La stella

2013

Ci piaceva stare a guardare la volta celeste nel buio della notte.
Guardavamo tutte quelle stelle e la Via Lattea che disegnava il proprio tracciato nell’oscurità.
Lo facevamo stendendoci tutti per terra, disponendoci a raggiera con le teste vicine una all’altra, raggruppate nel fulcro della ruota.
Visti dall’alto sembravamo una stella, un corpo unico di carne le cui parti erano tutte in piena armonia e sintonia tra loro.
Immaginavamo di essere una stella anche noi e di ascendere alla Via Celeste per brillare per sempre nel buio dello spazio.
A volte parlavamo, altre stavamo in silenzio, spesso ci prendevamo per le mani e le stringevamo.
Il contatto fisico era molto importante.
La nostra stella si trasformava così in ricamo, una sorta di fiocco di neve, una trina.
Uniti per le mani, per i piedi, per la testa, con il pensiero concentrato e proiettato verso l’alto aspettavamo il momento in cui quel pensiero unico sarebbe ricaduto su tutti quanti o, caso eccezionale, su uno solo di noi.
Ho visto donne urlare e disperarsi, gioire e ansimare, vittime di piaceri violenti e ripetuti.
Anche a me è successo una volta.
Un unico pensiero proiettato da tutte loro mi colpì ricadendo, carico dei loro desideri inconfessabili e più reconditi.
Entrò in me a fondo passando da un chakra all’altro, mescolando le energie e vibrando all’unisono, come il suono di tanti diapason colpiti nello stesso istante.
Tutte quelle vibrazioni ci stordirono, sconvolsero, ed io che mi trovavo nel centro di quel caos che non so come definire, sono morto e poi rinato con la sola forza del pensiero.
A volte il pensiero non era sufficiente a placare la sete del desiderio, allora qualcuno s’inoltrava lungo l’impervio cammino dei sensi lasciando che il filo di lana si spezzasse.
Non c’erano tabù e si trovava sempre qualcuno misericordioso che veniva in soccorso.
Si trattava di calmare la tempesta prima che facesse danni.
La quiete che ne seguiva giovava sempre a tutti.
La nostra energia vitale era potente e sapevamo convogliarla a dovere.
Ormai dopo una vita trascorsa assieme tutto era facile.
La stella si scomponeva assumendo configurazioni differenti, a volte geometriche, altre astratte, ma le mani cercavano sempre di stringere altre mani, per quanto possibile, per non perdere il contatto con la comunità e la comunione trascendentale che riuscivamo ad instaurare.
Poi il sonno ci coglieva e la nostra realtà si trasformava subito in sogno dove continuavamo ad agire sopra un altro piano dell’esistenza.
Più di una volta mi è accaduto di raggiungere Athena proprio mentre mi trovavo in quello stato di rilassamento fisico e psichico.
Athena mi accoglieva tra le sue braccia e m’invitava a riposare insieme a Lei.
Allora mi appoggiavo al suo corpo e nel sogno dormivo profondamente.

© Carlo Becattini

Intimità

2013

Quando la Civetta mi consegnò il pezzetto di filo di lana seppi che Athena aveva accettato la mia proposta e che era pronta per il gioco.
La raggiunsi nella sua stanza.
Più che una stanza sembrava l’interno di un tempio dell’antica Grecia.
C’erano colonne ovunque.
Al centro un letto, grande, spazioso, su cui giaceva la Dea rigidamente distesa, completamente vestita.
Sembrava pronta per il suo funerale invece che per un gioco amoroso.
L’intreccio dei lacci di cuoio dei sandali le saliva fin sopra i polpacci ed aveva il corpo coperto dal peplo che lei stessa aveva tessuto con arte sapiente, le spalle erano avvolte da uno strano scialle con le frange.
In testa aveva l’elmo completamente calato che in quella posizione doveva darle anche noia.
Aveva posato lungo un fianco la lunga lancia e sul proprio corpo lo scudo.
L’immagine era d’effetto per scenografia e bellezza.
Athena celebrava se stessa rilucendo tutta di vita e d’oro ma era certa di quel che stava facendo?
Nel vederla quasi scoppiai a ridere ma ebbi la forza di trattenermi.
Possibile che non sapesse proprio niente in fatto d’amore e di incontri con gli uomini con cui avrebbe giaciuto, anche se in modo particolare, come nel nostro caso.
La sua purezza mi disarmò e mi fece tenerezza.
Era proprio come credevo che fosse e volevo stare con lei proprio per quel motivo.
Sinceramente non m’importava un granché di avere un rapporto fisico con lei, anche se mi sarebbe piaciuto farle provare quelle sensazioni sconvolgenti e travolgenti che sarebbero scaturite nel fare il gioco del filo di lana, un gioco innocente, tutt’altro che fisico anche se incentrato sul desiderio.
Mi avvicinai, le presi la mano che teneva posata sull’asta della lancia, la baciai e l’invitai ad alzarsi.
Lei, che già tutto sapeva si tirò su, tolse l’elmo e mi sorrise, guardandomi con i suoi grandi occhi azzurri che mi portarono definitivamente alla ragione.
Anch’io le sorrisi, ci guardammo dentro e fu come se fossimo entrambi nudi.
Non potevo perderla.
Ci abbracciammo con il fragore dello scudo che cadeva a terra.

