Per un paio di baci sulle guance

5 settembre 2012

Col viso nei tuoi capelli ti bacio due volte, una per lato, le guance si sfiorano come a ignorare la bocca che scivola di lato ad ogni passaggio. Quei fili sottili si agitano e mi solleticano il naso e la faccia per una frazione di secondo interminabile, assaporo il tuo profumo, quella pelle che sa di te e di spezie. Salutarsi col doppio bacio è un rituale dei sensi e nei sensi m’inebrio guardando la linea sinuosa delle orecchie, il collo che s’inclina per farmi posto ed io che lo bacerei, invece dell’aura che ti circonda. Ti guardo e riprendo il sorriso cominciato da lontano, quando eri ancora piccola e lo finisco insieme al tuo che t’illumina il viso e ti fa brillare gli occhi. Ancora non sai quante volte ti rivedrò nella solitudine della notte buia, con quello splendore dipinto sul volto a colorarmi l’anima. Ci sono momenti vissuti con semplicità che si stampano per sempre in noi diventando ricordi indelebili ed appigli sicuri su cui far affidamento, quando la vita ci sorprende nello sconforto o nell’apparente solitudine dell’allontanamento. Ero arrivato da te, l’avevo promesso, approfittando dell’occasione proficua per salutarti, starti vicino o solamente per quello scambio di baci memorabile. Jeans e maglietta contro il tuo bikini, il mio servizio militare contro le tue vacanze, la mia alienazione contro il tuo calore o chissà, viceversa? Ma che importa, eravamo li a sorriderci, siamo qui a parlarci, a raccontare di noi mentre camminiamo lentamente verso l’ombrellone o la riva del mare. Torrenti di sabbia si riversano nelle mie scarpe da ginnastica mentre i tuoi piedi scalzi danzano con miliardi di quei granelli che diventano acqua di mare, ed avanzano e si ritirano come le onde al ritmo del loro rumore infinito.
Oggi il mio ricordo quotidiano era questo, appena affiorato dalle profondità oscure del passato o della memoria, anche se mi viene il dubbio di essermelo inventato. Se non ti avessi ritrovata sicuramente oggi penserei di averti immaginata, perchè a volte mi pare che la vita passata non mi appartenga più e che sia la vita di un altro. E’ una sensazione inquietante, come uno sdoppiamento e spero che non sia né un cambiamento, né tanto meno un abbandono. E’ da stamani che mi racconto questa storia, più e più volte nell’arco della giornata, ed ogni volta sempre più bella. Il massimo della grazia e della poesia l’ho raggiunto dopo pranzo, lungo il tragitto che mi conduceva altrove, una passeggiata in solitario dove ho liberato tutte le potenzialità del pensare. Sapevo che avrei perso tutto e che di quello mi sarebbe rimasto solo il ricordo, ma non ho saputo trattenermi e l’ho sciorinato tutto meravigliandomi di quelle parole che non ho potuto scrivere. Stasera ci ho riprovato ma come ben sai sono momenti impossibili da riprodurre anche se ho voluto farlo lo stesso per dirti che sei sempre viva nei miei ricordi come ricordo, e che sei sempre viva nella realtà come reale. Abbiamo vissuto tutti i nostri tempi, da quelli vecchi a quelli giovani, perchè il nostro tempo fluisce all’inverso, perchè quando torneremo ragazzi c’incontreremo ancora per un paio di baci sulle guance e per donarci un sorriso che c’illuminerà il viso.

