Gli occhi pieni di stelle

Eravamo giovani, adoravamo l’oscurità, il mistero della notte dove tutto era indefinito, dove le stelle si disegnavano nel cielo come gessetti sulla lavagna nera. Era il dieci agosto di alcuni decenni fa, la notte di San Lorenzo, quella in cui si potevano vedere le stelle cadenti, quella in cui si potevano esprimere desideri, quella in cui potevamo stare ancora insieme. Era bella l’idea di sdraiarsi sulla spiaggia per dare la caccia alle stelle tenendoci per mano. Dopo aver giocato un po’ a rincorrerci, cademmo abbracciati sulla sabbia fredda per baciarci. Poco importava in quel momento del buio, delle stelle e del lavoro del bagnino che avevamo rovinato con la nostra presenza. Eravamo solo noi l’intero universo. Sentivo il calore del suo corpo, il respiro accelerato. Mi ritrovai a guardarla negli occhi nei quali vidi brillare migliaia di stelle, non so se fu un gesto istintivo o frutto di un veloce ragionamento, però mi voltai verso la riva del mare, verso l’immensità di quel cielo stellato che avevo appena osservato. Sorrisi, mentre lo sguardo a lei tornava e la invitai a guardare in alto…tutto quello che poteva vedere, l’avevo già scorto in lei. Le passai una mano tra i capelli freddi, sparpagliati e mescolati con miriadi di granelli di sabbia su cui erano adagiati. Rotolammo ancora una volta, poi ci fermammo con la schiena a terra, entrambi con lo sguardo rivolto al cielo per ammirare la volta luccicante di stelle. Mai ne avevamo viste così tante. Le nostre menti si persero nello spazio, ma la curiosità di vedere almeno una stella cadente che ci facesse sentire piccoli e perduti nella nostra umanità, che ci facesse prendere atto di non essere tanto più grandi e significanti di uno dei tanti granelli di sabbia su cui eravamo stesi, ci costrinse a rimanere a lungo in quella posizione, con lo sguardo rivolto verso l’alto in attesa. Le vedemmo, arrivarono in sordina, prima una così veloce da farci venire un dubbio, poi un’altra come a confermarci che avevamo visto giusto. Erano stelle cadenti, un guizzo rapido, una scia luminosa che subito svaniva nella notte. Eravamo strafelici, osammo anche appendere nell’ignoto i nostri desideri segreti ma poi lo spettacolo cominciò e sembrava non avere fine: un’altra stella, poi ancora un’altra, anche due e tutte lasciarono le loro scie luminose e poi ancora e ancora. Non avevamo mai visto niente del genere e non l’ho mai più rivisto, ma lo spettacolo di quella notte ci ha illuminato l’anima per tutta la vita, infatti sono ancora a raccontarlo come un fatto eccezionale non tanto per lo spettacolo in se, ma perchè ci ha cambiati dentro. Fu tanto il tempo che trascorremmo a scrutare nel buio che potemmo vedere l’illusorio cammino di ogni stella ed una interminabile cascata di stelle cadenti. Meteoriti cadevano sulle nostre teste sciamando silenziose, il cui rapido guizzo veniva offerto in pegno dei nostri silenti attimi d’amore. Vicino a noi l’interminabile ritmo frusciante del mare scandiva il tempo lento a passare, finchè il freddo della sabbia e l’umidità della notte ci fecero provare brividi di freddo mentre la notte diventava profonda. Ancora un abbraccio, ancora un bacio prima di riprendere la via del ritorno.

“Miriadi di stelle cadono nel cielo,
ed è verso il cielo che si esprimono i desideri.”

Carlo Becattini

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Se guardo il cielo…

Per la strada - 08 agosto 2010 - foto personale
In strada – agosto 2010 – foto personale

Se guardo il cielo vedo tutto azzurro, così azzurro che non lo guardo più da un pezzo. Ho visto tante di quelle nuvolacce grigie/nere che quando mi tocca quell’azzurro lì, le rimpiango. La sera rinfresca ma non più di tanto, comunque non esco mai dopo cena, che non m’importa. Stasera ho qui con me un sottofondo musicale di Mark Knopfler che si sposa bene con la notte. Andrebbe benissimo per una girata notturna in auto senza meta e tu si che ne sai qualcosa. Non posso fare a meno di ricordarci così. Questo disco è tutto bello, così caldo, languido, rilassante, tranquillo, affascinante tanto che riesce a farmi provare sensazioni di rimpianto per qualcosa che non so nemmeno io cosa. Oh dio, com’è bello, struggente da chiudere gli occhi e lasciarsi andare a ballare un lento, ballarlo all’infinito per non uscire più dal sogno. Ah, si che questa sarebbe una bella vita. Tanto per informazione si tratta del cd intitolato “Sailing to Philadelphia”. Ecco, ora è la volta di “Silvertown blues” un brano che mi piace in particolar modo. In questo periodo amo il blues, ma in fondo l’ho sempre amato, in lui risiedono le mie origini. Ieri sera ho iniziato a scrivere una cosa senza senso e non so se avrà un futuro. La scrivo senza seguire nessuna traccia che non sia quella del tempo combattuto tra desiderio e realtà, ma sarà un viaggio lungo e non so se riuscirò ad arrivare alla meta:

Sera di maggio, pensiero incosciente, traghettatore silente nel buio, reale ma onirico, di questa notte eterna che tutto ha tinto di scuro. Il silenzio è greve questa notte, lo sento palpabile, fisico, ne sono impregnato come lui di stelle. Spazio con lo sguardo in questo cielo stellato che sembra non avere mai fine, così i miei pensieri. Già. Il mio pensare: un cervello che elabora sensazioni ed informazioni, ma quanto è grande l’immensità del cielo che non riesce a contenermi, quanto è vasto l’universo in cui mi muovo.

Prendo il telefono, compongo il numero, aspetto la risposta che tarda a venire. Quando arriva, arrivi tu, con la tua voce, quel sorriso che conosco bene, la dolcezza che inesorabile ti scaturisce da dentro e mi avvolge, tenendomi stretto. Quel suono, la voce, la seguo affascinato e da essa mi lascio trasportare, valicando i limiti dello spazio e del tempo, tanto è grande il tuo potere, mia strega.

Vorrei ridere, muovermi, parlare ma non posso, sono legato alla sedia da tutti gli sguardi che mi tengono sotto tiro, com’è dura la guerra, com’è difficile sopravvivere alla quotidianità. Sento che ridi, mi chiami, mi parli nel silenzio della notte stellata. So che di questo buio potrei morire, so che in questo buio potrei smarrirmi e non tornare più. Forse diverrei stella e brillerei in eterno, almeno fino a quando il tuo soffio potrebbe spengermi. Non posso farcela, non ce la faccio, il mio desiderio è grande ma debole, la tua voce flebile ma suadente, oh mia sirena, ondina lieve, pescatrice di anime a cui mi donerei senza riflettere.

