questo modo per il numero dei giorni che trascorrono dal Natale fino alla festività. Fu rappresentata con certezza il 2 febbraio 1602 al Middle Temple Hall ed è stato ipotizzato che la prima assoluta sia avvenuta un anno prima, proprio il giorno dell’Epifania. Le sue origini letterarie derivano da Gl’ingannati, una commedia italiana allestita a Siena dall’Accademia degli Intronati nel 1531. [http://it.wikipedia.org/wiki/La_dodicesima_notte]

[2] Viola da Gamba interpreta il personaggio di Viola, una giovane ragazza che si camuffa da uomo per entrare a servizio del Duca Orsino. Viola da Gamba non dovrebbe recitare quella parte perché nel teatro recitavano solo gli uomini. Quindi Viola da Gamba-attrice, al pari della Viola-personaggio della commedia, si camuffa da uomo per poter avere il lavoro.

[3] trad.: -Se la musica è l’alimento dell’amore, seguitate a suonare, datemene senza risparmio, così che, ormai sazio, il mio appetito se ne ammali, e muoia.- Orsino, atto primo, scena prima, La dodicesima notte di William Shakespeare.

[4] Viola Barry, nome di battesimo Gladys Viola Wilson (Evanston, 5 marzo 1894 – Hollywood, 2 aprile 1964), è stata un’attrice statunitense, dell’epoca del cinema muto. All’età di soli dodici anni, lei scelse il nome d’arte di Viola Barry e iniziò un tour in Inghilterra per conto della compagnia Benson’s Shakespearean Company, grazie alla quale iniziò a diventare nota per le sue interpretazioni di eroine shakespeariane. [http://it.wikipedia.org/wiki/Viola_Barry]

Viola da Gamba (parte 4 di 8)

1 dicembre 2012

Luce abbagliante, forse un lampo senza tuono o un ricordo senza tempo.

Vienna 1871 d.C.

Passavo da Vienna in carrozza, un viaggio lungo e faticoso. D’affari! E’ comodo dire così, sembra sempre una scusa anche se è vero, comunque erano affari prettamente miei. Alla stazione di sosta ci fermammo per cambiare i cavalli e sgranchire le gambe. Sostituire gli animali e rifocillare gli esseri umani. La solita divergenza uomo-animale. Pecchiamo di presunzione ritenendoci superiori, in fondo non siamo così diversi da ogni altra bestia che popola il pianeta. Stessa scintilla vitale. Stesso desiderio di protrarla nel tempo. Stessa volontà riproduttiva. Cala il piede sul predellino, movimento rotatorio della testa, sguardo casuale: una donna di misero aspetto accattona per strada. Abiti dismessi, capelli lunghi tirati su e lasciati ricadere a ciambella, l’aria trasandata, uno sguardo conosciuto. Gli occhi sempre gli stessi, sempre lei: Viola! Poco lontano un’altra figura di donna attira la mia attenzione. Una signora elegante. Cappellino, ombrellino, civettuola ed interessante, cagnolino al guinzaglio, abito lungo, vita stretta. Pizzi e trine per ornarsi e sentirsi stringere dall’invisibile corsetto. Uno sguardo di sottecchi, furtivo, cospiratore, rasente la tesa del cappello, diretto al centro delle mie pupille dilatate: Viola! Esito tra il dubbio e la sorpresa ma con lei tutto è possibile. Il limite è per lei solo un altro modo di vedere la realtà, ossia il passaggio per varcare una porta ed entrare in un’altra vita. Non so chi chiamare, quale delle due avvicinare. Il cavallo nitrisce, si trova a poca distanza dalla mia testa e mi fa sussultare. I nostri occhi s’incontrano, sembra che faccia l’occhiolino o forse sbatte semplicemente le palpebre. Non indossa paraocchi e posso vedere chiaramente ed inconfondibilmente che si tratta ancora una volta di Viola. Ora la situazione rasenta il ridicolo ed aspetto che il cavallo parli ma non lo fa. Spinto dall’istinto e dall’esperienza mi dirigo verso la ragazza trasandata. Lo sguardo è dolce, sarebbe bella se non si trovasse in quello stato, la bellezza interiore trabocca dal suo essere e cancella ogni differenza sociale. E’ quel che accade sempre quando ritrovo Viola. La mia bellissima Viola da Gamba. Mi curo di lei che si gode le mie attenzioni. Riprendiamo vecchi discorsi lasciati lì da incontri precedenti o futuri. Nonostante lo stato in cui versa il suo aspetto ed il gracile fisico, non desidera niente da me, solo starsene al mio fianco e parlare/ascoltare le nostre voci che ci sono mancate.

Vienna 1925 d.C.