© Carlo Becattini

Essere/i umani

2013

Ogni donna abitava nella propria casa, io risiedevo nella loro mente.
Ero la parte maschile che in loro stazionava, invisibile, silenziosa e paziente.
Ero l’amico, il consigliere, il padre, l’amante, il figlio.
Ero la voce nelle tenebre, il brivido che attraversava la schiena, il lupo cattivo, la mano forte che porgeva la rosa ma anche le spine.
La donna aveva una concezione interiore del proprio universo, della propria esistenza, contrariamente all’uomo che era totalmente predisposto verso l’esteriorità, la superficialità.
La donna era profonda, cosciente, responsabile perché era nella sua natura e nella sessualità ritrovava la propria essenza.
Non dissimile era l’uomo anche se parimenti antitetico.
La forma e la conformazione dei rispettivi sessi rifletteva la mentalità e la concezione interiore degli uomini e delle donne.
Questa soltanto era la differenza che li distingueva che li separava ma che indissolubilmente li univa e attraeva.
Poli opposti. Giorno e Notte. Sole e Luna. Pene e Vagina. Dare e Prendere. Usare ed essere usati.
La Natura la sapeva lunga e vinceva sempre, ma a volte trovava qualcuno che la sfidava e non accettava il suo gioco.
Vincendo la Natura l’emozione si moltiplicava ed il desiderio diventava bruciante passione.
In questo ambito, il ruolo del filo di lana rappresentava la miccia esplosiva, l’amore degli Dei o una sorta di amplesso divino.
Entità incorporee si amavano al pari degli esseri umani, ma quando questi ultimi furono in grado di amarsi solo con la mente, sublimando i propri corpi in energia, allora il filo di lana si fece tenace come una corda e ci legò al desiderio, amplificandolo.
Resistere e viaggiare all’interno di questa passione pura era impresa da asceti, mistici, ma il piacere che se ne poteva trarre era immenso quanto il sorriso di Dio.