Parlavi e ti ricordavo come tanto tempo indietro, il tuo aspetto, quale grazia e che movimento, il fisico e che corpo, su di te la fisica e la matematica si erano fuse con l’anatomia e la filosofia, o forse erano solo arte e poesia. Vedevo tutto questo, pensieri che avevano forma e forme che provocavano pensieri. Ero un romantico, Eros era il mio Dio e tu il mio cuore, la mia Musa. La tua voce, quel suono dal sapore afrodisiaco, il fruscio delle vesti, il tuo calore. Ah, quelle sere camminate sulle antiche pietre al tuo fianco stringendo un tesoro, la tua mano, una parte di te. Rimanevo senza fiato, trafitto dalla tua lancia, da quel suono tanto caro ma così tagliente. Mi lasciavo trafiggere dalla tua volontà che non voleva vedere il mio desidero, che non voleva arrendersi al mio richiamo.

Divenne difficile credermi, non mi convincevo più, non mi decidevo mai, sempre in bilico tra la paura di rimanere solo e la certezza di esserlo. Perderti, non perderti, spiccare quel salto nel vuoto non dipendeva da me che ormai avevo già fatto di tutto, salvo andare via. Ricordo lo splendore della stella, alta nel cielo scuro della sera, quella a cui rivolsi la mia preghiera: un desiderio d’amore da esaudire. Incredibilmente accadde e per un attimo divenni credente ma la ragione mi condusse nuovamente sulla retta via, lontano dai riti e dalle superstizioni che assoggettavano l’uomo al loro volere. Cosa accadde ormai non è più certo, forse fu un raggio di sole o il suo riflesso sul tuo volto, ma gridai forte al vento il tuo nome e la tua bellezza. Ero perduto per sempre.

La realtà converte sempre nel presente ogni istante dedicato al ricordo, ed eccomi qui a parlarti nella cornetta, capace di rinnovare la nostra magia. Stranamente mi parli dei tempi che furono, non lo fai mai, ricordi fatti e situazioni con l’ottica della tua regia, ovviamente l’attore sono io e mi muovi a tuo piacimento seguendo il tuo ricordo, le tue emozioni ed io seguo il tuo film che ho vissuto di persona, provando le stesse sensazioni di allora. E’ il mio turno, cambiano regia, attori e punto di vista o punto di fuga in questa prospettiva nuova che la mia mente ricrea senza sforzo. Mi dedico molto ai particolari, espando l’istante all’infinito ed il film diventa una immagine che sembra fissa, capace di cambiare solo nel corso dei millenni. Il tuo viso in primo piano, potrei contarti le ciglia o le poche efelidi sparse sul naso. Il trucco degli occhi, il colore che hai scelto di usare per essere ancor di più, per apparire, per ammaliarmi e tenermi stretto in tuo potere. Ecco lo sguardo penetrante che entra in azione, quello con cui pretendi di guardarmi dentro a volte troppo a fondo, tanto che provo emozioni particolari, come se ragionassi con l’inguine e dintorni. Ma che importa, è così bello tutto questo. Poi è la volta delle labbra, la bocca che si muove seguendo un sorriso lungamente represso che adesso erompe con tutta la vitalità di cui è capace. Mostri i denti, ridi che non so più se riuscirai a fermarti, così contagiosa da imitarti, senza un motivo. Infine i capelli completano il ritratto che rivedo dentro l’anfratto del ricordo un po’astratto. Ancora realtà, sempre tu dall’altra parte del filo che dalla cornetta passa al telefono e dal telefono corre a nascondersi in un buco nel muro: la via per raggiungerti.

Eccoti qua, donna, immersa nel buio dei tuoi pensieri, so che mi aspetti. Ti ho scorta da lontano, chissà cosa pensi. Ciò che vedo è apparenza mentre vorrei che tu appagassi la mia sete di conoscenza. Il tuo volto è triste, lo sguardo fisso nel vuoto non vede l’orizzonte arrugginito dal tramonto, forse sai, forse avverti, forse vedi lontano nel futuro questo stesso giorno quando la tua gioventù sarà perduta, quando non vorrai più credere all’esistenza dell’infinito. Non so più se ciò che vedo è rivelazione o squarcio temporale. Vedo anch’io quel che vedi tu? La te che mi è di fronte da quale tempo proviene? Ti osservo provando la sensazione di essere invisibile. Giro attorno alla tua figura immobile, ecco i capelli sciolti che si modellano sulle spalle, poi le ciglia, le palpebre tra il verde e l’azzurro, la pupilla che si confonde con lo sguardo, poi abiti secondo il gusto, alcuni sfrangiati, altri attillati, sei bella. Mi saluti come se mi vedessi solo ora. Non sei neanche meravigliata ch’io sia apparso dal nulla. Sorridiamo tra il bacio che mi dai ed il braccio che ti offro, andiamo a spasso fianco a fianco come oggi non si usa più.

Carlo Becattini

Il bacio all’ombra del glicine in fiore

 

Ciao. T’invito all’ombra del glicine. Il suo colore è quello della nostra città. Vieni, sediamoci qui, c’è una panchina che sembra sporca ma è solo scolorita e le scritte a pennarello testimoniano un’amore di passaggio. Alza gli occhi, vedi come sono belli questi grappoli violacei e senti come inebria il loro profumo. I rami si attorcigliano ed afferrano il pergolato quasi con violenza, con quella forza che solo la natura sa mostrare con naturalezza. Stanno spuntando le foglie e presto copriranno tutto di verde per proteggerci dal sole. Appoggiati a me e pensa a com’è bello vivere di respiri e folate di vento. Ci guardiamo negli occhi, le tue pupille lentamente si dilatano ed in esse scorgo le mie che hanno lo stesso movimento di fiducia nell’altro, rinnovando quest’amicizia. Un uccellino si posa sul ramo, l’osserviamo compiaciuti poi cinquetta e se ne va saltellando. Che belli i colori del petto e del becco. Dammi la tua mano che ti lascio la mia ma stai tranquilla è solo un prestito, te la rendo subito … così giocavano i due bambini, lui calzoni corti e lei gonnellina rosa, lui calzini calati e lei scarpette con l’occhio, lui ciuffo ribelle e lei trecce sbarazzine, mano nella mano guardavano la vita attorno a loro dipanarsi come un gomitolo di lana che cade dalle ginocchia della nonna e ruzzola via incontrollato sul pavimento. Ti ho baciata nel sogno, eri ninfa dei boschi genuflessa sulla riva del lago a specchiarti nell’acqua fredda tra una pianta acquatica ed un desiderio ricorrente. Ti ho baciata nel sogno mentre seduta sulla barca immergevi un braccio nell’acqua tiepida ed al calore del sole ti lasciavi andare al desiderio. Ti ho baciata in piedi su quella roccia a precipizio sulla scogliera, entrambi pronti a spiccare il volo, a saltare giù verso l’abisso blu per aprire le ali come fossimo maghi e andare via. Ti ho baciata mentre ti guardavo negli occhi, mano nella mano, seduti su quella panchina, sai, quella sotto il glicine carico di fiori, quella su cui due innamorati di passaggio hanno scarabocchiato i loro nomi ed una data tanto tempo fa. Ti ho baciata mentre eri solo un ricordo. Ti ho baciata mentre non c’eri. Ti ho baciata ma non ero io quello, perchè ci vuole del coraggio per essere felici.