Mi chiede se ricordo una serata particolare trascorsa al Teatro dell’Opera, [1] lontana molte vite. Sapevo a cosa alludeva. Era la serata per la commemorazione del primo uomo ammesso a suonare in un teatro. Una delle tante emancipazioni degli uomini in un mondo gestito dalle donne. Ma questo accadeva molte vite fa. Fu la massima aspirazione ascoltare Viola Da Gamba suonare la viola da gamba sul palcoscenico del teatro gremito di persone. Sola, in mezzo alla scena vuota. Giochi di luce ed ombra. Abito lungo di seta nera. I capelli lunghi appena raccolti dietro la nuca ed adagiati sulla spalla destra per allontanarli dallo strumento.La pelle diafana delle mani e del viso: evanescenti attori stretti sull’archetto, artigliati sulle corde, atteggiamento estatico/mistico/amplesso. Le gambe larghe come le zampe di un granchio ad afferrare la cassa dello strumento e tenerlo saldo durante l’esibizione. Vibrazioni all’unisono col corpo. Suoni cupi, sorprendenti. L’incredibile sospiro della vibrazione/Viola. Quella sera nel programma ci furono i compositori tipici del repertorio per viola da gamba come Jean de Sainte-Colombe, Tobias Hume, Carl Friedrich Abel e Le Sieur De Machy. L’emozione fu così grande che pianse per oltre mezz’ora dopo la fine della esibizione ed ancora ne parliamo. Strinsi la gracile figura a me e la condussi lontano dalla via. Entrambi commossi per la rievocazione. Non le chiesi mai come aveva fatto a ridursi in quello stato e lei non ha mai provato il desiderio di dirlo. Venne con me, accompagnandomi nel viaggio d’affari, non prima di averle reso l’aspetto migliore che ogni donna porta nel cuore.

Non potei fare a meno, in tutto questo tempo, di notare un uomo che ci osservava attentamente da lontano. Il suo viso non mi era nuovo ma non riuscivo a ricordare dove l’avevo già visto. Pagò il cameriere, raccolse bastone e cappello dalla sedia vicina e si incamminò verso di noi, ci passò accanto e se andò, lasciandomi un pensiero.

© Carlo Becattini

Note

[1] La Staatsoper di Vienna venne costruita tra il 1861 e il 1869. Fu concepito in uno stile neorinascimentale che fu oggetto di violente critiche, anche da parte dell’imperatore Francesco Giuseppe. Il nuovo Teatro dell’Opera fu inaugurato nel 1869 con il “Don Giovanni” di Mozart. La Staatsoper di Vienna, uno dei teatri più prestigiosi al mondo, è uno dei primi palcoscenici lirici d’Europa. Sotto la guida di Gustav Mahler e poi di Richard Strauss, ha conosciuto periodi particolarmente brillanti. Chiuso nel 1944, l’anno seguente fu distrutto dai bombardamenti. Ricostruito in base al modello originale, il Teatro dell’Opera riaprì le porte solennemente nel 1955, qualche mese dopo il trattato che rendeva all’Austria la piena sovranità.[http://www.easyviaggio.com/austria/il-teatro-dell-opera-di-vienna-5617]

Viola da Gamba (parte 3 di 8)

29 novembre 2012

Monte Santo di Gorizia 1917 d.C

Ero in cima ad uno spuntone roccioso,[1] pisciavo sul nemico, giù in basso. Eravamo in guerra. Loro mi sparavano però me ne fregavo. Una voce, dietro di me, suggerì di rinfoderare l’arma. –Perché sprecarla per una guerra altrui?– Era lei, ancora una volta si materializzava in situazioni assurde. Era passato un bel po’ di tempo dall’ultima volta, oppure, chissà, forse non era accaduto. La sincronicità mi affascinava e spaventava al tempo stesso, come la sua presenza. Mi piaceva rivederla ma non in divisa, anche se era una semplice ausiliaria. La guerra è come il lavoro, la devi fare! A volte per necessità, altre per avere una speranza di sopravvivenza, altre ancora perché non te ne frega un cazzo. La guerra è la scusa da fornire alle generazioni a venire perché esse si sentano in dovere di farne altre, se occorre. Gente da immolare in nome dei morti precedenti. All’epoca, della guerra non m’importava ed in quella situazione di pericolo mi divertivo. La vita va vissuta ed io vivevo pienamente la mia, anche a rischio di perderla. L’euforia di esserci ritrovati, accompagnata dal ritmo incessante dei bombardamenti ci condusse presto a sdraiarci su una branda improvvisata. Solo una grezza tela militare ci separava dalla nuda terra. Ci rotolammo più volte uno sull’altra nell’impeto del gioco finendo per sporcarci di argilla. Un rapporto disperato sospeso sul mondo animale. Incuranti del combattimento, disprezzanti della vita e della morte urlammo l’amplesso tra i colpi di mortaio. Non so se qualcuno ci avesse visti, amici o nemici, ma quando sollevai la testa c’erano dei corpi straziati attorno a noi. Eravamo stati grandi, eravamo riusciti a diventare invisibili o forse avevamo il dono dell’immortalità. Cominciammo a crederlo veramente. Il nostro non era mai un addio ma un arrivederci.