© Carlo Becattini

Il primo dì di maggio

1 maggio 2015

Non mi frega niente del primo maggio, nemmeno del lavoro che non nobilita l’uomo ma che lo rende simile alla bestia. Il lavoro è mera sopravvivenza, io per vivere devo seguire le mie aspirazioni, il mio essere, il vero motivo per cui sono nato e non è per lavorare ma per realizzarmi. Ancora non ci sono riuscito e per questo soffro, sempre in bilico tra l’orlo del baratro e la gioia esaltante di sentirmi vivo. Non mi realizzo certo nel lavoro anche se lavorare pare sia l’unico modo per avere un po’ di denaro e rimanere con la coscienza pulita. Per ottenere questo bisogna prostituirsi legalmente, fare un contratto e vendersi se non svendersi, rinunciare al proprio tempo per impegnarsi a consumare energia, salute e vita per altri che in cambio ti danno un po’ di soldi. Il sistema è una macchina tritacarne impietosa ed insensibile creata dagli uomini per opprimere se stessi o gli altri, facendogli credere chissà quali cose, ma alla fine uno si ritrova a lavorare tutta la vita vivendo fuori dagli affetti e lontano dalle proprie aspirazioni per adempiere alla sete di governi e meccanismi psicologici creati a misura per soggiogare le persone. Poi c’è la pensione, se ci arrivi e se ti spetta, altrimenti sono cavoli tuoi. Intanto ci hai rimesso vita, gioventù, spensieratezza, guadagnando stress, malattie varie, e non ti sei realizzato per niente. La ciliegina sulla torta è morire insoddisfatto. Capisco l’utilità dell’introito, la necessità di guadagnare qualcosa per tirare avanti, ma poi fermati, goditi la vita, sii egoista perché tu sei il solo, l’unico, il primo che ha bisogno di te. Si nasce e si muore soli, i soldi vanno e vengono, di solito vanno e basta. Quando si muore tutto ciò che è al di fuori di noi, compreso il nostro corpo, non verrà con noi e molto probabilmente anche noi non andremo da nessuna parte, scoppieremo nell’aria come una bella bolla di sapone ed in quel – puff – sarà tutto finito, così non sapremo neanche d’essere stati presi per il didietro per tutta la vita ed oltre. Meglio così, meglio brillare per una frazione di secondo nella luce del sole mentre particelle di acqua e sapone si disperdono nell’aria che oziare in paradiso per l’eternità. All’inferno ci siamo già stati.

© Carlo Becattini

Se guardo il cielo

15 settembre 2014

Se guardo il cielo vedo tutto azzurro, così azzurro che non lo guardo più da un pezzo. Ho visto tante di quelle nuvolacce grigie/nere questa estate che quando mi tocca quell’azzurro li, le rimpiango. La sera rinfresca ma non più di tanto, comunque non esco mai dopo cena, non m’importa. Ho qui con me un sottofondo musicale di Mark Knopfler che si sposa bene con la notte. Andrebbe benissimo per una girata notturna in auto senza meta … e tu si che ne sai qualcosa. Questo disco è tutto bello, così caldo, languido, rilassante, tranquillo, affascinante tanto che riesce a farmi provare sensazioni di rimpianto per qualcosa che non so nemmeno io cosa. Oh, com’è bello, struggente da chiudere gli occhi e lasciarsi andare a ballare un lento, ballarlo all’infinito per non uscire più dal sogno. Ah si che questa sarebbe una bella vita. Si tratta del cd Sailing to Philadelphia. Ora è la volta di Silvertown blues, un brano che mi piace in particolar modo. Amo il blues. Nei prossimi giorni andrò ad acquistare l’ultimo cd di Eric Clapton con ben 16 brani tutti scritti dal bravissimo J.J.Cale che non è più con noi dallo scorso anno.

Ieri sera ho iniziato a scrivere questo, lo includo nella bottiglia:

Sera di maggio, pensiero incosciente, traghettatore silente nel buio, reale ma onirico, di questa notte eterna che tutto ha tinto di scuro. Il silenzio è greve questa notte, lo sento palpabile, fisico, ne sono impregnato come lui di stelle. Spazio con lo sguardo in questo cielo stellato che sembra non avere mai fine, così i miei pensieri. Già. Il mio pensare: un cervello che elabora sensazioni ed informazioni, ma quanto è grande l’immensità del cielo che non riesce a contenermi, quanto è vasto l’universo in cui mi muovo.