© Carlo Becattini

Tre Grazie di nome Maria

2013

Sono migliaia le volte in cui ho aperto gli occhi al giorno nuovo da quando parlavo con Maria Grazia, Maria Teresa e Anna Maria, dette le Tre Grazie, (anche se in effetti erano Tre Marie) le ondine lievi che si curavano del ragazzo che ero e l’assecondavano secondo l’istinto ed il desiderio di entrambe le fazioni.
Grazia era sensuale per natura, forse ne era cosciente, forse non lo sapeva ma io me ne accorgevo e non potevo fare a meno di avvicinarla in ogni occasione, sfiorarle il viso ed osservarla attentamente per rivederla con la mente nei momenti in cui era assente.
Noi quattro occupavamo posti vicini anzi, potrei dire che ero attorniato da loro tre.
Grazìa sedeva al mio fianco, Teresa si trovava alle mie spalle e Anna proprio davanti a me.
Formavano un triangolo a cui appartenevo.
Abbiamo passato molto tempo insieme.
Da amiche inseparabili quali erano divenne ben presto inevitabile che mi mettessero nel mezzo, con la loro complicità.
Mi stuzzicavano in ogni modo ed io, che stavo sempre al loro gioco, mi divertivo tantissimo, ma non ero il solo.
Vivevamo di semplice fisicità, con loro tutti i sensi erano sempre messi alla prova.
Il nostro limite consisteva nel tirare il sasso e nascondere la mano, con la differenza che loro erano in tre ed io da solo, il che creava uno squilibrio nelle forze messe in campo.
In poche parole l’avevano vinta sempre loro.
Nascosti nei meandri delle nostre case davamo libero sfogo alla creatività con la scusa banale ma efficace che dovevamo studiare.
Per certi versi non mentivamo ai genitori perché volevamo effettivamente studiare, non i libri di testo ma i nostri corpi e le reazioni a determinate sollecitazioni.
La materia avrebbe potuto chiamarsi fisica dei corpi.
Era tanto fumo e poco arrosto, ma arrivammo spesso a metterci in difficoltà quando ci addentravamo nei meandri del sesso, decisi a soddisfare la nostra grande curiosità.
Volevamo solamente crescere in fretta e prima del solito ed era uno spasso.
Se a scuola studiavamo le stesse cose, che male c’era a provare di metterle in pratica?
Le difficoltà arrivavano già con l’idea di provare perché, per tanti motivi, primo fra tutti il pudore, spesso finivamo a bisticciare ed a fare a botte rotolandoci sul pavimento (in questo caso sul serio).
Questo era il diversivo che usavamo per cambiare discorso quando le richieste si facevano pressanti o impertinenti.
La rissa era la soluzione ad ogni male.
Con le mie Tre Grazie, lo splendore, la gioia e la prosperità erano assicurate e non a caso, perché durante i nostri giochi avevano l’ardire di farsi chiamare Aglaia, Eufrosine e Talia, proprio a rafforzare il loro desiderio di calarsi nel ruolo delle Grazie in tutto e per tutto.
Erano delle vere forze della Natura e lasciavo sempre che mi infondessero le loro qualità benefiche.
Anche con loro ho giocato col filo di lana ma con scarso successo, non erano portate per i giochi mentali, si annoiavano, rompevano il filo e buttavano via la lana.
Mi inseguivano rinfacciandomi di averle tediate pretendendo un risarcimento in natura.
Le avrei accontentate volentieri se non avessero bisticciato tra loro per gelosia e perché a volte era molto difficile farle andare di comune accordo, spesso fedeli al motto: una per tutte, ognuna per se!
Ma qualche volta è anche accaduto che sia stato messo in atto il: tutte per uno, che egoisticamente è andato tutto a mio vantaggio con gioia e profondo piacere.
Che pazze erano quelle tre, però mi ci sono divertito un casino, per dirla alla buona.
Non sto certo a raccontare cosa siamo stati capaci di fare quando diventammo adulti, non eravamo cambiati per nulla.

© Carlo Becattini

La morte mi cerca

2013

Qualunque cosa si possa aver fatto con il proprio corpo non ha nessuna importanza, è quel che siamo dentro che conta.
Si può trasmettere conoscenza, acquisirla, arricchirsi moralmente oppure stare semplicemente a guardare, ed io, con la loro essenza ho fatto tutto questo.
Anna, Paola, Grazia, Cinzia, sono altri nomi di donne che mi hanno lasciato l’onere di portare il loro fardello, quel dover continuare a vivere anche per loro, perché finché vivrò anch’esse vivranno con me.
Quante volte mi son detto questa frase, ed ora che sono diventato il guardiano di tante vite disperse, non posso esimermi dal guardarmi attorno e preoccuparmi anche per tutte quelle donne che sono ancora vive.
Sono diventato la memoria del tempo e sono stanco, vorrei farla finita e riposare per sempre, ma nel vedere i loro volti scavati, i capelli bianchi, le rughe, l’anima con ancora lo stesso sorriso da ragazzina di un tempo, non posso fare a meno di sorridere e pensare che finché avranno me saranno vive.
Finché avrò loro sarò salvo.

Quando il mio corpo smise di funzionare e di obbedire ai miei comandi, seppi che il momento della fine era vicino.
Non mi dispiaceva andarmene via per sempre.
Avrei voluto farlo per ultimo, non per egoismo o per vivere più a lungo delle mie amiche, ma perché così tutto sarebbe finito, e quando dico tutto, intendo proprio tutto!
Invece avrei lasciato un discreto numero di donne ancora in vita, ma che comunque sarebbero state una quantità esigua, se confrontate con tutte quelle che avevano incrociato, intrecciato, e segnato per sempre la mia vita.
Ora sarebbe toccato a me rimanere vivo nella loro memoria, e finché sarebbero state in vita non sarei morto per sempre.
Decisi di comunicare la notizia a tutte quante.