Li ho visti, corpi nudi cercarsi, incuranti dei colpi di mitraglia e di mortaio. Correvo per fuggire alla falce della Morte. Incredulo scorsi un uomo ed una donna amarsi nel più totale abbandono. La realtà non li sfiorava minimamente. Li avevo già incontrati in passato, li avevo già notati in futuro. Li ho visti giovani e vecchi mentre il tempo rimestava i ricordi nel pentolone del Caos. Passai loro accanto inseguito da proiettili che volevano fare la mia conoscenza.

Praga 1970 d.C.

Facemmo una riunione tra amici, alcuni erano ancora vivi. Tra di essi c’ero anch’io. Camminavo sul Karluv Most. [2] La nebbia offuscava la vista della superficie della Moldava. Era freddo quell’inverno a Praga durante l’occupazione sovietica. Erano già passati due anni dalla Primavera. [3] Non c’era anima viva, tranne lei. Calpestavo le pietre grigie del ponte, scure per l’umidità e fredde come tutta l’aria che respiravo con difficoltà. Stavo per giungere sull’altra sponda quando la vidi incrociare il mio cammino lento e pensieroso. Viola, la chiamai col suo nome profumato. Ebbe un sussulto, non si aspettava di vedermi apparire come un fantasma. Comunque era lei ad avere un aspetto ultraterreno, spettrale riluceva d’argento alla luce della luna piena. Era come evanescente, parti del suo corpo si fondevano con la nebbia di cui sembrava essere composta. Anche la sua voce sembrava avere la consistenza del vento. Mi sorrise brevemente e scomparve. La chiamai più volte. La ragione propendeva per una allucinazione, l’anima era certa che fosse reale. Ma cos’è la realtà, com’è che ci appare e noi? Raggiunsi gli amici in un vecchio palazzo. Le stanze illuminate da candele e scaldate da grandi caminetti. Spettacolo magnifico. Ricchezza di arredi. In che epoca mi trovavo? Gli amici mi accolsero con calore, alcuni erano ancora vivi. Facemmo una seduta per evocare gli spiriti. Una volta la settimana avevamo preso l’abitudine di colloquiare ed evocare entità ultraterrene. Quella sera conduceva una famosa medium, M.me … non ricordo il nome. Nella penombra della stanza, luce rossastra tremolante sulle pareti, soffitto nel buio, i nostri volti assumevano connotazioni drammatiche e suggestive. A notte inoltrata eravamo ancora parte del cerchio, seduti tutti attorno al tavolo. Tutto procedeva benissimo. L’ultima entità chiamata era nella stanza. Una donna. Non potevamo vederla ma la sentivamo. Giocava con noi poi … mi riconobbe! Venne a me, mi baciò sulle labbra. Sentii il suo soffio sulla pelle mentre brividi mi percorrevano la schiena. Chiusi gli occhi per concentrarmi meglio. Il soffio si trasformò in labbra vive, avvertii anche un profumo che riconobbi. Emozionato e scosso rimasi ebete sottostando al suo volere. Ma potevamo incontrarci in quello stato? Sentivo il soffio sfiorarmi le guance, era una carezza! Avvertii qualcosa che mi passava sul collo, impercettibile, lieve e provai solletico sui fianchi al quale non seppi resistere e proruppi in una risata, dimenandomi per liberarmi da quella impressione. Lei era diventata giocherellona. Ebbi così la conferma che si trattasse proprio di Viola. Il suo spirito? La chiamai ancora una volta mentre rivedevo l’immagine evanescente incontrata sul Ponte. Volli provare a fissare un appuntamento, volevo stare con lei, però M.me … intervenne affermando che l’entità era già andata.

© Carlo Becattini

Note

[1] Il Monte Santo (681 m) è un monte sloveno, già in territorio italiano dal 1921 al 1947, a nord-est di Gorizia, che si trova nella propaggine meridionale dell’altopiano della Bainsizza, bagnato a sud-ovest dal fiume Isonzo, attualmente all’incrocio dei confini amministrativi degli insediamenti di Salcano e Gargaro del comune di Nova Gorica e dell’insediamento di Plava del comune di Canale d’Isonzo. Il monte deve il suo nome all’apparizione della Madonna alla pastorella Uršula Ferligoj di Gargaro avvenuta nell’ anno 1539. Il monte fu un importante obiettivo strategico durante la prima guerra mondiale, teatro di feroci battaglie. Dopo un combattimento aspro e sanguinoso, la Seconda Armata italiana fece indietreggiare gli austro-ungarici, conquistando la Bainsizza e il Monte Santo. Undicesima battaglia dell’Isonzo (17 agosto – 31 agosto 1917). [http://it.wikipedia.org/wiki/Monte_Santo_di_Gorizia]; [http://it.wikipedia.org/wiki/Undicesima_battaglia_dell’Isonzo]

[2] Il Ponte Carlo (in ceco Karlův Most) è uno storico ponte in pietra sulla Moldava, situato nella città di Praga, e collega la Città Vecchia al quartiere di Malá Strana; è forse il più famoso monumento della capitale della Repubblica Ceca. Misura 515 metri di lunghezza e 10 metri di larghezza.