Alzo la cornetta, compongo il numero, aspetto risposta che tarda a venire. Quando arriva, arrivi tu, con la tua voce, quel sorriso che conosco bene, la dolcezza che inesorabile ti scaturisce da dentro e mi avvolge, tenendomi stretto. Quel suono, la tua voce, la seguo affascinato e da essa mi lascio trasportare, valicando i limiti dello spazio e del tempo, tanto è grande il tuo potere, mia strega.

Vorrei ridere, muovermi, parlare ma non posso, sono legato alla sedia da tutti gli sguardi che mi tengono sotto tiro, com’è dura la guerra, com’è difficile sopravvivere alla quotidianità. Sento che ridi, mi chiami, mi parli nel silenzio della notte stellata. So che di questo buio potrei morire, so che in questo buio potrei smarrirmi e non tornare più. Forse diverrei stella e brillerei in eterno, almeno fino a quando il tuo soffio potrebbe spengermi. Non posso farcela, non ce la faccio, il mio desiderio è grande ma debole, la tua voce flebile ma suadente, oh mia sirena, ondina lieve, pescatrice di anime a cui mi donerei senza riflettere.

Parlavi e ti ricordavo come tanto tempo indietro, il tuo aspetto, quale grazia e che movimento, il fisico e che corpo, su di te la fisica e la matematica si erano fuse con l’anatomia e la filosofia, o forse erano solo arte e poesia. Vedevo tutto questo, pensieri che avevano forma e forme che provocavano pensieri. Ero un romantico, Eros era il mio Dio e tu il mio cuore, la mia Musa. La tua voce, quel suono dal sapore afrodisiaco, il fruscio delle vesti, il tuo calore. Ah, quelle sere camminate sulle antiche pietre, al tuo fianco, stringendo un tesoro, la tua mano, una parte di te. Rimanevo senza fiato, trafitto dalla tua lancia, da quel suono tanto caro ma così tagliente. Mi lasciavo trafiggere dalla tua volontà che non voleva vedere il mio desidero, che non voleva arrendersi al mio richiamo.

Divenne difficile credermi, non mi convincevo più, non mi decidevo mai, sempre in bilico tra la paura di rimanere solo e la certezza di esserlo. Perderti, non perderti, spiccare quel salto nel vuoto non dipendeva da me che ormai avevo già fatto di tutto, salvo andare via. Ricordo lo splendore della stella, alta nel cielo scuro della sera, quella a cui rivolsi la mia preghiera: un desiderio d’amore da esaudire. Incredibilmente accadde e per un attimo divenni credente ma la ragione mi condusse nuovamente sulla retta via, lontano dai riti e dalle superstizioni che assoggettano l’uomo al proprio volere. Cosa accadde ormai non è più certo, forse fu un raggio di sole o il suo riflesso sul tuo volto, ma gridai forte al vento il tuo nome e la tua bellezza. Ero perduto per sempre.

La realtà converte sempre nel presente ogni istante dedicato al ricordo, ed eccomi qui a parlarti, capace di rinnovare la nostra magia. Stranamente mi racconti dei tempi che furono, non lo fai mai, ricordi, fatti e situazioni con l’ottica della tua regia, ovviamente l’attore sono io e mi muovi a tuo piacimento seguendo il tuo ricordo, le tue emozioni ed io seguo il tuo film che ho vissuto di persona, provando le stesse sensazioni di allora. E’ il mio turno, cambiano regia, attori e punto di vista o punto di fuga in questa prospettiva nuova che la mia mente ricrea senza sforzo. Mi dedico molto ai particolari, espando l’istante all’infinito ed il film diventa una immagine che sembra fissa, capace di cambiare solo nel corso dei millenni. Il tuo viso in primo piano, potrei contarti le ciglia o le poche efelidi sparse sul naso. Il trucco degli occhi, il colore che hai scelto di usare per essere ancor di più, per apparire, per ammaliarmi e tenermi stretto in tuo potere. Ecco lo sguardo penetrante che entra in azione, quello con cui pretendi di guardarmi dentro a volte troppo a fondo, tanto che provo emozioni particolari, come se ragionassi con l’inguine e dintorni. Ma che importa, è così bello tutto questo. Poi è la volta delle labbra, la bocca che si muove seguendo un sorriso lungamente represso che adesso erompe con tutta la vitalità di cui è capace. Mostri i denti, ridi che non so più se riuscirai a fermarti, così contagiosa da imitarti, senza un motivo. Infine i capelli completano il ritratto che rivedo dentro l’anfratto del ricordo un po’astratto. Ancora realtà, sempre tu dall’altra parte del filo che dalla cornetta passa al telefono e dal telefono corre a nascondersi in un buco del muro: la via per raggiungerti.

