Il recinto

2016-06-23 Caspar David Friedrich - Plowed Field (particolare sfocato) - 1830
Caspar David Friedrich – Plowed Field (particolare sfocato) – 1830

(19 novembre 2003 – n° 949)

Pali piantati nel terreno
in attesa della rinascita
che non avverrà.

Strumenti dell’uomo
seriali
sfocati dalla nebbia
si rincorrono
statici sul prato.

Carezzati dallo scattante
scivolare della rugiada,
ma rassegnati nel subire
la lenta decomposizione,
immobili tacciono
preda delle intemperie.

© Carlo Becattini

Alba su Marte

Effusioni 110517 col3
Disegno personale – Senza titolo – 2017 – Tecnica mista: inchiostro su carta, colore virtuale

(1 agosto 2003 – n° 948)

L’erba oscilla e fruscia
scossa dal vento,
come la mia mente si perde
di fronte al rosso delle zolle,
pendici scoscese dell’immane
montagna di ruggine che ci sovrasta.

Ormai anche io sono stanco
come questo pianeta antico,
ed il mio corpo traballa
sui quattro arti non più forti,
chissà perché abbandonammo
la posizione eretta.

Il sole è ormai sorto
e la seconda palpebra
con lento movimento si chiude,
scorrendo orizzontalmente
per offuscare la debole luce,
per me tanto forte da
offendere la mente,
così luminosa da offuscare
il passato.

© Carlo Becattini

Etereo

Astratto 6 260517 col
Disegno personale – Astratto – 2017 – Tecnica mista: inchiostro su carta, colore virtuale

(30 luglio 2003 – n° 947)

Viaggiavo con la mente
su questo pianeta
che non mi rilascia.

Il rosso della sua terra
sgretolava iconografie classiche
e si rifletteva sul mio volto etereo.