[3] La Primavera di Praga è stato un periodo storico di liberalizzazione politica avvenuto in Cecoslovacchia durante il periodo in cui era sottoposta al dominio dell’Unione Sovietica, dopo gli eventi della seconda guerra mondiale. Essa è iniziata il 5 gennaio 1968, quando il riformista slovacco Alexander Dubcek salì al potere, e continuò fino al 20 agosto dello stesso anno, quando un corpo di spedizione dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati del Patto di Varsavia (ad eccezione della Romania) invase il paese. Si verificò una grande ondata di emigrazione, soprattutto verso i paesi dell’Europa occidentale mentre le proteste non violente furono all’ordine del giorno, tra cui la protesta-suicidio di uno studente, Jan Palach. La Cecoslovacchia rimase occupata fino al 1990. [http://it.wikipedia.org/wiki/Primavera_di_Praga]

Viola da Gamba (parte 2 di 8)

28 novembre 2012

Parigi 2037 d.C.

La gamba è Natura, come lo è la donna a cui appartiene. Ad una estremità il piede che la sorregge e dall’altra il centro dell’universo, dolore e piacere, fucina della vita. Solo la donna ne è capace, solo lei lo sa fare. Anche in questo caso, e parlo della gamba, la bellezza è di rigore. Una bella gamba è apprezzata da tutti, maschi e femmine. Chi vorrebbe vedere una gamba d’una vecchia o peggio di un uomo, tutta muscoli e peli per trarne profitto al fine di cogliere i proventi dell’ispirazione? La gamba mi rappresenta la donna ed è l’immagine che subito mi viene in mente, un po’ come quel che ho detto dianzi su Viola. Viola da gamba quindi è molto di più della rappresentazione poetico/misterica della donna/Natura. E’ uno strumento musicale. E se venisse suonato da una donna di nome Viola, la quale tenesse lo strumento sulle gambe, o tra le ginocchia per suonarlo come d’uopo? Non sarebbe forse l’apoteosi della poesia e dell’arte in tutti i sensi? Natura/arte che produce Arte/natura. Eh, che dissertazione memorabile quella in cui mi lanciai quel giorno, ignorando le velate proteste che lei intentava più per scherzo che per desiderio. L’umidità si fece strada attraverso gli abiti e noi ci avvicinammo di più per scaldarci. Erano così belli quegli alberi quasi spogli, i loro vestiti sparsi per terra in ogni dove, e noi due/uno vie di fuga di quella prospettiva poetica, pittoresca, autunnale, decadente, stupefacente, bella! Chi sono io per non ricordarmi di te?

Tornai sui miei passi, la via del ritorno, quella che riporta a casa alle tonalità di calori che i rapporti con i familiari e gli amici sanno dare. Bellissimo il viale, i colori, la stagione, il tramonto precoce. Erano ancora sulla panchina, stretti uno all’altra, quando passai nuovamente davanti a loro. Stavolta incrociai i loro sguardi che ricambiarono con un lieve sorriso ed un cortese saluto dal quale non potei esimermi con sottile piacere. La condivisione della cortesia con degli sconosciuti. Quelle parole, poche e sussurrate, ma già mi sentii più vicino alle loro anime e forse l’effetto fu reciproco. Non me l’aspettavo qui, in questa grande città, salutarsi come si usa sui sentieri di montagna. Ah, se gli esseri umani lo fossero, quanto avremo tutti da guadagnarci. Proseguii per la mia strada e li lasciai su quella panchina, al loro destino. Almeno lo credevo!

Firenze 1390 d.C.

-Chi sono io per non ricordarmi di te? – le dissi in un tempo antecedente al nostro incontro, quando mi trovavo in Italia, per l’esattezza a Firenze. Fu un segno. La guardavo allo specchio e vedevo me stesso. Il suo ricordo allo stato embrionale s’affacciava alla realtà come il bambino nella Madonna [1] di Munch, informe, fetale ma pur sempre vivo, reale come il sogno, ancora lontano dal centro della scena e fuori dalla cornice. Come era bella, enigmatica. Temevo la lentezza dei gesti e l’esitare della parola ma non seppi resistere e la seguii. Le parlai, invitandola a bere qualcosa. Il rifiuto mi cadde addosso grave con l’immediatezza che gli seppe dare. Gli occhi fiammeggianti. Le labbra piegate dal disappunto. Poi accadde qualcosa che le fece cambiare atteggiamento. Tutto merito mio? Cercavo d’indovinare cosa pensava di me, come mi vedeva. Ero curioso ma temevo d’averla già persa. Lei invece sapeva già tutto di noi. Fissammo un appuntamento per il pomeriggio seguente presso la Loggia della Signoria. [2]

Parigi 2037 d.C.