Carlo Becattini

Compilation Fiorita

– Ormai son solo al mondo e se muoio anch’io non avrò più nessuno
Roberto Vecchioni – Parigi – Hollywood Hollywood – 1982
– Se perdo te, cosa farò. Io non so più restare sola
Patty Pravo – Se perdo te – 45 giri – 1967
– Guardami dentro gli occhi, gli occhi ch’eran bambini, guardami dentro gli occhi
Roberto Vecchioni – Dentro gli occhi – Hollywood Hollywood – 1982
– Fuori il giorno nasce piano, piango mentre guardo te, vorrei stringerti la mano ma forse adesso stai sognando me e so che in tutti gli uomini che ho amato, io cercavo solo te
Patty Pravo – Per te – Patty Pravo – 1970
– Povero ragazzo, sapessi dov’è adesso la tua donna, povero ragazzo, si la tua bambina, quella che tu credevi una bambina, povero ragazzo,
Roberto Vecchioni – Povero ragazzo – Parabola – 1971
– Quante volte stessi pensieri, ferma dietro la casa, ad aspettare che tu uscissi, e inseguirti poi di nascosto per non farti capire che tremavo di paura di fronte a te mi avrebbe tradito un po’ d’emozione
Giuni Russo – L’attesa – Energie – 1981
– E la ragazza andava via leggera che pareva volare, si portò via ordinatamente i sogni, a ogni passo vicina, così bene lontana, guardandola di schiena pensai: è la prima volta che lei sta con un altro e che non me ne importa
Roberto Vecchioni – Sestri levante – Hollywood Hollywood – 1982
– Non si può ancora morire, con questa smorfia sul viso, con dentro un inutile rabbia, con questo terrore e senza uno scopo preciso
Giorgio Gaber – Il cancro – Libertà obbligatoria – 1976
– Voglio cambiare vita, non mi trovo contento, così non può più andare avanti, questa volta l’ho scampata a stento
Pierangelo Bertoli – Nuova emigrazione – Frammenti – 1983
– E’ che per natura adoro la giustizia, c’è che la tua presunzione annulla i sentimenti, e sarà per puro orgoglio, ma ho voglia di cambiare, per sadomasochismo, per darti un dispiacere
Milva – Non sono Butterfly – Milva e dintorni – 1982
– E’ stata tua la colpa e adesso che vuoi … è un gioco strano, devi imparare, devi stare zitto, solo ascoltare, devi leggere più libri che puoi, devi studiare,
Edoardo Bennato – E’ stata tua la colpa – Burattino senza fili – 1977
– Bang … bang … bang … bang … sparo … sparo … e spararono al cantautore in una notte di gioventù, gli spararono per amore, per non farlo cantare più, gli spararono perché era bello ricordarselo com’era prima, alternativo, autoridotto, fuori dall’ottica del sistema,
Roberto Vecchioni – Vaudeville – Samarcanda – 1977
– Ogni donna che tu incontri vuoi vederla ai piedi tuoi, e se fa l’indifferente la disprezzi e te ne vai … sei maestro per la vita ma la vita tua cos’è, è una barca che non va, è un timone che non c’è … sparo … Io per te non valgo niente dico solo oscenità ma se dico di lasciarti cadi giù da far pietà
Patty Pravo – Il mio fiore nero – Patty Pravo – 1970
– Forse se ti chiedessi di prendermi la mano, ed in silenzio andare per la strada piano piano, parlare sotto voce nel ricordo di un incontro per vedere questa notte che fa l’amore, fa l’amore con il giorno
Renzo Zenobi – La ragazza e il cantautore – Aviatore – 1983
– Avrei bisogno di parlare non trovo chi mi sta a sentire, c’è troppa rabbia e troppo amore in tutto quello che ho nel cuore
Alice – Tramonto urbano – Alice – 1981
– Camminare perché per andare da chi non sa niente di me, io sono nato qui, vivo tra quelli che vivono in me
Delirium – Haum – 45 giri – 1972
– Forse hai già sentito il mostruoso Frankenstein, Batman, King Kong e Nembo Kid, hai presente i mostri dell’orrore e del voodoo, Vampirella, Gordon e i Robot, bè, c’è qualcosa sconvolgente, una nuova sensazione, un nuovo mostro sorprendente, forse ti divertirà, corazzato, indistruttibile, di plastica e infrangibile, piangerai, riderai, sognerai, forse lo amerai … lui funziona a pile però non si ferma mai, programmato, tutto calcolato, ideale per bambini, non si rompe mai, ha una lampadina che s’accende, ti darà soddisfazione, no non si lamenterà, non consuma molto, vedrai che ti divertirà, non ha mai paura mai, garantito contro shock è un mostro indistruttibile, ti sorprenderà vedrai, riderai, ti divertirai
Alberto Camerini – Neurox – Gelato metropolitano – 1980
– Questo disse la ragazza al suo cantautore, mentre il vento in una tasca le parlava d’amore, lui prese la chitarra e accordò l’intenzione, guardandola negli occhi lui s’inventò, inventò questa canzone
Renzo Zenobi – La ragazza e il cantautore – Aviatore – 1983
– Neurox, senza il tuo amore io sono un mostro, forse ho paura e non so perché, neurox, voglio il tuo cuore, io sono un mostro, forse anche tu sei sola come me
Alberto Camerini – Neurox – Gelato metropolitano – 1980
– E ora siedi sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome, ora il tempo è un signore distratto, è un bambino che dorme, ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano, cosa importa se sono caduto, se sono lontano, perché domani sarà un giorno lungo e senza parole perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole, ma dove dov’è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore
Fabrizio de Andrè – Hotel Supramonte – Fabrizio de Andrè – 1981
– Che cos’ha di bello una vita noiosa, che cos’ha di bello una vita delusa, ha che nonostante tutto è la mia vita, ha che nonostante tutto io vivrò.
Riccardo Cocciante – Nonostante tutto – Concerto per Margherita – 1976
– Era primavera e le donne finalmente potevano dopo tanti anni abbracciare i loro uomini. All’alba furono spenti i falò e fu proprio allora che tra la folla per un momento a un soldato parve di vedere una donna vestita di nero che lo guardava con occhi cattivi.
Roberto Vecchioni – Samarcanda – Samarcanda – 1977
– Non credo che chiesi promesse al suo sguardo, non mi sembra che scelsi il silenzio o la voce quando il cuore stordì e ora no non ricordo se fu troppo sgomento o troppo felice e il cuore impazzì e ora no non ricordo da quale orizzonte sfumasse la luce. E fra lo spettacolo dolce dell’erba, fra lunghe carezze finite sul volto, quelle sue cosce color madreperla rimasero forse un fiore non colto, ma che la baciai questo si lo ricordo col cuore ormai sulle labbra, ma che la baciai per dio si lo ricordo e il mio cuore le restò sulle labbra
Fabrizio de Andrè – Un malato di cuore – Non al denaro, non all’amore né al cielo – 1971
– Ma si fa presto a dire io canto e tu mi ascolti, io ci ho provato e ho avuto risate, sputi e insulti … che belle mi dicesti son le canzoni tue, non siamo ancora tutti ma t’amo e siamo in due,
Roberto Vecchioni – Il fiume e il salice – L’uomo che si gioca il cielo a dadi – 1973
– Canterò per te fino a quando non ti stancherai, canterò per me senza chiedermi se capirai … perché son fatto così e non ci posso far niente, prendimi pure così come mi accetta la gente che mi sorride e che mi lascia parlare però non mi sente … non mi sente, che mi sorride e che mi lascia parlare però non mi sente …
Pierangelo Bertoli – Serenata – Frammenti – 1983
… Io vorrei dirti, ciao come stai come sei bella stasera, più bella del sole più dolce della primavera, ma chissà poi se lei mi vorrà ancora, ancora, dopo tanto tempo, adesso, ancora come allora, ancora come allora. Forse se tu volessi, forse cambierei, ci ho ripensato tante e tante volte ormai, tanto che i miei pensieri sono tutti li, non è possibile mandarli via, io ti dirò, ciao come stai come sei bella stasera, più bella del sole, più dolce della primavera, ma chissà poi se lei mi vorrà ancora, ancora, dopo tanto tempo adesso ancora come allora, ciao come stai come sei bella stasera, più bella del sole, più dolce della primavera, ma chissà poi se lei mi vorrà ancora, ancora, dopo tanto tempo adesso ancora come allora … io ti dirò
Pierangelo Bertoli – I miei pensieri sono tutti li – Frammenti – 1983
– Voglio vederti danzare come le zingare del deserto con candelabri in testa o come le Balinesi nei giorni di festa
Franco Battiato – Voglio vederti danzare – L’arca di Noè – 1982
– ti ricordi il nostro incontro
Patty Pravo – Incontro – Incontro – 1975
– oh palle gira ai largo che tu me l’hai già rotte
Riccardo Marasco – ?
– quella sera io non ho conosciuto te, ho conosciuto la tua dolcezza, la timidezza, la tua solitudine
Patty Pravo – Incontro – Incontro – 1975
– oh palle gira ai largo che tu me l’hai già rotte
Riccardo Marasco – ?
– Il mio silenzio, pensavo di avere solo il mio corpo da dare a te e che tu volessi solo quello, ma tu volevi molto di più
Patty Pravo – Incontro – Incontro – 1975
– Il duro chi me lo piglia
Riccardo Marasco – ?
– Tu lo chiamavi amore ed io ti dicevo, senti l’amore non esiste, sarebbe troppo bello, tu mi guardavi, sorridevi,
Patty Pravo – Incontro – Incontro – 1975
– Il duro chi me lo piglia
Riccardo Marasco – ?
– cominciai a spogliarmi per te, lentamente cadevano le mie idee stupide, le mie paure, la mia diffidenza, insieme al mio corpo tu abbracciavi la mia volontà, le mie emozioni, la mia anima, e per la prima volta ho abbassato gli occhi e sono arrossita davanti ad un uomo
Patty Pravo – Incontro – Incontro – 1975
– oh palle gira ai largo che tu me l’hai già rotte
Riccardo Marasco – ?
– sparo
Roberto Vecchioni – Vaudeville – Samarcanda – 1977
– i tedeschi sono dei pezzi di … … sputo … un giorno siamo andati in carrozzella … pernacchia, si è schiattato u canotto … vorrei declamare alcuni suoi versi … oscenità … perché devo soffrire, devo morire come una merda … era bello era giocondo ed era mio … me lo portai … cosa hai li briccone, gli domandavo , due palle e un popone, dammelo in mano … me la fa scendere giù quella troia …
Circa otto spezzoni vari di canzoni degli Squallor
– omissis ……………………………………………………………
– quando ti ho visto in bocca ho capito che non avevi denti, ma un banco di nebbia che vagava, ho comprato anche i fari, ma tu non collaboravi, mi hai morso un dito, una mano, ed anche i miei capelli, per invidia, ed allora ho pensato: chi sei, da dove vieni …. Sei una donna malvagia , io non ti amo, ti odio …
Squallor – 38 Luglio – Troia – 1973
– Mi guardo dal di fuori come fossimo due persone, osservo la mia mano che si muove, la sua decisione, da fuori vedo chiaro, quel gesto non è vero e sento che in quel movimento io non c’ero, a volte mi soffermo e guardo il fumo di una sigaretta, la bocca resta aperta poi si chiude in fretta, si vede chiaramente che cerco un’espressione, che distacco che fatica questa mia finzione, cerco un gesto, un gesto naturale
Giorgio Gaber – Cerco un gesto naturale – Far finta di essere sani – 1973
– Sputo
Squallor
– per essere sicuro che questo corpo è mio, cerco un gesto un gesto, un gesto naturale, intero come il nostro …
Giorgio Gaber – Cerco un gesto naturale – Far finta di essere sani – 1973
– ti comporti come una puttana … come bestie, come cani ci sbraniamo, si, ci odiamo, ci ammazziamo, si, ci sbraniamo per il caffè, chissà cosa c’è sotto quel caffè, c’è l’odio, l’invidia, la gelosia, c’è la solita merda che ritorna fuori, ed allora ci ammazziamo, si ,ci sbraniamo, meglio la comune, meglio la comune, meglio la comune che dirci: buongiorno cara, hai dormito bene ….
Giorgio Gaber – La comune – Far finta di essere sani – 1973
– ….. Nella sua torre tutta d’avorio, il genio studia le sue carte, concentrazione, ispirazione, la sua cultura, la sua arte, ….
Giorgio Gaber – ? – Far finta di essere sani – 1973
– …. Nella stanza di sopra stan facendo l’amore, più forte, spaventoso come un treno si sente più forte, poi gridi, soffocati mugolii sempre più forte, lamenti e respiri affannosi, signori così rispettosi, come fanno, non ce li vedo
Giorgio Gaber – E’ sabato – Far finta di essere sani – 1973
– sospiri …
– quasi quasi mi faccio uno shampoo
Giorgio Gaber – Lo shampoo – Far finta di essere sani – 1973
– no, vedi cara, per me l’amore, non ho problemi, sono cose normali, uno lo può fare con chi vuole, uomini, donne, animali, caloriferi, va bene tutto, solo che io, con te, insomma con una donna, io con una donna mi sento, mi riconosco, mi ritrovo, mi invento, mi realizzo, mi rinnovo, mi miglioro, perché io, con una donna mi innamoro.
Giorgio Gaber – Il narciso – Far finta di essere sani – 1973