© Carlo Becattini

Tra ricordi e puttane

27 ottobre 2010

Che bellezza aprire la posta e trovarti rannicchiata tra il ricordo e l’intenzione, tra l’emozione ed il sentimento, come colei che ha bisogno di versare un po’ di lacrime per sentirsi viva, ma già lo facevi circa trent’anni fa.
Piacciono anche a me quelle poesie, sono le mie creature ma le ho rilette volentieri, ecco la prova che a volte l’ispirazione non è indispensabile.
Se stasera sono qui è (perchè ti voglio bene, è perchè tu hai bisogno di me, anche se non lo sai… diceva la canzone di Tenco) per raccontarti del mio ritorno a casa, il solito viaggio, la solita strada, (bianca come il sale, il grano da crescere, i campi da arare… diceva un’altra canzone di Tenco) ma stavolta di notte, con altri pensieri.
Il buio della notte, freddo pungente, il riscaldamento dell’auto in funzione, le luci interne simili a tanti led colorati, le luci esterne invece spianano la strada.
Stranamente stasera non c’è nessuno per strada e guido nella più assoluta tranquillità tornando a casa dopo un giorno di lavoro.
La mente è sgombra dai pensieri inquinanti e vaga sollecitata da ciò che percepisco attorno a me. Musica, è sempre lei che mi guida e stavolta indirizza i miei pensieri alla prima metà degli anni ottanta quando questa musica da discoteca era quella del momento, quella che tutti ballavano ed anche noi l’abbiamo fatto, perchè siamo anche andati insieme in discoteca, e mi sono soffermato a riflettere cercando un ricordo appropriato, ma non l’ho trovato.
Sì facendo ho scorso un campionario dei nostri incontri e l’ho diviso a gruppi: quelli al piano bar, in discoteca, in camera tua, a casa mia, al cinema, in auto, a passeggio per la città, al ristorante, ed altri, ovviamente la mente ci mette un attimo a fare queste considerazioni, mentre scriverle diventa lungo e noioso.
Mi sono soffermato su alcune tue immagini, come quella dove stai con le mani dietro la schiena e ti appoggi alla finestra di camera, sei vestita elegante con un abito scuro, la gonna sopra il ginocchio, calze nere, mi parli, ed io, che m’imprimo la tua immagine indelebilmente nella memoria, sono davanti a te.
La musica intanto è cambiata ma il genere è lo stesso, mi delizia e mi aiuta a passare da un pensiero all’altro come anelli di una catena che può spezzarsi in ogni momento o prendere direzioni diverse, le più disparate, non c’è nulla di più incerto delle associazioni d’idee.
Sono rimasto un po’ a spaziare nella tua camera, il tavolino accanto alla finestra, il letto dove sedevamo spesso ad ascoltare musica e raccontarci tante cose belle, le casse dello stereo in alto sull’armadio a ponte sopra il letto, ancora altre immagini di te, con il vestitino verde, quello corto corto di cui abbiamo parlato, poi sai, gira e rigira, i ricordi son sempre quelli e fanno sempre piacere. Mi sono ritrovato a sorridere tra me e me, sereno, rilassato, sono alle porte di Firenze, Peretola e poi Viale Guidoni. Il buio è sfrondato dall’illuminazione pubblica ed il traffico è un poco più vivace, tutto intorno un gran puttanaio.
Si, hai capito proprio bene, in questo punto della città è pieno di puttane e la mente parte per la tangente a fare altre considerazioni.
Trenta anni fa andavamo a fare il classico “puttan tour” e lo si faceva nel centro della città a tarda notte, ora invece le puttane stanziano dai benzinai (o dovrei dire pompe di benzina con i doppi sensi del caso), self service della periferia, e ad un’ora nemmeno tanto tarda.
Anche fisicamente sono molto cambiate, oggi sono alte, magre, vestite con stivaloni e calzamaglia che lascia vedere le forme (potrei cadere sullo scurrile e raccontare di grandi culi che non sono certo italiani).
Tutto questo mi ha incuriosito a livello storico e statistico ma che squallore, quanto sono miseri gli uomini che si lasciano guidare solo dall’istinto e dal sesso, e quanto ci sanno fare le donne per adescarli (poi certamente ci sono altre storie ed altre situazioni, ma ora voglio solo generalizzare).
Pensavo che sono proprio contento di non essere mai stato con una di queste donne in tutta la mia vita, e pensare che si sono anche presentate delle occasioni con gli amici, persino con il babbo che quand’ero più giovane, a quanto pare, si preoccupava di farmi perdere la verginità, una cosa che ora mi fa sorridere.
Ho ripensato a quella volta quando eravamo a Napoli, in un albergo vecchio stile per non dire decadente e pieno di puttane (l’hanno chiuso l’anno seguente), e lui mi ha chiesto se volevo andarci. Ho rifiutato dicendo che non mi interessava, a dire la verità mi facevano anche un po’ schifo quelle donne grasse, vecchie e volgari… ero ancora un ragazzino.
A volte devono essere i figli ad avere un po’ di sale in zucca!
E così via, di ripensamento in ripensamento, tra un collegamento mentale ed un altro sono arrivato a casa.
Certo, tutto ciò che ho scritto non rende la benchè minima idea di quelli che erano i miei pensieri e le mie associazioni mentali che purtroppo sono andate a sfaldarsi con la cena in solitaria, data l’ora tarda. Dopo tanto sono contento di aver avuto ancora l’occasione di ospitarti nei miei pensieri con rammarico per la telepatia che a volte (e con l’età) si sta rivelando una utopia, ma non è detta l’ultima parola. Che altro scriverti adesso che la mezzanotte è passata da un’ora e un quarto non so, quindi sigillo l’ennesima bottiglia e la scaglio in mare, prima o poi ne leggerai il messaggio, sempre che io non sia morto prima, su questa isola deserta.

© Carlo Becattini

Senza tempo

Un sogno 220417 col
Disegno personale – Un sogno – 2017 – Tecnica mista: parole e inchiostro su carta, colore virtuale

(27 luglio 2003 – n° 946)

Niente più ricordi,
solo presente in ogni suo istante,
un presente infinito fatto di momenti,
segmenti, tratti, rette, punti.

Il presente di ogni mio istante,
fotogrammi di me,
cellule della mia esistenza,
di questa fisicità forzata.

© Carlo Becattini

L’uccellino

17 maggio 2012

cù! … cucù! … cucù! … l’uccellino si affacciava alla finestrina della sua casetta e … cucù! … cucù! Era incapace di parlare, non sapeva pronunciare altre parole se non cucù … cucù, però aveva imparato a pensare, tanto aveva tutto il tempo che voleva. Cucù, cucù e pensava, cucù e pensava che era in debito col falegname che lo aveva messo al mondo per la buona qualità del legno e per quel pizzico di magia con cui l’aveva animato, si sentiva anche in debito con l’orologiaio che gli aveva dato una casa … cucù, cucù … Pensava inoltre di essere lui l’orologio, anzi, lo rappresentava, faceva da mazziere come alla corte del Re. Uno, due tre colpi in terra con la mazza a cui seguiva l’annuncio: cucù, cucù, cucù tante volte quante erano le ore. L’uccellino si sentiva il tempo, era lui che lo scandiva, era lui che annunciava agli esseri umani l’ora … e loro ne andavano matti perchè facevano tutto in funzione del tempo, la loro vita era scandita dal suo canto. Questo fatto faceva sorridere l’uccellino mentre pensava tra un’ora e l’altra. Un giorno decise che che se lui era il tempo allora poteva fare tutto ciò che voleva, l’umanità intera doveva obbedirgli perchè lui era il Dio del Tempo ed aveva il potere di usare ed abusare a suo piacimento. Cominciò così a mutare il suo canto, una sorta di contro canto, quasi jazz, note in libertà, scomposizione della melodia. Sì facendo mandò nel caos il mondo degli uomini che ad ogni nuovo cucù sembravano impazzire sempre di più. Non so se la storiella finisce qui, se c’è una morale o se è semplicemente amorale o persino immorale, rimane il fatto che l’uccellino si prese gioco dell’umanità.

© Carlo Becattini

Incorporeo

Riproduzione 210417 col
Disegno personale – Riproduzione – 2017 – Tecnica mista: inchiostro su carta, colore virtuale

(23 luglio 2003 – n° 945)

Nudo
senza corpo
eterno.
Vorrei rinunciare
al richiamo vitale
del volatile annidato tra le gambe
che non vola ma ci illude
non cinguetta ma ci droga
fottendoci col piacere
rovinando gli anni migliori.
Vorrei rinascere asessuato
rinascere senza corpo
rinascere libero
entità cosmica
particella pulviscolare
plasma stellare
latte cosmico
sperma universale.

© Carlo Becattini

Introspezione

Spazialità 120517 col
Disegno personale – Intrecci casuali del destino – 2017 – Tecnica mista: inchiostro su carta, colore virtuale

(16 luglio 2003 – n° 944)

Quando ero piccolo
mio padre voleva che fossi
un omino carino, educato,
insomma: un coglione,

e per questo mi coccolava
con forza e prepotenza,
ed io mi piegavo
come un fuscello nel vento,
e mi spezzavo
come un ramoscello calpestato,

ormai ero arrivato,
ero diventato come mi voleva lui:
un coglione.

Quando ero piccolo
mio padre mi voleva così tanto bene
che il suo amore mi ha soffocato,
piegato, annientato, distrutto.

Ed io … che coglione … ricambiavo
quel suo amore prepotente,
ma non avrei mai saputo come fare
per renderlo più grande del suo.

Non potevo fare, ne desiderare,
a fermarmi sempre le regole,
i comportamenti, gli orari,
le scadenze, gli impegni, il dovere.

Però gli volevo bene, era il mio babbo.

Quando ero piccolo mi portava con se,
andavamo a spasso insieme
per divertimento e per lavoro,
era fiero di suo figlio.

Invece mi chiedevo
come potesse esserlo,
se ero così pieno di complessi
da non sapere più chi fossi.

Quando ero piccolo non avevo
paura del mondo e della vita e del prossimo
e di tutto quello che esiste
e di tutto quello che interagisce.

Solo l’amore,
il grande amore di mio padre
mi ha reso talmente infelice
da non desiderare mai più
di essere un bambino.

© Carlo Becattini

Oltre misura

2016-09-26 Nikolaos Gyzis - The Spider - 1884
Nikolaos Gyzis – The Spider – 1884

(16 luglio 2003 – n° 943)

Non voglio che
un politico qualunque
decida il nostro futuro.

Non voglio sentirlo mai più
quel nome che prepotentemente
fa rima con coglione.

Non amo questo popolo
che ha permesso tale affronto
all’umana decenza.

Solo l’idea che il nostro futuro
possa essere deciso dagli opportunisti
mi tormenta risvegliando l’ulcera.

La grande smania mi prende,
una smania enorme di fare,
perché non ne posso più.

© Carlo Becattini

Forme

 

2016-06-22. Emil Nolde Reclining Female Nude c.1931-35
Emil Nolde Reclining Female Nude c.1931-35

(6 luglio 2003 – n° 942)

Sinuose
come bisce d’acqua,
scivolano lentamente
nella seconda pelle
come un guanto a fasciarle,
cingendo loro i fianchi
in una piacevole morsa.
S’insinua
e si tende la stoffa a separarle
in due personalità identiche.

© Carlo Becattini