Due uomini camminano sulla stessa retta immaginaria, uno verso l’altro, ma ancora non lo sanno. Li vedo arrivare, assorti nei propri pensieri, ognuno certo di essere nel giusto, uno da destra e l’altro da sinistra. Stimiamo che si fermeranno pressappoco davanti a noi. Ancora si ignorano ma tra breve si vedranno. Capo basso. Uno rappresenta l’armonia, l’ordine delle cose, il freno che governa la Società, le regole dettate dall’uomo (ben diverse da quelle universali che non possiamo cambiare). L’altro rappresenta la libertà, il libero arbitrio, l’anarchia, il caos primordiale che ha generato il tutto, quello che contraddice ogni regola scritta dall’uomo. Quando arrivano uno di fronte all’altro si fermano, sguardi minacciosi, pensieri ostili, ognuno certo delle proprie convinzioni e deciso ad averla vinta ad ogni costo. Testardi, rimarranno così, immobili per l’eternità. Sono ancora lì/qui. La loro presenza silenziosa, immobile, perenne ci infastidisce. Riprendiamo la passeggiata non prima di averla aiutata ad alzarsi dalla panchina, una volta era galanteria, ora necessità. La vecchiaia è una brutta signora, tutta gentilezza e savoir-faire. E’ uno stato fisico, una condizione mentale, una dimensione in cui il tempo è talmente dilatato da sembrare procedere all’incontrario e molto lentamente. Si vive nella lentezza, anche i pensieri fluiscono lenti ma ormai niente e nessuno è più in grado di fermarci. Ci prendiamo a braccetto, fianco a fianco, intimi, complici, felici, riprendiamo quel cammino che avevamo interrotto ma non smetto di vagare tra i ricordi, con la voce sempre in funzione a scandire le parole che detto dal profondo dell’anima debordante.

Firenze 1390 d.C

Anche lei ricorda benissimo quell’appuntamento sotto le Logge della Signoria. Epoca gloriosa la Repubblica Fiorentina. Non ci eravamo ancora presentati ed il cuore ci batteva forte anche se non lo davamo a vedere. Le formalità non sono mai state il nostro forte. Eravamo noi, eravamo fatti così e questo era il massimo che potevamo aspettarci dall’altro. Che fortuna abbiamo avuto. Si chiamava Viola. Un nome bellissimo come lei, come colei che giaceva nei miei sogni. Ed il cognome faceva Da Gamba. Viola Da Gamba! Che meraviglia e che sorriso mi strappò la sua voce nel pronunciarlo. Avevo sempre desiderato avere una viola francese, ed ora, eccola lì/qui, davanti a me, con il suo vero nome ed i molteplici significati che potevo assegnare. L’ho amata da sempre, ancor prima d’averla incontrata ed ancor dopo averla perduta. La realtà era ben diversa ed il cognome, di origine spagnola, si traduceva in gamberetto. Viola del Gamberetto perdeva tutto il suo fascino ma non è mai corretto tradurre i nomi, è sempre bene lasciarli nella loro forma originaria per non ridicolizzarli e privarli dei poteri originari, quelli che individuano una persona in maniera definita e definitiva. Il nome è magico e la sua pronuncia ha il potere di evocare chi gli appartiene.

© Carlo Becattini

Note

[1] Madonna è una famosa opera dell’espressionista norvegese Edvard Munch. Ne dipinse cinque versioni tra il 1894 e 1895, in olio su tela. La figura nel dipinto sembra giovane ed è rappresentata sensuale (in senso erotico, esprimendo chiaramente un orgasmo) per mezzo della sua posa espressiva. Allunga il braccio portandolo dietro di lei ed inarcando la schiena. I suoi occhi sono chiusi, esprimendo modestia. Nella prima versione del quadro Munch racchiude la figura entro una cornice rossa, con spermatozoi che si muovono verso un feto. [http://it.wikipedia.org/wiki/Madonna_(Munch)]

[2] La Loggia della Signoria è un monumento storico di Firenze, che si trova in piazza della Signoria a destra di Palazzo Vecchio e accanto agli Uffizi, i quali vi si innestano sul retro con una terrazza proprio sulla sommità della loggia. Viene chiamata anche Loggia dei Lanzi perché qui si accamparono i lanzichenecchi nel 1527 di passaggio verso Roma. L’edificazione risale al periodo tra il 1376 e il 1382; la loggia serviva per ospitare al coperto le numerose assemblee pubbliche popolari e le cerimonie ufficiali della Repubblica fiorentina alla presenza del popolo, come quelle di insediamento delle signorie. [http://it.wikipedia.org/wiki/Loggia_della_Signoria]

Viola da Gamba (parte 1 di 8)

27 novembre 2012

Questo racconto è suddiviso in otto parti e sarà leggibile nella sua interezza nell’arco di otto giorni consecutivi a partire da oggi.

Vivere e cessare di vivere,
sono soluzioni immaginarie.
L’esistenza è altrove.
Andrè Breton (Manifesto del Surrealismo, 1924)

Parigi 2037 d.C.