Eccoti qua, donna, immersa nel buio dei tuoi pensieri, so che mi aspetti. Ti ho scorta da lontano, chissà cosa pensi. Ciò che vedo è apparenza mentre vorrei che tu appagassi la mia sete di conoscenza. Il tuo volto è triste, lo sguardo fisso nel vuoto non vede l’orizzonte arrugginito dal tramonto, forse sai, forse avverti, forse vedi lontano nel futuro questo stesso giorno quando la tua gioventù sarà perduta, quando non vorrai più credere all’esistenza dell’infinito. Non so più se ciò che vedo è rivelazione o squarcio temporale. Vedo anch’io quel che vedi tu? La te che mi è di fronte da quale tempo proviene? Ti osservo provando la sensazione di essere invisibile. Giro attorno alla tua figura immobile, ecco i capelli sciolti che si modellano sulle spalle, poi le ciglia, le palpebre, la pupilla che si confonde con lo sguardo e sua sorella, poi abiti secondo il gusto, sei bella. Mi saluti come se mi vedessi solo ora. Non sei neanche meravigliata ch’io sia apparso dal nulla. Sorridiamo tra il bacio che mi dai ed il braccio che ti offro, andiamo a spasso fianco a fianco come forse oggi non si usa più.

© Carlo Becattini

Cartolina

09 luglio 2013

Passeggiavo solitario per la via del paese, quella più’ buia ed isolata, quella che preferivo un tempo quando riuscivo a rubarle i baci più’ belli e sinceri.

Passeggiavo solitario nel buio della notte guardandomi attorno con lo sguardo e l’animo assetato di sensazioni, quelle di un tempo, quando più’ giovane calpestavo le stesse strade.

Passeggiavo solitario ed alzavo gli occhi al cielo in cerca di un odore, di un profumo vestito di ricordo, scrutavo la volta celeste e tutte quelle stelle brillare fioche, ostinandomi a voler provare ancora quell’emozione perduta.

Passeggiavo solitario con la nebbia negli occhi che si tramutava in pianto, ero solo un vecchio ragazzo in cerca di emozioni, ero solo un vecchio con l’anima di pietra.

© Carlo Becattini

Andare

04 luglio 2013

Anche stasera spazio ritagliato con la forza di volontà e la stanchezza che avanza. Un occhio già è chiuso e sull’altro vacilla la palpebra, ancora poco e si chiuderà. Dopo sarà l’oblio del sonno e l’oscurità benefica del sogno.
Rimaniamo in silenzio ad ascoltare il giorno che muore, l’età che inesorabile avanza, la vita che altrettanto passa.
Avrà un senso tutto ciò?
Odo della musica indefinita, non proviene dall’esterno ma da me, quell’omino che se ne sta al chiuso e che conoscevi bene.
A volte la bellezza interiore supera la realtà.
Ma siamo reali o apparteniamo al sogno pastorale degli antichi?
Forse è un sogno nel sogno che si chiama realtà e la vita altro non è che il letto su cui dormiamo.
Stasera l’aria sa di mongolfiere, il vento soffia silenzioso come un aliante e le sospinge a colorare il tramonto.
Decisamente l’aria profuma d’aquilone, di legna bruciata, di caminetti accesi come d’inverno per la via che da Firenze a Fiesole conduce.
Osservo il panorama, la mia città vista dall’alto, la mia prigione, grande la tentazione di aprire le ali e volare.
Migliaia di persone han popolato e vissuto in questa valle, hanno amato, in qualche modo sono sopravvissute alla vita inclemente, poi il soffio del vento e l’aliante è passato, non c’è un pilota a manovrarlo ma una luce bruna.
Sole che t’immergi nel mar non sento il ribollir dell’acque ne veggo nubi o vapori svanire.
Il momento d’andare è giunto, parto per mare, ma gli anni cominciano a pesare, sulla pelle ho i graffiti del tempo e della malinconia.

© Carlo Becattini

Senza senso

27 gennaio 2013

Freddo
la stagione, le membra

Arido
il cervello

Spento
di volontà

Vivo
ma non sembra

Con una mano baciavi
con l’altra disapprovavi

Tante domande poche risposte

Nebbia, fumo, legna pregiata, fiamme, acqua, morte.
Tante domande poche risposte.
Spira d’aria o di serpente, simbolo diabolico, amo le righe parallele e convergenti, i punti interrogativi, gli esclamativi vanno bene infissi nel culo del nemico.
Lance incrociate, teste ridotte, rimpicciolite, la ragazza dalle lunghe gambe cavalcava sui miei passi futuri, quando la incrociai era già nel mio passato, piede nella pozzanghera, colpo di chitarra, risata demoniaca, ululato, urlo, pianto, corredo emotivo a disposizione.
La posizione risveglia i sensi e spenge il sentimento.
Bramosia, possesso, pulsione atavica, illusione di vita, l’eremita ha sempre ragione.
Chi è solo gode dei frutti di se stesso e si eleva.
Mani nelle tasche, incedo traballante verso un corpo da vecchio, finito, nota strillante affermo il rimpianto.
Mi prendo per mano e mi accompagno, cado tra le rette parallele, posso andare solo all’infinito, prigioniero delle regole, libero da tutto e tutti volo alto, nessun altro sopra di me, sono imputato e giudice, dottore e paziente, nessuno di tutto questo perchè il mondo cui appartengo non è di questo mondo e rifuggo la società attuale nella quale non riesco a riconoscermi.
Tutto il resto è gioco.
Scorre l’indice sul contorno della tua anima ed in essa sprofondo, come il fantasma attraversa il muro sono entrato in te e ti ho attraversata.
Mi son ritrovato cambiato e passato oltre.
Non ti ho più incontrata ma la tua anima è ancora qui, se la rivuoi.
Cadono d’oro le pagliuzze dal cielo fin tra i capelli, quelli che tessi ogni giorno con pettini d’argento e avorio.
L’immagine nello specchio ti ricorda in maniera impressionante, sei tu quella che conosco bene.
Come sono stato stupido!
Prendere l’amore per i piedi e sbatterlo per terra fino a farlo sanguinare, fino a vederlo esanime, spirare.
Gli occhi, la stessa espressione di un cespuglio visto attraverso la mente di un bambino.
Lo stesso concetto, quasi un’idea che svela il suo essere normalità.
Perchè perdiamo tutto ciò?
Rimane lo sguardo vuoto di significato.
Voglio rotolare un po’ delle mie pietre e fartene dono.
Voglio rotolore come una pietra e diventare ghiaino, piccolo, molteplice, di quello che quando entra nelle scarpe impedisce il cammino.
Dispettoso come un minuscolo sassolino nella scarpa.

© Carlo Becattini

E così

13 gennaio 2013

E coì ho lasciato che la tristezza mi accarezzasse con la sua gelida mano invernale, che mi trasformasse in una sorta di zombi, privandomi di tutto e lasciandomi vuoto come un guscio. Forse sono morto. Vedo la vita ma non la sento mia, non mi appartiene più. Viandante perso ai confini del tempo. Creatura divina scacciata dal paradiso terrestre. Potrei allungare l’elenco e l’agonia all’infinito. Qualcosa mi ha sconvolto, un sogno, un ricordo, un’amica perduta e ritrovata quando aveva un’età più giovane di quando l’ho conosciuta. E’ il sogno ed in esso l’ho riabbracciata dopo tanto tempo. Un tempo che invece non ha smesso di fluire nella realtà. Non la incontrerò mai più. Chissà. Ancora un giorno, attimi sprecati ad inseguire i desideri altrui ma nessuno si occupa/preoccupa di me. La notte seguente ho finito il libro che leggevo da un po’, la sua fine coincideva con la morte della protagonista, lo sapevo, era ovvio in una biografia, però il modo o l’essermi impersonificato mi hanno segnato interiormente/inconsapevolmente. Poi ho dormito un sonno tumultuoso carico di pensieri ed alla fine di quel non sognare ho sperimentato la morte: la mia. L’ho immaginata nei minimi particolari e mi son trovato col fiato in gola, sull’orlo del baratro, sapendo che non avrei avuto scelta e che dovevo fare quel salto. Che l’avrei fatto comunque, anche se non volevo. Il corpo si ribella davanti alla paura irrazionale ed anche la mente, ora incapace di ragionare. Da allora sono stato ossessionato dalla morte ed ogni persona che cade nel baratro si porta dietro anche me con una tortura che non ha mai fine. Ho provato a mantenere il silenzio. Ogni giorno che passava invece urlava di te, sapevo che aspettavi mie parole, che aspettavi me ed io non potevo farlo, non ne avevo volontà. L’effetto del nuovo anno si è fatto sentire. I mesi peggiori sono questi. I nuovi inizi, le novità fanno paura. Non sono mai pronto al rinnovamento. Ed ora che dire? Sono vuoto come un hard disk formattato per dirla in termini tecnici. Vuoto come un neonato appena venuto alla luce e non so da dove iniziare. La vita è stata tutto un fallimento, senza prospettive, il futuro è una nebbia impenetrabile ed inimmaginabile. L’insoddisfazione ed il disagio sono grandi, pari al vuoto che svuota. Eccoti l’interiorità, la parte più segreta, quella che solitamente non si mostra che a se stessi. Maneggiala con cura, potrebbe rompersi.

PS:
Quando lei disse di sentirsi sull’orlo del baratro, lui le disse che anche gli uccellini nel nido hanno il terrore di lanciarsi nel vuoto la prima volta. Ma è così che riescono a volare!

© Carlo Becattini

Dopo cena

6 febbraio 2013

Vorrei farti compagnia, ora, qui, in questo dopo cena vuoto ed insignificante, condito di caldo e di freddo tra il ricordo e l’emozione, tra il presente e la desolazione del vuoto, di cio’ che è perduto, quella parte irrimediabilmente persa ma allo stesso tempo viva e presente, e cosi’ sara’ per sempre.
Stasera niente emozioni o poesie, racconti su misura o lettere sconclusionate, solo il pensiero immaginario sulla stretta zattera della vita, per sentirci respirare in quest’aria frizzante di febbraio, malinconica, contraddittoria, con le sue maschere, gli scherzi ed i coriandoli dei bambini che ancora non sanno.
Sto scrivendo questa lettera dall’isola e non e’ facile, sopra tutto rileggere quel che ho scritto sul foglio bagnato di mare e pensieri, per cui vado avanti sperando di non fare arrosti letterari. Ho momentaneamente mandato la tecnologia a riposo, l’ho riposta in un cassetto perche’ non voglio nemmeno vederla. Al suo posto un quaderno ed una penna, come una volta, tanti me fa. Anche un blocco da disegno e delle matite colorate. Un libro. Oggetti semplici per liberare la creativita’ e riconciliarmi con la semplicita’ della vita stessa. Spero ti faccia piacere tutto quello che non ho detto ma sottinteso o semplicemente evocato come un lieve alito di vento. Stasera avrei voluto averti qui. La solita musica in sottofondo, parole vecchie, cantate come tanto tempo fa. Parole nuove appena bisbigliate. Tra poco andro’ a dormire, un po’ lettura e di pensieri, poi sara’ domani.