Sul momento gli effetti furono devastanti.
Vederle così prostrate e spente di ogni energia mi fece ancora più male.
Ripensavo ad ognuna di loro intenta a soddisfare le esigenze della propria arte.
C’erano ballerine, poetesse, pittrici, scultrici, attrici, musiciste ma anche brave cuoche, massaggiatrici, dispensatrici di consigli e saggezza e tante altre ancora che sarebbe noioso elencarle tutte.
Le lasciai da sole a decantare il dispiacere e lo sconforto.
Nell’atto della sublimazione sarebbe andata meglio.
Vanna, Linda, Elisabetta, Sandra, Barbara, Marianna, questi i loro nomi, erano solo una parte delle anime belle con le quali avrei voluto vivere una volta ancora, e ripetere ogni azione, ogni parola detta, senza dover cambiare niente.
Lo strazio interiore che provavo era ben maggiore a quello della morte che mi avrebbe strappato a tutto ciò per catapultarmi nel buio ignoto e senza speranza.
Confidavo nel conforto dell’oblio per pura codardia.
Volevo essere artefice del mio destino e non una pedina in balia di forze cosmiche che non si prendevano la briga di dare spiegazioni.

Ieri notte ho sognato Athena, o meglio ci siamo incontrati nel sonno.
Lei voleva parlarmi. Aveva appreso la notizia del mio decadimento fisico e voleva incoraggiarmi ad andare avanti in quell’avventura a testa alta e a non farmi deprimere dal fatto della Morte in se stessa e di quello che sarebbe potuto accadermi.
Mi fece promettere di stare tranquillo se avevo fiducia in lei.
Disse di riunire tutte le donne per una grande, ultima riunione di addio, nella quale ci sarebbe stata anche lei.
Il suo salone, quello con la statua ed il tappeto rosso sarebbe andato benissimo.
Il volo della Civetta che spuntò all’improvviso dalle spalle della Dea, venendomi incontro sbattendo le ali, mi fece svegliare di soprassalto.
L’ultima immagine che mi rimase impressa nella mente furono gli occhi spalancati del volatile che si facevano sempre più grandi.
Successivamente ricordai che dovevo preparare anche una matassa di filo di lana grezza.
Quando provai ad avvertire le donne di questa riunione particolare, scoprii che sapevano già tutto per averlo sognato anche loro.
Con mia sorpresa seppi che avevano ricevuto anche altre informazioni che mi sarebbero state celate fino al momento opportuno.