Ci eravamo già incontrati una volta, da vecchi. Come dimenticare il suo sguardo? Se di lei rimanessero solo gli occhi la riconoscerei comunque. A quel tempo eravamo piuttosto avanti con gli anni. Parigi. Autunno inoltrato. Seduti sulla panchina del viale alberato. Tutto attorno, un magnifico tappeto di foglie. Avevamo fatto una passeggiata scandita dalla lentezza dei nostri passi traballanti da vecchietti. Ci tenevamo per mano.

Ero dietro di loro. Vederli mano nella mano mi ha sciolto di tenerezza. Due sconosciuti. Ma quelle mani, le stesse dei bambini che sono stati, la dicevano lunga su di loro e sui sentimenti che li tenevano legati da molto tempo. Li ho seguiti un po’ finché hanno deciso di sedersi sulla panchina. Li ho visti mentre si guardavano attorno, la gioia negli occhi, il desiderio di fare parte di quell’autunno in cui erano immersi e di cui, indissolubilmente, facevano parte. Ho proseguito il mio cammino lasciandoli soli.

Quella volta facemmo una lunga chiacchierata delle nostre, tutta incentrata sulla viola da gamba [1]. In verità fu un monologo, una libera composizione per associazioni di idee e pensieri automatici che uscivano liberamente materializzati e trasformati dal suono della voce. Lei parlava di Viola [2] ed io dissi – da gamba -. Si, proprio Viola da gamba. Su questa frase ambigua riflettei a lungo e mi persi su quel sentiero che esplorava nuove terre incontaminate. Una fontana zampillava e lei mi fece notare quel getto d’acqua verticale che ricadeva dopo essersi incurvato e finiva per mescolarsi con l’acqua della vasca. Quella era la fonte da cui scaturivano i nostri pensieri e che finivano per subire la stessa sorte del getto d’acqua. [3] La profondità di quel pensiero mi sorprese e mi rapì a lei ed al tempo. Ma era abituata alle mie pause. Ai silenzi. Dissi: -Viola! che bel nome.- Lo associavo a tanti volti di donna sempre giovani ma di età differenti, tutte belle. Chi è che vuole godere della bruttezza? Quei volti erano giovani e belli e tutti associati a Viola a causa dell’assonanza con la bellezza profumata dell’omonimo fiore. Tutti doni della Natura: Viola-ragazza e viola-fiore. Dissi: -Viola!- e subito dopo: -da gamba!- Volendo fare un giochino di parole tra il nome di ragazza/fiore e lo strumento musicale altresì chiamato viola francese, quello con sette corde, tanto per intendersi. Lei, che ancora mi teneva per mano mi guardò negli occhi, erano un po’ acquosi, caratteristica di questa età, ma in essi brillava una luce interiore intensa che me la faceva vedere come quando l’avevo conosciuta. Sorridendo lievemente ricordò la bellezza della musica barocca che tanto avevamo condiviso, parlandomi ancora una volta dei compositori più amati, come: Monsieur de Sainte Colombe, Marin Marais, Telemann e Arcangelo Corelli. Dopo questa bella parentesi evocativa la riportai sulla retta via esponendo le mie considerazioni sulla gamba.

© Carlo Becattini

Note

[1] La viola da gamba è un cordofono ad arco dotato di norma di sette (viola francese) o sei corde (viola inglese, normalmente usata per lo studio) intonate per successione di due quarte. Ha indicate sulla tastiera le distanze intervallari di semitono attraverso la posizionatura trasversale di corde di budello animale (la cosiddetta tastatura), comunemente chiamati legacci. Le dimensioni reperibili – e, di conseguenza, le possibilità di estensione melodica – sono numerose, dalla viola soprano (la più piccola) al contrabbasso di viola (o violone), passando per la viola contralto, la tenore e la bassa (in ordine crescente di dimensioni). La viola da gamba più usata come strumento solistico è quella bassa. Lo strumento musicale, in base al formato, è collocato sulle o tra le ginocchia; l’archetto, sostenuto dal di sotto, sfrega le corde con un fascio di crine di cavallo. [http://it.wikipedia.org/wiki/Viola_da_gamba]

[2] Viola è un nome augurale che si richiama all’omonimo fiore (sebbene non sia del tutto escludibile un riferimento al colore che è peraltro mutuato dal fiore stesso); etimologicamente, il termine deriva dal greco ιον (ion), “viola”, “fiore blu scuro”. Condivide il significato con Ion, Iole e Violante, che derivano dalla stessa radice, e con l’ungherese Ibolya. La forma inglese Violet godette di una certa diffusione in Scozia a partire dal XVI secolo, ma si diffuse in inglese solo dal XIX. La forma italiana divenne invece nota in Inghilterra grazie al personaggio così chiamato nell’opera di Shakespeare “La dodicesima notte”. [http://it.wikipedia.org/wiki/Viola_(nome)]