Il bagno (brano tratto da Càriti – 2006)

2016-12-03. Hermann Richir - Rêves Bleus
Hermann Richir – Rêves Bleus

Non c’è luogo o momento che non mi parli di lui. Se ascoltassi l’intima voce sussultare non farei altro e mi dannerei in eterno, ma conosco l’Inferno e le sue fiamme non ardono, non hanno colore, non hanno calore, sono solo finzione, scena, fondale, sfondo, apparenza … un simbolo, e ci sto bene tra queste fiamme che stuzzicano il mio desiderio, rendendolo ancora più interessante.
So bene che, se rimango troppo tempo da sola, il mio corpo si mobilita ed inevitabilmente mi trova compagnia, sicurezza, protezione. Ma quando sono sola ripenso sempre a lui, ed un grande desiderio di possesso mi prende finché non ho la meglio e vinco io, per una volta ancora.
Vorrei vivere tutti i miei giorni con lui ma so bene che sarebbe uno sbaglio. Sono uno spirito libero (a volte) purtroppo non così forte come sembro e questo lui lo sa. Ci conosciamo così profondamente che non abbiamo bisogno di vivere insieme per essere felici, nonostante tutto mi manca enormemente, la sua assenza è un vuoto incolmabile, il suo sguardo, la voce, tante cose che non smetto mai di ricordare.

Suona il telefono.
Corro a rispondere ma è un amico che m’invita ad uscire in questa notte già inoltrata.
Rifiuto. Non sono dell’umore adatto.

L’acqua calda mi scivola sul corpo, s’aggrappa ai miei capelli, discende ogni curva del mio corpo e si confonde con tanta altra acqua che si accumula sul fondo della vasca da bagno.
E’ mia abitudine fare la doccia ma stasera ho voglia di sentirmi cullata ed allora cosa c’è di meglio dell’immergersi nell’acqua tiepida e profumata del bagno?
Mi rilasso, chiudo gli occhi e nel mio buio mi perdo incosciente.
Forse in un’altra vita ero una pianta acquatica ed ora la imito mettendo in mostra il mio fiore, sbocciato, profumato, tra l’essere e l’apparire nelle increspature della superficie dell’acqua che il mio movimento scompiglia.
Ritorno bambina, neonata, prenata, sono nel grembo di mia madre, mi sento come un pesce, riesco a respirare liquidità ed in essa vivo, viva, incosciente, forse l’unico momento di vera felicità: ancora non lo conoscevo.
Tutto è cambiato, è esploso di colori e luci, gioia e follia …
Ora l’acqua è fredda ed un brivido corre sulla mia pelle percorrendomi tutta da capo a piedi. Abbandono il mio elemento naturale e mi asciugo rapidamente per infilare quanto prima nel letto a perdermi nei sogni che in questo periodo si sono intensificati e sembrano veri. Ho un libro che ha la pretesa di interpretarli ed ogni tanto mi diletto a consultarlo, ma spesso ne ricavo teorie strampalate, più assurde dei sogni stessi.

© Carlo Becattini

Viola – tratto dal racconto “Viola da Gamba” del 2012

2016-12-04. Elihu Vedder - The Heart of the Rose - 1892
Elihu Vedder – The Heart of the Rose – 1892

Viola:

Roma 1.000 d.C.
Ci sposammo a Roma mentre frotte di pellegrini arrivavano da ogni luogo, timorosi, se non angosciati dall’imminente fine del mondo. Ci unimmo, legandoci ufficialmente una all’altro secondo il nostro volere senza permettere l’avallo da parte di nessuna autorità ritenuta tale. Soli io e lui, nella stanza di una locanda fatiscente della periferia romana, facemmo il nostro accordo e lo rispettammo.
Ma lui è molto più giovane di me. Intendo interiormente, fisicamente abbiamo pressappoco lo stesso tempo. Cosa ne sapeva di come agisce l’ordine delle cose.

Roma 800 d.C.
Dov’era mentre assistevo all’incoronazione di Carlo Magno?

Nagasaki 1.945 d.C.
Dove, mentre esplodeva la bomba atomica su Nagasaki?

Giardino dell’Eden, Mesopotamia 5.000 a.C.
Dove, mentre porgevo la mela ad Adamo?

Grotte di Lascaux, Francia 17.500 a.C.
Dove, quando vivevamo nelle caverne da primitivi?

Roma 49 a.C.
Dove, quando passeggiavo per le strade di Roma ai tempi di Cesare?

Necropoli di Giza 2.570 a.C.
Dove, quando venne costruita la grande piramide di Cheope?

Parigi 2.792 d.C.
Dove, quando ho imparato a suonare la viola da gamba prima ancora che fosse inventata?

Sarnath, India 527 a.C.
Dov’eri quando Siddhartha Gautama gettava le basi della propria filosofia, quando declamava la prima delle quattro verità: “L’unione con quel che non si ama è dolore, la separazione da quel che si ama è dolore, il non ottenere ciò che si desidera è dolore.”

Willendorf, Austria 24.000 a.C.
DOV’ERI OMUNCOLO PRESUNTUOSO! Dove, quando la Madre Terra partoriva se stessa. Dove … dove … dove …

Parigi 1.889 d.C.
Parli di me con cognizione di causa. Lo credi! Viola qui, Viola la. Ho trovato il tuo diario, il tuo libercolo insulso. L’ho letto. Come mai non mi hai detto niente. Elenchi tutta una serie di fatti, anzi, alcune delle volte in cui ci siamo incontrati nel mare lacunoso del tempo e dello spazio, ma per quale motivo l’ignoro. Ci siamo anche uccisi, più d’una volta, più per ripicca che per desiderio vero di vendetta o pura violenza. Ogni volta cominciare da capo la nostra relazione si è rivelato essere la giusta cura per rafforzare l’amore ed il rapporto, l’unione che oscilla tra mistica e fisica, come il pendolo del tempo che spinge in una qualunque delle direzioni possibili le lancette dell’orologio. Ucciderci è in assoluto la cosa migliore che abbiamo saputo fare per noi stessi. Comincio ad essere stanca, il corpo invecchia, tu anche. Quanto ancora pensi potremmo ritrovarci dopo l’abbandono o la lontananza. E se una volta, fosse l’ultima? Io cosa farei senza di te? E tu? Vivere sapendo di non poterci più incontrare non sarebbe più tale. Noi agiamo sulla base delle nostre conoscenze ma non sappiamo tutto. Non lo sapremo mai.

Io sono Viola Da Gamba, non dimenticarlo, so essere dolce come le melodie della musica, ed amara come certe vibrazioni della viola stessa, il mio strumento. Credo che sia questo, in certi momenti, che mi suona. Fisicamente le corde spingono in alto i polpastrelli delle dita e l’arco spinge e muove la mano che l’impugna. Il suono risale dai nervi, silenzioso, verso la mia coscienza e la fa vibrare. E’ allora che emetto un suono greve, è così che vengo suonata dalla viola. Le vibrazioni del mio corpo si trasmettono alla cassa dello strumento miste al languore del desiderio e risalgono lungo le corde fino alla mia mano nuda che si muove come per magia. Nella mia testa il caos, vibrazioni mescolate con emozioni, note/idee suonano nella mente mentre il ritmo del respiro ne risente fino a quando entrambi funzionano all’unisono. Io e la viola vibriamo e suoniamo entrambe, femmine pure nel bene e nel male.

© Carlo Becattini

Il torrente (brano tratto dal racconto “Aurelia”)

La stanchezza fisica sta lievemente oscurando le mie aspettative in questa torrida giornata. Arrivare fino quassù in bicicletta non è stato uno scherzo, anche se le ombre della montagna mi hanno confortato e dato la spinta necessaria per andare avanti. L’aiuto maggiore l’ho avuto da Aurelia, dalla sua euforia per condurmi nel suo luogo segreto.
Ancora non siamo arrivati.
Lasciamo le biciclette e proseguiamo a piedi con grande sollievo per il mio posteriore. A volte dimentico quanto può essere duro il sellino di una bici. La strada sterrata si snoda in salita, ma la bellezza del luogo fa dimenticare ben presto la fatica. Questo è il suo territorio, il posto segreto che solo lei conosce. Che tutti conoscono.
Mi tende la mano che afferro e stringo ben contento di un po’ di contatto fisico e mi accompagna fino a destinazione.
Costeggiamo le sponde di un torrente di montagna che inesorabile scende a valle tracciando il nostro percorso a ritroso. Sull’altro lato del sentiero un rivolo d’acqua biancastra come il gesso stimola la mia curiosità mentre scivola via.
Avverto un rumore di sottofondo che va aumentando d’intensità mentre saliamo.
Se il torrente è opera di Dio, come direbbe lei, il rivoletto di acqua sporca è sicuramente opera dell’uomo, del suo lavoro. Il confronto tra i due rafforza tale posizione, ma io non credo in Dio, non posso credere in lui, anche se l’acqua biancastra che mi scivola accanto mi porterebbe a farlo. Solo l’arte, la poesia, pongono l’uomo a livello divino mediante l’espressione della sua capacità creativa in grado di elevarlo ad un livello superiore, anche se l’arte nasce spesso (ma non necessariamente) dalla insoddisfazione, dal disagio umano, che spinge ognuno ad agire verso il bello e … mi sono perso … mi perdo spesso dietro i miei pensieri, i desideri, tante cose che vorrei dire, raccontare, riferire, ma non trovo mai nessuno che abbia la voglia di ascoltarmi. Solo lei lo sa fare, m’incoraggia a procedere per la mia via, ed in quei momenti sento di essere veramente me stesso, mi esalto, parlo di cose che escono dal cuore, da dentro di me, meravigliandomi per tutto quello che sono capace di estrarre. I momenti diventano magia e vedo i suoi occhi brillare, prima che giungano lo sconforto e l’amarezza della realtà a spegnerli.
Il rumore ovattato, insistente, continuo, sembra non avere mai fine e si è fatto più forte. Ora so da dove proviene, vedo delle baracche, grandi strutture metalliche che solo un miracolo può tenere in piedi. Sono curioso di sapere cosa accade al loro interno ma ho la certezza che stanno violentano la natura con la loro presenza, sono orribili mostri creati dall’uomo, dalla sua voglia di dominio sul mondo.
Lei mi indica un’ansa del torrente che crea una buca, larga e bassa, una specie di pozza circondata dal verde, dove l’acqua limpida e fresca rincorre se stessa in ogni momento. Il gracidare delle rane è forte, istintivamente le cerco con lo sguardo fino a quando le vedo, sono tante piccole ranocchiette che si godono il proprio angolo di tranquillità. Sono ovunque. Con tutta quella vegetazione vicino l’acqua non posso fare a meno di pensare anche all’eventuale presenza di serpenti. Ho timore delle serpi, è atavico, non posso farci nulla ma lei mi rassicura che non ci sono … “tutt’al più sono innocue” … il che equivale a confermarmi la loro presenza. Spero proprio di non fare brutti incontri. Ammiro il luogo, bello come un angolo di Paradiso, … ancora Dio, … lo dico ad Aurelia che, sorridente, è felice di avermi portato ad ammirare ed a godere del suo paradiso personale. Peccato che il rumore proveniente dalle baracche sia incessante, ma è anche vero che poi ci si fa l’abitudine. Finalmente sbircio attraverso una fessura tra due pareti fatte di bandone, vedo un enorme telaio provvisto di lame che scorrono su un grosso masso di marmo con lentezza estenuante, con la tenacia della goccia d’acqua che scava la roccia. Lo stanno letteralmente affettando. Rivoli di acqua fresca bagnano le seghe per rendere possibile il lavoro. E’ da qui che sgorga la sorgente di acqua bianca che mi scorre tra le gambe e che fugge via verso valle, è da qui che proviene l’incessante rumore che mi disturba. Tutto intorno non c’è anima viva. Non ce n’è bisogno e ne sono felice. A volte mi piace nascondermi dagli occhi degli altri e del mondo, soprattutto quando ho la fortuna di stare da solo con Aurelia. Mi chiama. Sulla sponda del torrente giacciono buona parte dei suoi vestiti, vedo la gonna, le scarpe, la maglietta, il reggiseno … e la loro visione mi fa trasalire. Per una interminabile frazione di secondo la immagino per deduzione, ma poi i miei occhi vedono che la realtà supera di gran lunga l’immaginazione. E’ scesa nella pozza e si è accomodata nell’acqua come se fosse a sedere su un divano di rocce ed erba. M’invita ad entrare nell’acqua per rinfrescarmi. La gioia che mi prende è totale, nel corpo e nell’anima, mai momento è stato così bello. Mi libero dai vestiti anche io e m’immergo con lentezza, tra smorfie e brividi che mi tagliano la pelle accaldata. Quest’acqua è gelida e le sue lame mi fanno a fettine come quelle lastre di marmo che ho appena visto. E’ gelida, porca puttana com’è gelida … non so come lei abbia potuto immergersi con la tranquillità apparente che non lascia trapelare ogni piccola emozione. Mi guarda, sorride, ride … scoppia in una risata fragorosa ed incontenibile e mi schizza con quell’acqua che mi colpisce e fora tutto il corpo fino a quando trovo il coraggio e m’immergo totalmente. Approfitto del suo scherzo per caderle addosso e travolgerla nel mio dramma, aggrappandomi alle sue forme, perdendomi tra le sue curve, rovinando la poesia e la bellezza del luogo con l’impeto della gioventù. Lei ci sta, eccome se ci sta e ci baciamo appassionatamente nella frescura che l’acqua ci dona. Il fondale è viscido di alghe e muschiosità, devo stare attento a non scivolare, ma più che col culo per terra non posso andare. Aurelia è felice, mi parla e accarezza il viso con le mani affusolate che sembrano assumere una colorazione violacea per il freddo. Brevi pensieri mi passano per la testa ed immagino con tenerezza il mio sesso, costretto dal freddo ad una fuga totale ed incondizionata, ma non è così importante, ora. Il sole cocente non riesce a scaldare quest’acqua che scende a valle con forza e rabbia dalla cima del monte. Guardo questa ragazza che mi ricorda Venere, o almeno l’immagine mentale che mi sono fatto. La mia Venere ha la pelle bianca, i capelli neri e lunghi, così lunghi e bagnati che le aderiscono al corpo, scomposti, simili a tralci di piante rampicanti e sembrano volerla coprire tutta con le loro ramificazioni. Il seno reca chiaramente i sintomi del freddo, stavolta mio complice, rivelandomi la pelle accapponata e il turgore dei capezzoli in tutta la loro bellezza che quasi commuove. Vorrei toccarli, vorrei … ma ciò che vedo è così emozionante ed esaltante che il turbamento interiore che sto provando mi sconvolge ed inebetisce. Tutto il suo corpo è proprio una gran bella cosa e mi trovo ad analizzarlo con l’occhio del critico che osserva un’opera d’arte, senza altro fine, solo la bellezza esteriore che lo sguardo afferra. Il freddo nasconde i sensi, il desiderio e la voglia e ci lascia con la bellezza.
Passato l’attimo travolgente ci mettiamo comodi e parliamo, sfiorandoci con i piedi. Ascolto la sua voce narrare episodi del passato che mi apportano conoscenza e comprensione mentre osservo la popolazione dei ranocchi saltellare ovunque incuranti della nostra presenza, ed infilarsi dappertutto curiosi o forse incoscienti. Non so cosa preferire, se il loro gracidare o il rumore delle lame metalliche che graffiano incessanti il marmo. Due suoni ossessivi che non hanno fine e che mi fanno venire la voglia di urlare nel tentativo disperato di farli tacere, ma poi la voce di Aurelia mi rapisce e con lei percorro le sue storie, i ricordi … vivo ciò che non ho potuto e condivido le sue emozioni e le esperienze.
La sensazione di libertà che sto provando mi esalta e mi distrae perché mi tornano in mente le parole di mio fratello maggiore: “la libertà dell’individuo è al disopra di tutto quanto esiste al mondo e la vita non è tale senza libertà.” Il mio fratellone! Tra poco sarà passato un anno da quando ha smesso di cercare la libertà. Ormai è libero da tutto e tutti, persino dal suo corpo. Mi manca enormemente. Nel petto ho un buco, una voragine che mi toglie il fiato e quel nero mi attira verso il baratro della sofferenza e del dolore. Attorno a me il vuoto della sua assenza, ma posso farlo vivere ancora nel ricordo, nella mia mente, è così che insiste a parlarmi, a darmi consigli. Mi dice che il dolore provocato dal masso che lo ha schiacciato non è niente in confronto alla sensazione d’impotenza che si prova quando si è pedine del potere che ci usa e ci piega al suo volere. Assurgo a simbolo di questo potere la grandezza e la purezza candida dell’enorme masso di marmo intriso del sangue, macchiato dalla vita di mio fratello. So di sbagliare, ma avrò tempo per rivedere i miei pensieri, la montagna non ha colpa e tanto meno il marmo. Sono cose troppo belle per paragonarle agli assassini.
“Il sistema … è il sistema che è sbagliato … ricorda” ed io ricordo, ma ancora non ho afferrato appieno il senso delle sue parole.
Uno schizzo d’acqua sul viso mi riporta alla realtà e tra le braccia di Aurelia. Insieme fuggiamo ancora per un po’ da tutto e tutti, prendendo in prestito da non so dove, un bel po’ di libertà.

© Carlo Becattini

La luna e la bambola

2015-09-24. La luna e la bambola
La bambola – Fotografia ©Carlo Becattini

Anche questa notte la luna ha illuminato di luce riflessa l’interno della mia camera.
Disteso sul letto spaziavo con la mente nei recessi ancestrali della mia esistenza, poi la luminescenza lunare mi ha riportato alla realtà.
Solo allora ho notato la presenza della bambola bionda che Chicco aveva lasciato ai piedi del letto.
Stava seduta e mi guardava attraverso i suoi grandi occhi vetrosi.
Non era una grande bellezza ma aveva lo sguardo dolce, forse troppo dolce; i capelli erano lanosi e gialli, forse troppo gialli per essere veri.
Tutta presa nell’immobilità che è propria degli oggetti, sembrava bearsi della luce lunare che la rischiarava.

Chicco, alcuni giorni fa non aveva voluto restituire la bambola alla sua proprietaria: una ragazzina che ormai è grande per giocare ancora con le bambole e così l’aveva ricevuta in regalo.
Chicco era felice, io un po’ meno. Mi sembrava sconveniente che un bambino giocasse con una bambola, ma forse quando siamo piccoli non facciamo distinzioni di sesso.
Sicuramente queste discriminazioni le facciamo da adulti ed allora la bambola venne nascosta nel ripostiglio.
Solo ieri Chicco l’aveva ritrovata e la portava a giro tutto il giorno per le stanze di casa.

Ci stavamo osservando e lei pareva sprizzare fierezza, attraverso quell’odioso sorriso che aveva stampato sul viso, per essere riuscita ad “evadere” dal nascondiglio in cui era stata relegata.
In quel momento la odiavo, ma forse era la rappresentazione di una immagine troppo infantile perché potessi apprezzarla.
Criticavo la sua figura. Aveva la testa, le mani ed i piedi fatti di plastica o forse gomma; era resistente ma cedevole al tatto.
Il resto del corpo era di stoffa, riempita di gommapiuma o stracci e non era tanto proporzionata. Ciò che la rendeva veramente ridicola era il sedere: largo, squadrato.
Mentre ero intento in queste elucubrazioni mi parve di notare un cambiamento nel suo sguardo, sono sicuro che fosse odio, antipatia per me e per quello che stavo pensando di lei.
Sorrisi. Era solo un pezzaccio di plastica e stoffa che prima o poi Chicco avrebbe ridotto in pezzi.
La vedevo già con la testa in un cassetto, le mani sparse per la casa, i piedi chissà dove ed il corpo di stoffa come esploso.

Ieri c’è stato un forte temporale, di quelli talmente violenti come accadono di rado e che in poco tempo paralizzano la città, allagano gli scantinati, sradicano gli alberi e creano incidenti di ogni tipo.
I tuoni ed i lampi erano incessanti, impetuosi, abbaglianti e roboanti.
All’improvviso si udivano degli schianti così tremendi che per un attimo ci prendeva la paura, subito dopo repressa dalla razionalità.
Susan ed io dicevamo che era solo un temporale, ma dentro di noi temevamo il danno improvviso e per contro ammiravamo e gustavamo lo scatenarsi delle forze della natura.
Anche Chicco era stato sconvolto da quella furia, non aveva mai visto una tempesta così forte.
Ciò che lo spaventava maggiormente erano i tuoni, i più innocui ma lui ancora non sapeva che quando si ode il boato il pericolo è già passato.
Allora fuggiva verso di noi per nascondersi tra i cuscini del divano, un po’ come fanno gli struzzi e sotto il braccio teneva stretta la bambola.
Quando l’abbracciava, i gialli capelli di lana gli ricadevano sulle spalle ed il corpicino di stoffa sembrava tremare all’unisono con quello di Chicco.
“Pum, pum,pumpum” diceva, ed ecco un nuovo fragore dal cielo schiantarsi sulle nostre teste indifese.
“Poom, poom” gli diceva la mamma e lui ripeteva: “poom, poom, mummy” e l’abbracciava forte forte, poi con occhi spauriti guardava il soffitto della stanza in attesa del prossimo.
Arrivò il momento che il prossimo non arrivò: il temporale era finito e nel fruscio della pioggia che stava esaurendosi Chicco trovò il coraggio di riprendere la sua avventura per le stanze della casa in compagnia della bambola. La sua “doll“, come la chiamava lui.

Vedevo il chiarore lunare trascinarsi e scorrere lento sulle pareti della camera, sul viso della bambola.
Sapevo che tra non molto sarebbe scomparso ed che noi saremmo ripiombati nel buio della notte; sentivo l’oscurità incombere e calare inesorabile sui nostri corpi differenti: il mio di carne, il suo di stoffa.
Sbadigliai, m’infilai tra le lenzuola e con la punta del piede, malignamente, raggiunsi la bambola e le detti una spinta buttandola giù dal letto, sul pavimento.
La immaginavo stesa per terra, con i capelli di lana scomposti e gli occhi vetrosi finalmente chiusi, nell’imitazione del sonno umano, un sonno che non le avrebbe recato sogni e ristoro.
Stavo per assopirmi ma un lieve rimorso s’impossessò di me, pensavo ancora a lei, buttata per terra, da sola, al buio.
Lo so che è stupido, però mi alzai per raccoglierla e la sistemai ai piedi del letto in posizione sdraiata.
Nel buio l’immaginavo, con gli occhi chiusi e col suo stuccante sorriso stampato sul viso, poi, contento di me, tornai a letto.
“Night night doll, thank you” le dissi prima di addormentarmi, come avrebbe fatto Chicco.
Quella notte sognai.
Sentivo che il mio corpo era cambiato, non più di carne ed ossa, ma di stoffa e plastica.
Non mi riusciva di muovermi e neanche di aprire gli occhi.
Ero sdraiato, sentivo sotto di me il lenzuolo, sapevo dove mi trovavo ma non potevo fare nulla per cambiare il mio stato.
Era veramente un incubo tremendo.

Venne il mattino seguente e con la luce del sole che filtrava dalla finestra socchiusa mi svegliai.
Mi accorsi subito che qualcosa in me non andava, vedevo il chiarore solare attraverso le palpebre chiuse ma non riuscivo ad aprirle. Mi spaventai e tentai di parlare, di chiedere aiuto, ma la bocca non si mosse, le labbra sembravano saldate tra loro.
Finalmente qualcuno mi toccò, avvertii la sua forza, la sua grandezza, il calore del suo corpo.
Mi sentivo sbatacchiare e trascinare via in una assurda posizione, poi gli occhi si aprirono e potei vedere cosa stava accadendo.
Dio mio, ero sotto il braccio di Chicco.

1991 © Carlo Becattini

Vortici mi avvolgono

2016-09-17. Theophile-Alexandre Steinlen - The Apotheosis of the Cats - 1885
Theophile-Alexandre Steinlen – The Apotheosis of the Cats – 1885

Vortici mi avvolgono, cosa sarà di me e della mia esistenza? Io che sono nato da spirali fantasiose ora vivo in questo tempo cercando di ricordare cosa ne è stato della mia vita precedente. Cosa ne è stato del mio passato. Vivo da sempre un’esistenza invisibile ma ora ho deciso di ritrovare quella parte di me che è andata perduta. Devo ritrovare la giusta conoscenza di ciò che adesso sembra essere diventato invisibile. Tutto ebbe inizio da un impulso interiore, da una necessità personale, intima, segreta. Profeticamente ho coscienza del lavoro che mi aspetta, di ciò che fluirà attraverso le mie dita, di chi mi guiderà in questo viaggio e di quale sarà la strada da percorrere per realizzare l’opera. Sarà unica, completa, pregna e pregnante di simboli e significati e verità legati al vuoto emerso dalla corruzione di un grande mosaico distrutto dal tempo. L’imperativo è svegliarmi e risorgere, è tempo che l’antico ritorni tra il nuovo a guidare come fece nei tempi passati tutte quelle persone incredule che non hanno comprensione su chi chiede pietà e giustizia. E’ giunto il momento di terminare questa prefazione che ha già iniziato ad aprire una nuova strada a me e a tutti coloro che mi circondano sperando di ritrovare qualcosa di arcaico che preme per ritornare. L’inchiostro scorrerà veloce sulla carta e concluderà un capitolo della mia vita andato perduto, bruciato nell’incendio e salito al cielo in nere spire grigiastre rubandomi passato e conoscenza.
Il tempo verrà e non sarà mai abbastanza, dai fondali degli abissi marini e dalle viscere della terra arriveranno bestie feroci e mostri crudeli a divorare l’umanità cieca e sorda al loro richiamo. Sarà terribile, è stato terribile nei tempi remoti in cui in me viveva solo una piccola parte di materia priva di ragione. Quella materia vedeva e ricordava tutti gli avvenimenti di cui ero spettatore passivo. Tutto ebbe inizio durante quelle ore tremende in cui, rinchiuso in un involucro trasparente, potevo osservare lo svolgersi di quelle atrocità. Il sesto giorno tutto si rivoltò, apparvero strani esseri, la terra s’incendiò, il fumo acre saturava l’aria rendendola irrespirabile. Morivano a migliaia. Gli uomini fuggivano resi folli dalla paura, correvano senza meta, calpestavano i morti ed il loro sangue di innocenti martoriati e straziati dai colpi orribili. Ignoravano che un giorno sarebbero resuscitati. In tutta la Terra regnava il terrore. Venne il tempo dei profeti, di coloro che si misero a capo di opposte fazioni, infondevano speranza, assicuravano che con la preghiera e la fede tutto si sarebbe risolto. Altri, per timore della morte si schierarono dalla parte dei mostri, non volevano essere divorati, temevano lo strazio delle loro carni. Il combattimento mistico ebbe inizio. Sette anni rimasi rinchiuso nella scatola che mi conteneva e vidi. Quando tutto si concluse ero cresciuto, ero molto più grande, più saggio ed avevo capito molto di ciò che era successo. Non rimase nulla o quasi. Vidi un predicatore sulla cima della montagna, le braccia stese in alto, in raccoglimento. Cominciò così il mio vagare tra le menti umane, ebbi un corpo ed una essenza più grandi ma non la felicità. Ciò che vedevo mi deprimeva, ero triste. Questa vita non mi piaceva, era noiosa e rimpiansi quella dei miei avi, anche se ero sempre io in un altro tempo, un’altra epoca. Quando feci la mia prima apparizione c’era stabilità sulla Terra. Come piccolo granello di sabbia volai e mi posai sul suolo umido e molle dove crebbi. Ero una grossa massa inerme capace solo di pensare e di analizzare tutto ciò che mi circondava. Vidi evolversi l’uomo. Mi svagavo prendendo possesso di qualche persona. La guidavo, la aiutavo e soltanto quando giungeva la sua fine naturale potevo liberarmi del suo corpo. Ora sono diverso da allora, ho acquisito altre facoltà. Sto sorvolando gli uomini, mi fanno pietà, si affannano, tribolano ed infine muoiono. