Il bacio all’ombra del glicine in fiore

 

Ciao. T’invito all’ombra del glicine. Il suo colore è quello della nostra città. Vieni, sediamoci qui, c’è una panchina che sembra sporca ma è solo scolorita e le scritte a pennarello testimoniano un’amore di passaggio. Alza gli occhi, vedi come sono belli questi grappoli violacei e senti come inebria il loro profumo. I rami si attorcigliano ed afferrano il pergolato quasi con violenza, con quella forza che solo la natura sa mostrare con naturalezza. Stanno spuntando le foglie e presto copriranno tutto di verde per proteggerci dal sole. Appoggiati a me e pensa a com’è bello vivere di respiri e folate di vento. Ci guardiamo negli occhi, le tue pupille lentamente si dilatano ed in esse scorgo le mie che hanno lo stesso movimento di fiducia nell’altro, rinnovando quest’amicizia. Un uccellino si posa sul ramo, l’osserviamo compiaciuti poi cinquetta e se ne va saltellando. Che belli i colori del petto e del becco. Dammi la tua mano che ti lascio la mia ma stai tranquilla è solo un prestito, te la rendo subito … così giocavano i due bambini, lui calzoni corti e lei gonnellina rosa, lui calzini calati e lei scarpette con l’occhio, lui ciuffo ribelle e lei trecce sbarazzine, mano nella mano guardavano la vita attorno a loro dipanarsi come un gomitolo di lana che cade dalle ginocchia della nonna e ruzzola via incontrollato sul pavimento. Ti ho baciata nel sogno, eri ninfa dei boschi genuflessa sulla riva del lago a specchiarti nell’acqua fredda tra una pianta acquatica ed un desiderio ricorrente. Ti ho baciata nel sogno mentre seduta sulla barca immergevi un braccio nell’acqua tiepida ed al calore del sole ti lasciavi andare al desiderio. Ti ho baciata in piedi su quella roccia a precipizio sulla scogliera, entrambi pronti a spiccare il volo, a saltare giù verso l’abisso blu per aprire le ali come fossimo maghi e andare via. Ti ho baciata mentre ti guardavo negli occhi, mano nella mano, seduti su quella panchina, sai, quella sotto il glicine carico di fiori, quella su cui due innamorati di passaggio hanno scarabocchiato i loro nomi ed una data tanto tempo fa. Ti ho baciata mentre eri solo un ricordo. Ti ho baciata mentre non c’eri. Ti ho baciata ma non ero io quello, perchè ci vuole del coraggio per essere felici.

Carlo Becattini

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Sonno e malinconia

Anche stasera spazio ritagliato con la forza di volontà e la stanchezza che avanza. Un occhio già è chiuso e sull’altro la palpebra vacilla, ancora poco e si chiuderà anche lei. Dopo sarà l’oblio del sonno e l’oscurità benefica del sogno. Rimaniamo in silenzio ad ascoltare il giorno che muore, l’età che inesorabile avanza, la vita che altrettanto passa. Avrà un senso tutto ciò? Odo della musica indefinita, non proviene dall’esterno ma da me, quell’omino che se ne sta al chiuso e che conosco bene. A volte la bellezza interiore supera la realtà. Ma siamo reali o apparteniamo al sogno pastorale degli antichi? Forse è un sogno nel sogno che si chiama realtà e la vita altro non è che il letto su cui dormiamo. Stasera l’aria sa di mongolfiere, il vento soffia silenzioso come un aliante e le sospinge a colorare il tramonto. Decisamente l’aria profuma d’aquilone, di legna bruciata, di caminetti accesi come d’inverno per la via che da Firenze a Fiesole conduce. Osservo il panorama, la mia città vista dall’alto, la mia prigione, grande la tentazione di aprire le ali e volare. Migliaia di persone han popolato e vissuto in questa valle, hanno amato, in qualche modo sono sopravvissute alla vita inclemente, poi il soffio del vento … e l’aliante è passato, non c’è un pilota a manovrarlo ma una luce bruna. Sole che t’immergi nel mar non sento il ribollir dell’acque nè veggo nubi o vapori svanire. Il momento d’andare è giunto, gli anni cominciano a pesare e sulla pelle porto i graffiti del tempo e della malinconia.

© Carlo Becattini

Cucinando

2016-08-25. Gritsay Aleksey - On the veranda - 1958
Gritsay Aleksey – On the veranda – 1958

Oggi ero intento a cucinare anche se dirlo così mi pare riduttivo visto che tutto il pacchetto cucina è partito dallo svuotamento della lavastoviglie e si è concluso con il suo riempimento a pranzo finito. Quando comincio qualcosa vado fino in fondo e lascio la cucina meglio di come l’ho trovata. Ho fatto tutto con il sottofondo della musica che mi arrivava in modo intimista attraverso gli auricolari del lettore mp3. Cucina e musica sono sempre una buona accoppiata per me, da sempre. Metto la musica ovunque ma in alcuni casi la tolgo, per esempio, contrariamente ad alcune decine di anni fa, ora, quando leggo ho bisogno di silenzio. E pensare che prima studiavo a suon di musica e mi serviva proprio per concentrarmi. Mentre mettevo le stoviglie al loro posto avevo la mente libera, anzi liberata da ogni costrizione, la musica, le parole della canzone si snodavano nel loro modo abituale fino a quando hanno attirato la mia attenzione e ne ho preso coscienza nell’attimo in cui i miei pensieri liberi si sono scontrati con il senso di quelle parole. Le parole erano di Fossati. Questo cantante che mi è compagno di vita fin da quando ha cominciato a cantare con i Delirium dall’inizio degli anni settanta. Siamo invecchiati insieme. Ho continuato ad ascoltarlo per tutti questi anni ed ogni volta mi ha ricordato una ragazza che conoscevo e che … chissà che fine ha fatto! I miei pensieri hanno sollevato domande da farle: ma in tutti questi anni gli sarà mai capitato di pensarmi, di ricordarmi anche per un attimo o associarmi ad una canzone che in un momento di malinconia l’avrà rapita e portata via? Solo curiosità, pura curiosità indotta da una lieve vena nostalgica che mi ha annebbiato la ragione ascoltando tante canzoni e la loro magia di far rivivere ciò che è stato, ciò che non è più. Ma non era solo questo, c’era molto di più, un sentore particolare, strano, sovrannaturale, una nuova presa di coscienza, una diversa sfumatura del pensiero che ho colto al volo e mi ha spiazzato, ma non saprei bene cos’era. Ancora la mente continua le proprie ricerche a mia insaputa, ancora la mente propone visioni nuove e nuove sensazioni. Cos’altro scoprirò di me? Cos’altro proverò? La stessa sensazione giorni fa, davanti ad una bancarella di libri usati, davanti alla copertina di un libro che mi ha fatto “girare la testa” riportandomi indietro nel tempo quel tanto che basta perché lo comprassi, quel tanto che basta per stringerlo tra le mani, per avere oggi una scheggia perduta di quel passato che vive ancora. Ah pensieri, maledetti pensieri.

© Carlo Becattini

Senza regole

Carl Larsson - Donna sdraiata su una panchina - 1913
Carl Larsson – Donna sdraiata su una panchina – 1913

Sono ancora qui a calpestare l’erba del prato, i piedi son bagnati di brina o pioggia, lo sguardo ebete o assonnato, ad ogni passo rifletto su quanta vita sono capace di uccidere inconsciamente. Una capriola, due, tre, mi sporco di verde, clorofilla e cellule aliene spalmate sugli abiti. Una volta vivevo in una casetta di montagna colorata dei colori dell’arcobaleno o forse era un’arnia ed io un’ape, sempre indaffarato, codificato, perso tra il polline ed il miele. Ma per me è troppo dolce anche se il retrogusto di faggio, castagno o fiori di campo non mi lascia indifferente … il tiglio non mi piace. Venti forti, odore di polline, sono insetto o pianta, sono escrescenza legnosa o fiore profumato, sono carne, sangue, passione, meraviglia, piacere, ammirazione, svago, dolore, emozione, esaltazione, vuoto … Opera d’arte che mi ritrae, prigioniero della roccia, del marmo o del lucido acciaio, risuono come l’eco nella valle, come il gong percosso con violenza, come l’arpa accarezzata dal vento o la prua della nave che fende le onde. Guardo lontano l’orizzonte, la dove finisce il mare ed inizia il mistero, la dove si vede chiaramente che questo pianeta è rotondo … forse sono un grandangolo o sono ubriaco di saggezza, persino incapace di vedere un orizzonte piatto: la fine del mondo e dall’orlo di quell’enorme abisso mi tuffo, novello campione olimpionico di salto nel buio. Il frastuono è impressionante, preferivo quando ero solo col silenzio dei pensieri che telepaticamente raccontavano cose, cosciente, perduto, ritrovato, incosciente, vissuto, accaldato. Rovente come una pentola di cibo delizioso, attento come il mirino di un fucile, scattante come il cane della Colt battente su tamburo, una storia di battere e levare, un film musicale, un western, non fa differenza perché sono la stessa cosa. I fratelli Lumiere, la cinepresa di mio padre, filmini super otto, sono un fotogramma, una diapositiva, una fotografia, un negativo ma che so essere anche positivo, sono alfa e beta, gamma e delta, e poi giù, giù fino all’omega, sono inizio e fine di ogni cosa, sono mondo ed universo, sono tutto il creato, sono te anche se non lo sai, anche se non lo credi, anche se non è vero ma non tutte le bugie hanno le gambe corte o le grandi ali. Aprire le braccia e volare, aprire le braccia e ridere, aprire le braccia ed accoglierti, abbracciare l’umanità tutta, abbracciarne l’essenza … esperienza sconvolgente. Ancora una volta pensarti, farlo in libertà, a ruota libera, a mente aperta, a cavalcioni di un cavallo o di una fiera, di pegaso o d’una chimera, d’una moto o di una bici. Pedalare senza fretta … oppure correre, corrrrere, corrrrrrrrrrereeee e poi stanco, stare, sudato di pianto, sfinito, stremato da una estate torrida che mi rende prezioso. Fermarmi, pensare, evocare il tuo nome, scandirlo bene, urlarlo, sussurrarlo, in ogni forma, in ogni soluzione è vita, è presenza, è emozione, è bello. Urlarlo così forte da lanciarlo via lontano e poi correrti dietro fino a ritrovarti, fino a riprenderti, fino a ritrovare le fila d’un discorso lasciato in sospeso, fino a ritrovare la tua anima. Scandire le parole, raccontare è conoscenza, è penetrare nell’intimo, nella coscienza, nella parte segreta, quella che giace dietro la facciata e che raramente si mostra al pubblico, quella che neanche noi conosciamo. Ridere, scherzare, giocare col sole e la luna, confondere tutte le stelle, inventare le costellazioni e poi rilassarsi dietro la tazza della colazione, dietro il gusto, il tatto, la fragranza, la frutta matura e dolce, il gusto di un nuovo giorno che inizia, il gusto del risveglio, il piacere di vivere un giorno ancora, meritevole di tanta attenzione, e poi volerne ancora, e poi volerne di più collezionando settimane, mesi, anni e ringiovanire diventando vecchi, ritrovarsi nel futuro e giungere alla meta. Sognare, dormire, chiamare il tuo nome, evocarti come un sacerdote dell’antico Egitto, come un Sufi che fa la ruota, come un Druido dell’antica Britannia, come un Gladiatore dell’antica Roma, come l’arrivo di una nuova bottiglia dal mare in cui inserisco questa lettera che bene o male rappresenta tutti i silenzi che sai… poi tappo, muscoli e lancio in mare!

© Carlo Becattini

La conta degli anni

Max Nonnenbruch - Evening by the Lake
Max Nonnenbruch – Evening by the Lake

Eccoti qua, ad aggiungere una nuova tacca sul calcio della pistola, ad incidere la madreperla ed i suoi riflessi indefiniti con la punta del bulino, col sorriso di un bambino che guarda avanti verso il mattino.
Non importa se la neve vien giù, se il freddo morde e urla tra i tetti e le fronde degli alberi, se le cose cambiano lasciando sedimentare i ricordi, non importa se le cose vanno come vanno, lasciale andare, liberale e liberati, lasciati trasportare via come un foglio di carta, una foglia o un semplice turbinio d’aria.
So che non è facile contare gli anni, tutti, belli e brutti, ma tu fanne un pacchetto e regalali al passato, relegali nel ricordo, forse ciò che più conta ora è il presente, tutto il resto è andato, lo porti nel cuore, questo basterà.
Guardami bene ancora una volta, son qua per te. La musica di sottofondo è un valzer, la cadenza… la stessa, anche questa bottiglia galleggerà tra le onde del mare ma non ha importanza se leggerai il messaggio ora, tra qualche anno, qualche secolo, oppure se non lo leggerai mai, l’importante è che io l’abbia lasciato nelle mani del futuro, scagliandolo lontano da questa isola che m’imprigiona.

© Carlo Becattini

Libri usati

Non potevo stare chiuso in casa, avevo il forte bisogno di andare fuori, sopra tutto di stare a contatto con la natura, infatti ero partito con l’intenzione di andare alle Cascine per l’impellente bisogno di un contatto con la terra, con le piante, con l’acqua, avrei voluto sedermi sulla riva del fiume, sdraiarmi sul prato per perdere coscienza con gli occhi rivolti al cielo azzurro e sconfinato, abbracciare un albero e stringerlo forte da farmi male, è troppo tempo che sono lontano da tutto questo, è ora che cominci a instaurare nuovamente quel bel rapporto che avevo con la natura ed i suoi cicli, il ragazzino che conservo in me vuole ancora emozionarsi nel chinarsi ad annusare un fiore come tanti anni fa. Di questo ho un bel ricordo, di questo ho ancora bisogno. Poi invece, i miei passi ai quali avevo dato libero arbitrio, mi hanno condotto fino al quartiere più povero di Firenze, il più vero, fatto di persone semplici, di vecchi che invadono i marciapiedi per sedersi sulle loro sedie di legno impagliate e stare a chiacchiera con tutti quelli che passano, scherzando, sfottendosi o rimpiangendo il tempo che fu. Ne ho trovato uno, l’ho riconosciuto, un “vecchio” seduto davanti al suo negozio di libri usati dove andavo da ragazzo a cercare libri di fantascienza. Per un attimo sono tornato indietro nel tempo, lui più giovane ma il negozio sempre lo stesso, mi sono rivisto aggrappato alla lunga scala per raggiungere gli scaffali più alti, ricolmi di libri di cui ero assetato. Sete che veniva frenata solo dalle limitate capacità del portafoglio. Ero andato oltre ma sono tornato indietro e sono entrato in quel negozio, chiedendo (come una volta) se aveva libri di fantascienza mentre lo sguardo andava a quello scaffale d’un tempo. Lui, leggendomi lo sguardo, mi ha confermato che erano lì, sempre che mi sarebbe riuscito trovarne. Sono entrato quasi con timore, quello reverenziale che si ha quando si entra in un luogo sacro. Tutto era desolazione e devastazione, non c’era un libro al proprio posto, il caos imperversava ovunque ed era impossibile fare ogni tipo di ricerca. Ho toccato una pila di libri davanti a me che alla prima sollecitazione è crollata fragorosamente a terra, tutto attorno era morte e distruzione. Ho cercato di guardare su quei ripiani e mi sono sporcato le mani di polvere che da millenni s’era depositata su quelle copertine spiegazzate e scolorite. Ho desistito. Avrei voluto offrirmi di rimettere a posto quel negozio, di pulirlo e ritrovare la giusta collocazione a libri e fumetti, tutte cose che l’età del “vecchio” non gli permetteva più di fare. Avrei voluto avere abbastanza denaro per comprare tutta quella devastazione per riportarla a nuova vita. Avrei voluto fermare lo scorrere del tempo ma l’unica cosa che ho avuto la forza di fare è stata quella di andarmene un po’ mesto, salutando quell’uomo che forse non avrò più occasione di vedere, almeno in questa vita. Quindi sono tornato alla realtà.

© Carlo Becattini

Sassolini

Sono stato svegliato nel pieno della notte da Lei (anonima) che, persi orientamento ed equilibrio, faceva suo malgrado il tronco d’albero, per non dire la statua di pietra, (o quella di sale per riandare a fatti biblici) per la mancanza del senso più importante che la faceva cadere ad libitum, pur essendo sdraiata sul letto. Poverina e mi son improvvisato infermiere e l’ho aiutata per quanto possibile. E son’i sassolini negl’orecchi dicevano al tempo di Dante … e si movano e tu perdi l’equilibrio, scriveva l’Alighieri in un canto della Commedia, quello che s’è perso, quello che non è arrivato ai giorni nostri, quello con cui aveva fatto un pirulino di carta per dare fastidio a Beatrice che passava per strada. Ogni volta che la vedeva gli rompeva le scatole importunandola e quel pirulino le si conficcò nella lunga capigliatura … lei se lo tolse con stizza e lo gettò in Arno. Ecco come l’è andata e la parte in cui Dio perde l’equilibrio e cade giù dal Paradiso per colpa di quei sassolini che s’erano spostati nessuno l’ha mai letta. Mi vien da pensare al Petrarca, al Boccaccio, a Bertoldo e Bertoldino sulle rive del Mugnone dove diversi secoli dopo giocheremo noi a fare i castori, costruendo dighe di sassi per ostruire il corso del torrente, poverini, non avevano niente di meglio da fare, anche se in questo caso qualche legame col Machiavelli si potrebbe anche trovare a parte Freud e Jung. Ho sempre preferito quest’ultimo, l’ho sentito più vicino a me, più vero, più credibile del pansessualismo freudiano che ha avuto così larga eco in passato. I’m Your Man. Mi sento carico di Sense of nonsense, di idee allo stato prenatale, di pensieri, di bellezza, di visioni, di spazi interni da conquistare e mi muovo in quel senso, esploratore alla Mungo Park, archeologo come Belzoni ossia a modo suo, ma anche avventuriero, ingegnere, Sansone della Patagonia … e la sua vita finì in diarrea. Sperando che la sorte arrida a migliori aspirazioni per ora cesso (tanto per rimanere in tema) di scriver bischerate.

© Carlo Becattini

La tua poesia

2016-06-30 Otto Greiner - Odysseus und die Sirenen
Otto Greiner – Odysseus und die Sirenen

Ti lasci andare alla poesia, ti abbandoni all’immaginazione, ti abbracci alla realtà d’un sogno e poi ti ci tuffi tutta intera, mi prendi per mano, mi trascini con te, belle immagini, belle sensazioni, sei tu il poeta stasera e mi stupisci con l’idea di fare casino col silenzio al pari di fare arte raffigurando il vuoto e poi ti arrendi, fai marcia indietro, scagli il sasso e subito nascondi la mano anzi neghi d’averlo mai pensato, t’ho beccata ancora a fare questa cosa, t’ho beccata di nuovo col sasso nella mano ed il pentimento nella testa. Ma guarda stasera che parole hai scritto, comprendo lo stato d’animo e la tua poesia ma non avere paura di pensieri belli come questi, non aver timore di far male con quel sasso, hai sempre la possibilità di non colpire il bersaglio. Stasera invece l’hai colto, m’hai preso dritto in fronte e sto sanguinando, sento qualcosa di caldo colare giù, attraversarmi il viso. Non provo dolore ma rabbia per avermi colpito ancora con la tua fuga precipitosa. Dai, non avere paura, affrontami, scagaliane un’altro, fallo più forte che anche la tua poesia è bella. Ho l’animo futurista stasera, ho voglia di gridare, voglia di volare su nel cielo e di precipitare, voglia di schianto fragoroso, di ammasso metallo-carne, sangue-olio, cervello-motore, voglia di amare un pugno che rompe il naso, voglia di poetare col mitra in una mano e l’anima nell’altra.

© Carlo Becattini

Mattina presto

Mattina presto, partenza … ritorno a casa.
L’Aurelia è deserta, ci sono solo io.
Il sole ancora non è sorto da dietro il Monte Gàbberi e le Apuane, mi guardo attorno ed è uno spettacolo magnifico … me lo sono goduto per tutto il tragitto fino a Firenze, tanto ero praticamente da solo.
L’ingresso dell’autostrada m’inghiotte, il sole proietta la propria luce da dietro i monti verso l’alto, annunciandosi.
Alla mia sinistra monti sfregiati dalle mani dell’uomo, cave e case abbandonate di cui la natura si sta riappropriando … dentro una casa … dentro una casa intera un enorme albero sporge dal tetto ormai inesistente, tutto è abbandonato da tempo, i vetri delle finestre sono rotti, le porte aperte, rimane solo la pietra da costruzione rivestita di rovi e circondata da alberi.
Alla mia destra strati progressivi di lingue d’acqua luccicanti si allontanano fino al mare … che bella vista panoramica, il lago di Massaciuccoli, il mare, poi improvvisamente entro in galleria, una serie di gallerie, quella più lunga di oltre un chilometro e poi lo spettacolo del sole che, inesistente fino a poco prima, si presenta in tutto il suo splendore, alto nel cielo.
Attraverso il vetro vedo che le sue infinite braccia mi cercano e sembrano toccarmi, seguirmi, accompagnarmi nel mio cammino lungo la grande discesa verso Lucca.
Vedo i raggi del sole disegnati sul vetro dalla macchina come nel disegno di un bambino, alzo lo sguardo schermato dagli occhiali scuri e guardo il sole aspettandomi di vederlo sorridente con gli occhi e la bocca. Mi acceca.
Lascio Lucca alle mie spalle, incrocio stormi di uccelli che rigano il cielo seguendo rotte incomprensibili. Lontano una piccola nuvoletta, piccola piccola, l’unica in tutto quel cielo nitidamente azzurro e smagliante. La guardo attraverso le braccia del sole che ancora non mi lasciano, anzi, due grossi raggi curvano sul parabrezza raggiungendo le mie mani, mi toccano, li sento.
La piccola nuvoletta sta crescendo, si è fatta più grande ma i suoi contorni si sfaldano nel nulla fino a svanire.
Vedo successioni infinite di valli e colline, variazioni di colori, tutte le tonalità del verde, una nebbiolina separa la terra dal cielo, divide il panorama in due, vedo il sotto ed il sopra ma l’insieme riporta alla mente immagini di panorami medievali, torri svettanti dall’alto delle colline, borghi, agglomerati di case costruiti in alto appositamente per sovrastare e tutt’intorno piante e colline.
In lontananza Montecatini, arroccata senza più quella enorme gru che ha modificato per anni lo skyline del luogo assurgendo a simbolo della città stessa. Mi manca.
Ancora strada. Avanti, avanti.
A sinistra colline, dietro di me colline, a destra ancora colline … scopro di trovarmi in una vallata circondata da colline simili ad un dragone cinese che balla la sua danza.
Il panorama è cambiato, pianura e coltivazioni, la mano dell’uomo è troppo presente, ha modificato il panorama ma la natura spontanea, per non dire selvaggia, è troppo bella al confronto.
Pistoia, piante fatte in serie, tutte uguali, dalle forme più assurde che solo la mente umana riesce a concepire … mi rendo conto che lo spettacolo naturale che ha accompagnato questo mio spostamento è finito.
Prato … ovest e poi est, sono troppi i richiami al lavoro, vecchio o nuovo che sia, zone da non amare, zone industriali, lavori umani di sudore e sottomissione in una società che illude e sfrutta, dove i pochi governano per tutti gli altri in una strana forma di costrizione chiamata democrazia.
Firenze, finalmente a casa … ma questo viaggio mi è proprio piaciuto, pensa che l’ho commentato ed in modo poetico per tutto il tempo, avrei dovuto registrarmi perchè ho pronunciato bellissime parole, poi come sempre accade, quando ti siedi al computer per buttarle giù, quel che ne vien fuori è tutta un’altra cosa.

© Carlo Becattini

Lo schiaffo

Circe, la Tentadora - Circe, The Temptress, Charles Hermans (1881)
Charles Hermans – Circe, la tentatrice – 1881

E’ bella la tua mano, le dico, tenendola tra le mie, ma tanto fredda. La tengo stretta per scaldarla e lei si abbandona al tepore, alla mia amicizia, al mio affetto. Sorrido tra me e me e poi la guardo col desiderio dell’animale in cerca di una carezza, di un gesto esplicito che ricompensi la dedizione profusa verso l’altro. Le dita sono lunghe, affusolate, ben curate ed è uno spettacolo emozionante vederle muoversi tutte insieme, in armonia, e sentirne il contatto affettuoso sul viso. Una carezza. I rapporti umani sono fatti di dare e avere, di piccole cose insignificanti, importanti, necessarie. Ora siamo pari, ti ho dato il mio calore che hai ricambiato con comprensione. Ma ora devi andare, sento i polpastrelli staccarsi dalla mia guancia nello stesso istante in cui ti alzi e te ne vai. Rimango con lo sguardo sulla tua schiena che si allontana per un tempo eterno e non ricordo neppure quando sei scomparsa alla mia vista.
Poi mi torna in mente, che strano, un momento del passato strettamente legato alla tua mano. Un altro tempo, un’altra età, la stessa mano che poco fa m’ha sfiorato, allora mi percuoteva con forza e rabbia. Schiaffi! A turno ci schiaffeggiavamo porgendo il volto al nostro dolore. Schiaffi! Per curare la rabbia, per dirci tutto quello che avremmo voluto ma di cui non trovavamo le parole. Schiaffi! Per la delusione che si celava nella differenza tra le aspettative e la realtà. Schiaffi! Per tutto il bene che ci volevamo, per la grande paura che avevamo di perderci. Ricordavo tutto chiaramente.
Come il genio della lampada, il cameriere si offrì di esaudire i miei desideri risvegliandomi dal torpore ipnotico in cui il ricordo mi aveva bloccato. Sentivo chiaramente sulla guancia il bruciore degli schiaffi!

© Carlo Becattini