[3] Descrizione ispirata da una frase di Andrè Breton nel suo libro del 1927 intitolato Nadja, Einaudi 2007: “Davanti a noi sgorga uno zampillo del quale sembra seguire la curva. -Sono i tuoi pensieri e i miei. Guarda da dove partono tutti, fino a dove si innalzano e come è ancora più bello quando ricadono. E poi subito si fondono, sono ripresi con la stessa forza, di nuovo è questo slancio spezzato, questa caduta … e così senza fine.- Io grido: -Ma, Nadja, com’è strano! Da dove la prendi questa immagine che si trova espressa quasi nella stessa forma in un libro che non puoi conoscere e che io ho appena letto?-

L’assenza

15 novembre 2007

Come ogni mattina si alzò dal letto: gesti secolari, reiterati nel tempo!
Come ogni mattina, avvertì pesantemente la solitudine di cui soffriva da una vita.
Esigenze fisiche ed abluzioni, cura del corpo, bisogni primari.
La casa era vuota e fredda.
Rabbrividendo si diresse in cucina per la colazione.
Davanti alla tazza fumante ed al primo notiziario con le ultime notizie: sempre le stesse, si sentì ancora più solo.
Rimuginava sulla propria vita dove niente sembrava avere un senso, una logica. Credeva seriamente di aver sprecato tutte le sue occasioni e non vedeva possibilità di riscattarsi.
Rassegnato, si preparava inconsciamente all’unico evento certo del futuro: la morte.
Lui apparteneva ad una generazione di transizione ed era cosciente di questa particolarità. Era vissuto a cavallo tra due secoli, in un’epoca anch’essa transitoria. Aveva perso tutti i grandi momenti storici che erano accaduti prima della sua nascita e non ne aveva vissuto nessuno degno di nota.
Rimpiangeva la gioventù, tutti quegli anni in cui si sentiva al disopra di tutto e tutti, ignorando la realtà della vita, ciò che sarebbe diventato, ma soprattutto senza rendersi conto che stava vivendo i suoi anni migliori. Quando se ne accorse era oramai troppo tardi. Tutto era perduto.
Era solo e la solitudine l’accompagnava dalla nascita. Credeva fosse solitudine, ma soltanto ora si accorgeva che si trattava di assenza. Si, proprio così: l’Assenza! quella dei suoi avi, di coloro che, a ritroso avevano creato la linea invisibile che si chiama discendenza. Tutti coloro che non c’erano più.
Anche quel giorno era stato al lavoro, aveva sbrigato le incombenze quotidiane, ed ora, nuovamente solo nel vuoto della casa riprese il corso dei pensieri lasciati al mattino, davanti alla tazza del caffè, come se avessero atteso pazienti il suo ritorno, per ricominciare a tormentarlo o se non altro, per continuare a farlo pensare.
E così, seduto scompostamente sul divano, con lo sguardo rivolto al soffitto passava in rassegna quella piccola folla di antenati conosciuti, sapendo benissimo trattarsi della punta di un iceberg, e che sotto il livello del mare giacevano tutti quelli sconosciuti, che erano la maggioranza.
Provava una profonda tristezza per quelle persone dimenticate da tutti, per tutte quelle vite ignorate. Le gioie, i dolori, la vita quotidiana, il lavoro, il carattere, l’amore, le prime esperienze, le conquiste e tanto altro, tutto quello che concorre a formare la vita di una persona, la sua esistenza, tutto perso, irrimediabilmente perso e dimenticato. A questo punto il sentimento si trasformava in angoscia e disperazione. Avrebbe voluto piangere, gridare, ribellarsi, ma a chi?
Erano tutti morti e l’avevano lasciato a vivere da solo. La paura maggiore era quella del suo momento, quando egli avrebbe dovuto lasciare la vita per… Ma non temeva tanto quella sparizione, quella eliminazione fisica in cui la terra si sarebbe riappropriata del suo corpo, trasformandolo in vita per gli altri, ma l’attimo in cui il proprio corpo avrebbe cessato di vivere. Quell’attimo era stato sognato tante e tante volte che quando gli sarebbe toccato per davvero, forse, avrebbe anche potuto fare dei paragoni e distrarsi.
Credeva di impazzire a volte, sempre chiuso in se stesso ad immaginare la propria morte.
Poi il sonno mescolava le carte e lui rimaneva addormentato sul divano per buona parte della notte, quando infreddolito e dolorante, si sarebbe trascinato fin dentro le coperte del letto, con lo stomaco vuoto (un’altra assenza, quella del cibo) e con nelle orecchie l’eco lontana della sveglia che dopo poco avrebbe suonato.
Ligio al dovere, comincerà il nuovo giorno smoccolando ed imprecando a voce alta il proprio dissenso: parole che si perderanno nel vuoto della casa.

© Carlo Becattini

Memorie di un medium

2009

Ricordo un certo Manlio, desideroso di rivedere il giardino più famoso della città.
L’accontentammo, evocandolo furtivamente in quel giardino, seduti su una delle panchine di pietra.
Volle fare un giro completo e noi l’accompagnammo.
Quando se ne andò era felice e da quel giorno non lo sentimmo più.
Quella è stata la prima volta che ho visitato il giardino che non conoscevo.