Pochi giorni dopo ebbe luogo la riunione che potrei definire come la cerimonia.
Ero eccitato e non vedevo l’ora che cominciasse quella che mi ero configurato come una sorta di mia celebrazione.
Andai presto nel salone che ancora era deserto.
L’avevo reso accessibile a tutti ed era stato preparato per l’occasione secondo i dettami di Athena.
Al centro brillava la statua della Dea, il tappeto, le colonne e le lampade accese completavano la scenografia mentre un enorme braciere vuoto era stato collocato di fronte alla statua.
Udii dei suoni ed un canto avvicinarsi.
Quando la porta si aprì vidi entrare, una ad una, tutte le donne.
Erano vestite uguali, in modo semplice, un peplo per coprire il corpo ed i capelli sciolti a cadere secondo lunghezza.
Ai piedi fini sandali dorati.
Era emozionante, sembrava di trovarsi nell’antica Grecia.
Ogni donna sfilando gettava nel braciere il rametto di olivo che portava nella mano destra, poi veniva da me e mi abbracciava, o mi baciava, o semplicemente sostava un attimo in contemplazione guardandomi negli occhi per scrutarmi dentro.
Tutte mi toccarono o sfiorarono, nessuna parlò ma il loro sguardo, sopra tutto i loro occhi riuscivano ad esprimersi più di tante parole.
Quando anche l’ultima donna ebbe gettato il suo rametto nel braciere e porto i suoi omaggi, tutte si mossero in una sorta di danza globale, disperdendosi e raggruppandosi in tanti circoli concentrici ed io mi ritrovai ad essere nel loro centro, vicino al braciere ormai colmo di rametti d’olivo.
Tutte insieme intonarono un canto.
Erano bellissime, vederle così mi emozionava enormemente e più di una volta ebbi un sussulto e gli occhi si bagnarono di lacrime.
Le conoscevo tutte intimamente.
Loro erano parte di me come io di loro.
Eravamo i componenti di un organismo unico che non aveva un corpo fisico ma che era ben vivo e reale.
Avrei trascorso millenni a guardarle una ad una, se solo mi fosse stata concessa la possibilità di avere una vita così lunga, invece ero giunto al termine del viaggio.
Quando il canto raggiunse i suoi massimi livelli di espressione e musicalità fece il suo ingresso la Civetta, volando lungo tutto il salone e andando a posarsi sulla spalla della statua della Dea, come le avevo visto fare in passato.
Quel volo annunciava la venuta di Athena, che arrivò poco dopo.
Anche lei era vestita del solo peplo, i capelli raccolti in una elaborata acconciatura composta da frange libere e trecce che s’incrociavano seguendo tracciati diversi.
Ai piedi sandali dorati.
Anche spogliata di tutti i suoi simboli d’oro era chiaramente la Dea di sempre ed io mi sentivo fortunato ed onorato di aver avuto l’occasione di stare con lei e di averla conosciuta così intimamente.
Nella mano destra portava una torcia fiammeggiante che gettò nel braciere incendiando i rametti d’olivo, poi anche lei mi raggiunse e mi trapassò l’anima con i suoi grandi occhi azzurri.
Ci abbracciammo lungamente.
Mi chiese se avevo portato la matassa di lana ed io gliela mostrai.
Sorrise.
La prese, mi dette un capo del filo di lana e passò la matassa alle donne del primo cerchio perché se la passassero di donna in donna, di cerchio in cerchio, fino all’ultima.
Athena mi disse di congiungere i polsi che legò con il filo di lana.
Mi accorsi così che anche a tutte le donne che ricevevano la matassa venivano legate le mani con lo stesso filo che ci univa tutti.
Se volevamo che il rito avvenisse nel migliore dei modi non dovevamo spezzare il filo di lana.
Quando tutti fummo “legati”, la Dea tenne per se l’altro capo del filo.
Visti dall’alto formavamo una spirale di cui ero il centro se si seguiva il filo di lana, altrimenti si notavano i cerchi concentrici formati dalle donne.
Athena intonò una nenia, sembrava una filastrocca da bambini che quasi ci addormentò e solo quando la Civetta ebbe lanciato il suo grido, parve che il filo s’incendiasse da un corpo all’altro, da una estremità all’altra, oppure erano le anime di tutte le donne che per un attimo percorsero il filo raggiungendomi.
Non so cosa mi successe ma l’avvertii, era strana quella sensazione, ebbi coscienza d’essere morto.
Sapevo di aver smesso di respirare, ma anche che il mio respiro era cambiato.
Sapevo di essere me stesso ma ero anche cosciente di non esserlo più e non avrei più potuto esserlo.
Ero stato trasformato.
Tutte le donne cantarono la nenia, era un canto muto, in parte a bocca chiusa ed in parte sussurrato.
Non mi trovavo più nel salone, attorno a me non c’era nessuno, ero solo ma sentivo chiaramente una presenza, una entità con cui ero legato ma che non riuscivo a vedere.
Non so dove mi trovavo, se avevo perso la ragione o i sensi o entrambi.
Ero morto, ma se lo ero, cosa ero e dove?
Cercavo disperatamente un appiglio per sfuggire alla pazzia che avvertivo prossima.
Poi la testa urlò e persi i sensi.
Forse morii per davvero.

© Carlo Becattini

Sonia e il filo di lana

2013

A scuola conoscevo una ragazza di nome Sonia.
Era alta, magra, gambe lunghe, bionda con le trecce ai lati del capo, sgraziata come un cerbiatto, come tutti i cuccioli di ogni specie animale, compresi i più feroci.
Non molto tempo fa ripresi a pensare a lei ed al filo di lana.
Era così che chiamavamo un particolare giochino che facevamo insieme.
Vivemmo incredibili momenti di sessualità psicologica grazie a quell’esile filo di lana dall’anima pura e dal corpo labile.
Sonia, l’acerba ragazza dalla mente profonda, era matura e satura come un ordigno alla nitroglicerina, pronta ad esplodere alla minima sollecitazione.
Lei mi aveva insegnato i piaceri che si potevano ricavare dall’uso sapiente del filo di lana, ed ora che avevo imparato, il diligente scolaro aveva superato la bravura dell’insegnante.
Con quel pezzetto di filo potevo catturarla e con le parole portarla alla follia.
Sorrido al ricordo.
Quanto ci siamo ingenuamente divertiti con quella scenografia surrealisticamente intimista, oscillando tra il desiderio e la passione.
Poi accadde l’impensabile, il fragile filo di lana si sfibrò ed in fine si ruppe portandoci la rivelazione, al pari della cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre, in modo drastico e sconvolgente: il gioco era finito e noi con lui.
Sonia si assicurò l’oscurità della lontananza e dell’oblio.
Io la persi o forse fu l’opposto, non ha più importanza ormai, fatto sta che non ci trovammo più.
Se lo sapesse, la sua mamma, che siamo stati noi a disfare tutti i suoi gomitoli di lana!

© Carlo Becattini

Le donne tra amore e non amore

2013

Fin da ragazzo ho sempre amato le donne, tanto da farne la mia ragione di vita.
Il mio amore era profondo, completo e coinvolgeva l’anima ed il corpo di entrambi.
Ad ogni lei ho sempre dato tutto me stesso, ma non sempre sono stato ripagato con la stessa moneta.
Raramente le donne amano spassionatamente, il realismo e la ragione le porta spesso a soppesare e valutare i pro e i contro di un rapporto con un uomo.
Vanno sempre oltre, pensano al futuro e ad ottenere il meglio con il minimo sforzo.
Le donne sono furbe e audaci, sanno dosare con arguzia il dare e l’avere, anche se si tratta del loro corpo e su di esso hanno sempre fatto molto affidamento.
Mi rendo conto ora che ben poche mi hanno amato veramente anche se con loro ho condiviso tutto quanto era in mio potere.
C’è voluta una vita intera per arrivare a conoscerle a fondo ma ancora oggi posso incontrarne sempre qualcuna capace di sorprendermi.
Non sono stato un santo e le ho anche usate senza che ne ricevessero niente in cambio. L’amore non è commercio.
La loro parte più nascosta ed inaccessibile è quella che ho sempre preferito, parlo della loro anima, della donna vera, quella che non è solo apparenza, anche se si trova camuffata con un corpo talmente attraente da riuscire a distorcere la realtà degli uomini, così emozionante da far vacillare la ragione.
Bella o brutta, in ogni donna si cela una bambina da amare con dolcezza e passione, da cullare per farla sentire importante, da abbracciare o solamente affiancare.
Condividere con lei tutti i sensi è un’esperienza che accresce interiormente ed appaga il fisico e la mente.
Eh, si! Poche mi hanno amato veramente ed a lungo. Io le ho amate tutte.
Comunque, amore o non amore, è la sincerità il motore che muove le persone, le fa vivere appieno la loro vita nel benessere reciproco.
Una l’ho amata così tanto che quando mi ricambiò non l’amai più.
Un’altra l’amai così a lungo che non fui mai ricambiato.
Una invece non l’amai ed anche lei non mi amò, ma fummo così sinceri da desiderare solamente i nostri corpi che del resto non ce n’è mai importato nulla, ed io la ricordo con piacere più di tutte le altre.
Infine, con tutte le amate che mi hanno ricambiato ci amiamo ancora incondizionatamente anche se non stiamo più insieme.
L’amore per gli esseri umani è un concetto che muta di significato col passare del tempo e dell’età. Tante sono le combinazioni, gli intrecci del destino, e tutte valgono la pena di essere vissute.

© Carlo Becattini

Maria Stella e Franz Schubert

2013

Non sempre ho avuto la parte del salvatore, sono stato anche salvato e più di una volta.
Da ragazzo pensavo che mi sarei suicidato e che non avrei mai raggiunto la vecchiaia, ora che ci sono dentro fino al collo la penso sempre allo stesso modo, non è mai troppo tardi per rimediare agli errori di gioventù.
La vita è un peso grave, opprimente ed è facile lasciarsi prendere dalla melanconia ed abbandonarsi alle tempeste dell’anima perdendo di vista ogni interesse.
Domande su domande senza una risposta certa.
La vita era un dono od una punizione?
Optai per la seconda alternativa e me ne convinsi sempre di più col passare del tempo.
A nulla valeva un Allegro di Schubert o un Notturno di Chopin, eravamo perduti per sempre, come quella volta in cui fui soccorso da Maria Stella mentre ascoltavo il Trio per piano, violone e violoncello n°2 in mi bemolle Op.100, D929 di Franz Schubert.
Mi ero talmente immedesimato in quel dialogo tra strumenti che non sentivo più la realtà.
Avevo liberato l’anima perché scorrazzasse nei più svariati stati d’animo.
La musica era una sollecitazione sottile ma potente.
Volevo farla finita con tutto e tutti, niente aveva più senso, anche la vita stessa aveva perso di valore.
Non ero più niente.
Desideravo solamente l’oblio che ci dimentica, l’oblio che fa scordare.
Volevo la pace, quella mia e quella della mia anima molteplice, duplice, quadrupla, non so più quanto complessa.
Il ritorno alla fonte di tutti i mali era l’unico fine della mia vita finita.
Assaporavo ogni nota prodotta dai tasti del pianoforte ed il suono degli strumenti ad arco pareva così straziante da farmi credere per un attimo che poi le cose non andavano così male.
Mi scossi dal torpore e lei era li, immobile, davanti a me con sguardo interrogativo a chiedermi cosa volevo ordinare.
Non capivo e vedevo quella stella brillare nel cielo cupo del tramonto mentre la musica era variata da Andante con moto ad Allegro moderato.
Sarà stato anche moderato, però quella musica mi sembrava così allegra da essere fuori luogo in quel momento di assorta concentrazione interiore.
Nuotavo nel mio universo come un pesce rosso nell’acquario.
Se qualcuno non avesse provveduto a me ed ai miei bisogni, alle mie esigenze, sarei sicuramente morto.
Mi avrebbero trovato il giorno a seguire, a galla sul pelo dell’acqua, bianco e gonfio, goffo come un pesce a pancia all’aria che fa il morto.
La stella che brillava nel cielo cupo si chiamava Maria Stella e l’avevo colpita col mio sguardo traboccante e profondo di malinconia che volle assolutamente sedersi al mio tavolino per scuotermi dall’apatia venefica.
L’accolsi a braccia aperte nel vero senso del termine.
L’abbracciai e la tenni stretta a me dicendole di non lasciarmi solo, di salvarmi, perché non sapevo più come poterlo fare.
Una parte di me voleva la distruzione, l’altra la salvezza.
Lei un po’ stette, ma aveva da portare avanti il suo lavoro e mi disse che, se non avevo impegni, avrei potuto aspettare la fine del suo turno e poi saremo andati a mangiare qualcosa insieme, tanto per farci compagnia e parlare un po’ per conoscerci.
Mi sembrava molto bella, la donna più bella che avessi mai incontrato, ma la bellezza era soggettiva e dipendeva spesso dagli stati d’animo.
Accettai il suo invito e aspettai.
Intanto la malinconia sfumava, come il diradarsi della nebbia nel porto e potei permettermi di uscire in alto mare.
La musica, il turno di Maria Stella e la mia commiserazione finirono tutti insieme ed iniziai a lavorare per farmi apprezzare.
Una lucina vitale s’era accesa infondo a quel pozzo buio che mi sentivo dentro, una speranza, un flebile calore.
Le sorrisi ed uscimmo dal locale a braccetto.
Eravamo due perfetti sconosciuti ma entrambi vivi e decisi a conoscerci ed a frequentarci per il resto della vita.
Non finì come nelle favole e non vissero felici e contenti.
A volte accadono fatti inspiegabili che ci lasciano l’amarezza in corpo.
Probabilmente i fatti sono spiegabili, son termini medici, parole pesanti come macigni che in bocca ai dottori insensibili suonano come colpi di fucile sparati proprio nel mezzo del nostro cuore.
Avemmo pochi anni da passare insieme poi la voce di un medico ci sparò la sua insensibile sentenza.
Dovrebbe un medico sentirsi in colpa per la sua impotenza?
Dovrebbe un medico accanirsi nella sua ignoranza?
Dovrebbe un medico cercare di salvarci la vita a tutti i costi?
Intanto, dal giorno in cui iniziò la cura tutti quanti concorremmo a dare inizio alla sua fine, lenta, inesorabile, corrosiva, dolorosa, straziante.
In quei momenti disgreganti si cercava un appiglio che non c’era.
Venivamo al mondo da soli e da soli ce ne andavamo compiendo un grande atto di coraggio.
La coscienza delle nostre azioni era forse più dolorosa del male fisico che ci corrodeva come la ruggine il ferro.
Comunque, quella volta lei mi salvò la vita e quando se ne andò mi fece promettere che non avrei cercato di seguirla perché voleva vivere ancora e poteva farlo solo attraverso il mio ricordo.
Accettai.
Spesso la sera mettevo su un disco di Schubert, in particolare i Complete Trios e le rendevo la vita che aveva perso.
Da allora Maria Stella vive in me ed ho ancora la capacità di ritrovarla con tutti i sensi, emozionata come sempre, anche senza l’ascolto di Schubert.

© Carlo Becattini

Jeanne arrivò con la pioggia

2013

Parigi è sempre bella, ma sotto la pioggia di maggio lo era anche di più.
Passeggiavo in solitudine con niente da fare e la voglia di fare niente.
Quando alzai gli occhi al cielo, la ragazza che stava venendo giù era poco sopra la mia testa.
La pioggia di maggio aveva il potere di rendere belli, ma con le ragazze che cadevano dal cielo come la mettiamo?
Ovviamente la ragazza era un’aspirante suicida che si era appena gettata dalla finestra del piano soprastante, quindi non molto in alto.
Quando si ha intenzione di farla finita con la propria vita non si dovrebbe farsi prendere dalla disperazione.
Il minimo da fare sarebbe almeno accertarsi di cadere da molto più in alto.
Sarebbe anche opportuno verificare che il marciapiede sottostante sia libero dai passanti che potrebbero rimanere feriti o uccisi.
Trasformarsi da suicida in omicida è un attimo.
E poi, coinvolgere un estraneo non è carino.
Istintivamente allungai le braccia in avanti e la presi quasi in braccio.
Attutii il colpo ma finimmo entrambi per terra in un groviglio di arti scomposti. Miracolosamente nessuno si fece male, solo alcune escoriazioni e tanti lividi.
Sei un po’ troppo grossa per fare la goccia di pioggia, non ti sembra? dissi, mentre con una mano le porgevo il fazzoletto per tamponare la ferita che si era fatta alla spalla.
La ragazza aveva occhi da pazza, piangeva, rideva.
La sua disperazione era evidente.
Jeanne, questo il suo nome, era nata a Parigi, era stata lasciata dal suo ragazzo, uno di quegli amori giovanili che bruciano in un attimo come la paglia e fanno tanta luce, ma poi, quando tornano le tenebre sono incapaci di vedere oltre.
Sicuramente quello fu uno strano modo per conoscere una ragazza.
Non volle essere condotta da un medico ed accettò di seguirmi a casa mia che assomigliava sempre di più ad un rifugio, dove anche i “disadattati” potevano trovare riparo ed un po’ di affetto.
Tra di noi ci fu subito sintonia ed accettò di farsi curare nel corpo e nello spirito.
Quando si riprese, oltre alle forze riacquistò la capacità di andare avanti.
La lasciai libera di proseguire per la sua strada, giustamente, ma rimanemmo per sempre in contatto.

© Carlo Becattini

Le stelle cadenti di Jolanda

2013

Jolanda era vedova, aveva una figlia, brutta come la fame.
Credo avesse preso tutto dal padre perché la madre non era male.
Anche da ragazzina Jolanda era bella ed ha sempre dimostrato più anni di quelli che aveva realmente.
Esteticamente parlando il seno era il suo pezzo forte che diventava spesso anche campo di battaglia.
Com’era bello infilarci il viso, direi commovente, come tornare bambino.
Lei ti metteva la mano dietro la nuca e ti teneva lì, cullandoti con amore.
Ha sempre avuto un forte istinto materno.
Rimase incinta piuttosto giovane con un ragazzo più grande di lei che volle assumersi le proprie responsabilità.
Un mese dopo la nascita della figlia, tre mesi dopo il giorno del loro matrimonio, lui morì in un banale incidente.
Un frammento di meteorite lo passò da parte a parte durante la notte di San Lorenzo mentre era intento a scrutare il cielo per vedere almeno una stella cadente ed esprimere un desiderio.
Guarda caso, in tutto l’universo c’era una stella che volle conoscerlo personalmente.
Questa disgrazia mi avvicinò ancora di più a Jolanda che non sapeva più cosa fare, con la bambina piccola, da sola al mondo.
Lei è ancora qui con noi, siamo molto legati e per la figlia sono come un padre.
Che strano il destino a volte, che gioca con le nostre vite come fossero pedine di un gioco più ampio, di cui non comprendiamo le regole.

© Carlo Becattini