© Carlo Becattini

Nuovo anno

4 gennaio 2013

Ti scrivo dalle pendici del nuovo anno, vegetazione scarsa, freddo e nebbia impediscono di vedere oltre, bisogna vivere alla giornata. Questo inizio mi fa venire in mente una vecchia canzone di Fossati di cui non ricordo il titolo, iniziava con: –Stazione sotterranea Firenze, da quanto tempo siamo qua, la radio non dice niente, mi sa che per quest’anno non ci si fa e sto sorridendo amore …– sicuramente la ricordi, quante volte l’abbiamo ascoltata in auto, nel buio della nostra gioventù, quante volte ho girato i lati di quella cassetta fino a consumarne il nastro! Già, le musicassette, articolo ormai desueto, obsoleto, che non regge al tempo, si smagnetizza, rimane solo un rotolino di pellicola marroncina a ricordo di quelle serate e nemmeno quello. L’oggetto fisico, la cassetta, non esiste più ormai, tutte le cassette che avevo non ci sono più, tutta la musica è stata sostituita dall’era digitale e dalla tecnologia fagocita-tutto, rimangono i ricordi, quelli almeno non li snatura niente e nessuno. Se la tecnologia da una parte toglie dall’altra da ed è grazie a ciò che ho ricevuto in cambio che posso parlarti stasera. E’ un dialogo un po’ particolare, un dialogo silenzioso, asincrono tanto da sembrare monologo, salvo che non c’è la certezza dell’unicità. So che le mie parole non rimarrano inascoltate e questo mi aiuta. Le festività son quasi al termine, per me son già finite, la Befana è una sensazione del lontano passato. Il guaio dell’età che avanza è che si rammenta troppo spesso quel fantomatico passato in cui tutto è già accaduto o in cui tutto poteva accadere, dimenticandoci che siamo vivi e che siamo ancora in grado di agire, che possiamo creare altri ricordi, tutti i giorni a venire. Faccio finta di guidare una scatoletta piena di musica che si muove nel buio del cielo stellato. E’ freddo anche questo inverno ed immagino una volta ancora due ragazzi che si abbracciano per trovare un po’ di calore. La somma delle loro età è ben lontana da quella che porto adesso. Sai, ho smesso di vivere di ricordi, vivo il presente anche se insoddisfacente. Non sono mai pago, non mi sento mai sazio, ho sempre fame e sete d’amore e di anime perchè ne ho fatto la mia bandiera da molti decenni e forse, proprio in questi giorni mi son ritrovato a pensare che probabilmemte è stato tutto uno sbaglio. Tutto questo amore per l’amore, tutta questa sofferenza interiore, che senso ha ancora, che senso ha, ora. Forse non ce l’ha. Forse non l’ha mai avuto. Ecco, il silenzio che hai avvertito era solo il rumore di questi pensieri, forse malinconici, introspettivi, retrospettivi, ma sinceri e puri. Fossati mi ronza ancora nella testa, è incredibile come certe canzoni mantengano la loro freschezza nonostante il tempo, sia di significato, sia nella nostra memoria: –Io non saprei come cambiare non voglio più. Senti il cane d’argento che sorveglia la mia vita, che vorrà da me? Resta di più dicevo, voglio sentirmi male. Resta di più oppure non mi dimenticare. Resta di più perché ho perduto il senso, roba di poco che io ritrovi quello che sento. Ma passa il vento e passa il mare perfino il blu …– E così anch’io non voglio più cambiare ed il senso chissà qual’è, forse nella frase: –resta di più oppure non mi dimenticare-. L’abbiamo fatto, siamo stati capaci di ricordare anche se è impossibile per noi vivere il presente, forse possiamo solo giocare col tempo e la memoria. Tra un sospiro ed una riflessione seguo il filo invisibile che collega le mie parole, anche se non mi è chiara la sua logica, anche se non so bene se ho detto qualcosa o se ho qualcosa da dire, che importanza ha? Con le parole si può giocare, con gli stati d’animo anche ed io sono bravo a giocare, è forse l’unica cosa che sono capace di fare. Attività per niente remunerativa. Ripaga solo l’anima e mi fa stare bene. Questo basta. Queste, chiamale riflessioni se vuoi, sono ormai ponderate, tutto è già stato sviscerato negli ultimi giorni dell’anno appena passato, periodo ideale per fare un consuntivo quasi mai positivo o piacevole, spesso malinconico e depressivo. Comunque si fa, si fa sempre, è una necessità chiudere con l’anno le cose in sospeso, almeno provarci e ricominciare da zero.

© Carlo Becattini

L’ultima lettera

23 dicembre 2020

E’ tanto tempo che non scrivo una lettera dall’isola, o almeno ci provo sulle note tranquille di una musica che mi accompagna in sordina, ma è come un sussurro sommesso che mi sgorga di dentro, proprio dal baricentro del cervello per irradiarsi tutt’attorno, sembra un sussurro, un respiro lento e ritmato, un ballo lento cullato dalla bella voce della cantante che mi fa struggere dentro, come se fossi burro sul fondo della teglia che si scalda alla fiamma della vita.
Son tempi strani questi, direi irreali, siamo diventati i protagonisti di un romanzo di fantascienza degli anni sessanta del secolo scorso, quello da cui proveniamo e la cui lontananza mi fa stare peggio in modo direttamente proporzionale alla distanza…che peccato queste festività da reclusi, che tristezza la famiglia d’origine sfaldata dal declino fisico ed ora dalla pandemia, che malinconia per il figlio che giustamente adesso vive per conto proprio, che tenerezza per la coppietta di superstiti quali siamo io e la mia compagna, pieni di acciacchi e di medicinali, ormai etichettati come anziani.
Siamo circondati da morte e distruzione e mi pongo domande sul senso della vita, per fortuna questa canzone è bella anche se non capisco le parole, perchè quest’anno non ho motivazioni per apprezzare il Natale, anzi mi sono convinto e lo grido al mondo che dio non esiste, nessun dio esiste, e le religioni non sono altro che invenzioni degli uomini timorosi di tutto ciò che è più grande di loro, di tutto ciò che non capiscono, di tutto ciò che temono…prima fra tutte: la morte.
Credo che sia tutto naturale, si vive, si muore, siamo figli del nostro pianeta al pari di tutto ciò che vive attorno a noi, non siamo superiori, non siamo prescelti…siamo animali che amano complicarsi la vita con regole e leggi, con riti e costrizioni, con fantasie ed illusioni ma alla fine torniamo da dove siamo venuti. Niente si crea, niente si distrugge.
Com’è bella questa canzone a cui mi lascio andare come se galleggiassi sul pelo dell’acqua, quanta calma in me adesso, tranquillità, serenità che potrei dormire sopra un manto di chiodi e non risentirne, anche se qualche chiodo lo infiggerei volentieri nelle mani dei vicini di casa che tutti i giorni rompono i coglioni cercando di suonare il pianoforte…basta poco per perdere la calma…ma gliele inchioderei sul legno dello strumento, laccato nero con schizzi rosso sangue, un bel contrasto, ne verrebbe fuori una bella fotografia.
Alzo il volume per non sentirlo, anche se così mi gioco l’udito ma non m’importa, adesso si balla, la musica è cadenzata, ricorda un… non lo so, almeno questo pianoforte è suonato bene e lei ha una voce così bella che potrebbero venire le lacrime agli occhi.

© Carlo Becattini