Prima delle sedute ci concentravamo invitando l’occasionale entità che aveva desiderio di comunicare con noi.
Dovevamo essere sempre attenti perché c’era l’eventualità di ricevere uno spirito burlone che avrebbe potuto combinare dei guai.
Mi è capitato alcune volte di trovare la camera al risveglio con oggetti e mobili spostati e/o con le luci accese, questo perché qualche spirito era rimasto in casa.

L’unica apparizione di un fantasma che mi è capitato di vedere non è avvenuta durante una seduta ma per le scale di casa, quando ero da solo, a sera inoltrata.
Io salivo e lei scendeva, ragazza alta, giovane, molto magra, eterea, coperta da un velo trasparente, luminescente nella penombra delle scale.
Mi fermai impietrito, cosparso di brividi da capo a piedi, e lei scese tutta la rampa di scale come se scivolasse su di esse, mi passò davanti sfiorandomi e poi scomparve.
Rimasi ancora per un po’ immobile a riflettere su quel che era successo, la paura era svanita, mi sentivo sereno.

Una volta, in visita al un piccolo cimitero annesso all’abbazia, ci venne in mente di evocare qualcuno dei giovani ospiti, ci concentrammo come sempre e accadde qualcosa di strano.
Il tempo già da un po’ era volto al brutto con neri nuvoloni minacciosi, si alzò un vento molto forte proprio in quel momento e fummo colpiti da manciate di ghiaino che ricopriva i vialetti del cimitero assolutamente deserto.
Quella volta sì che avemmo paura.

Ovviamente non evocavamo sempre la stessa entità, il più ricorrente era il nostro spirito guida ed a lui ci affidavamo ciecamente, certi che, anche quando non ci radunavamo, era sempre al nostro fianco per guidarci anche nella vita.
Arrivai a credere col tempo che il mio spirito guida non fosse altro che io stesso che mi manifestavo, e per molti anni a venire restò vivo e presente nella mia mente, consigliandomi e guidandomi tra le difficoltà della vita quotidiana.

Un giorno durante una seduta uno di noi cadde in trance.
Non avevamo la situazione sotto controllo e non ho più ben chiaro come accadde, ma sono certo che lo facemmo di comune accordo.
Eravamo i soliti del gruppo e dopo una impegnativa concentrazione riuscimmo ad indurre in uno stato di trance il nostro amico L che si era offerto come volontario.
Ci spaventammo molto ma rimanemmo saldi ed uniti, consci del pericolo e di ciò che stavamo facendo.
Non riuscimmo a comunicare con alcuna entità perché eravamo troppo presi a salvaguardare il corpo di L che adagiato sul letto si contorceva, smaniava e sbavava.
Si agitava come se fosse pervaso da scosse elettriche.
Era veramente impressionante.
Una parte di noi si prodigò affinché L non si facesse del male sbattendo involontariamente da qualche parte mentre gli altri mantenevano la concentrazione.
Ero dubbioso e mi ponevo infinite domande che non trovavano risposta.
Non sapevamo come aveva avuto inizio quel fenomeno e tanto meno non sapevamo come farlo cessare.
Infine andò tutto bene ma ancora sono pervaso da un senso di sgomento se ci ripenso.
L ci raccontò che durante il trance era venuto a conoscenza della propria morte che lo avrebbe colto a breve.
Rimanemmo di sasso e non osammo chiedergli altro.
Non ha più voluto fare parte del gruppo né partecipare alle riunioni … ma non è neanche morto!

La luce tremolante delle candele mantiene aperto un varco di luce nel buio denso della stanza sensorialmente menomata.
Sono rilassato.
Osservo l’indefinito attorno a me: i volti degli amici, la cera che cola lungo la candela fin sul legno del mobile che si confonde con la parete, il tavolino attorno al quale sediamo in silenzio.
Percepisco i nostri respiri lenti e profondi che scavano nelle profondità dei nostri pensieri convergenti.
Il tocco delle nostre dita trasmette freddo e umidità: sensazione spiacevole ma rassicurante al tempo stesso.
Chiudo gli occhi, mi concentro.
Tutta la mia attenzione è rivolta dentro e sprigiono tutta la mia forza psichica verso l’esterno, dove si unisce a quella dei miei compagni.
Tutti insieme diamo vita ad una entità capace di dialogo ed interazione con noi.
Ognuno la invoca, la chiama, desideroso ed impaziente di sentire la propria mano catturata dal flusso d’energia.
Non ho concezione del tempo.
Tutto è oscurità ed attesa, mistero e desiderio.
Voglia di conoscenza, di una visione superiore, di varcare la soglia, di dare un senso alla vita credendo nei misteri che piegano l’uomo alla credenza, al rito, alla religione.
Sono cosciente del potere che ho scoperto di avere, un dono fantastico.
Ogni giorno lo sento crescere in me caricandomi d’energia e forza.

© Carlo Becattini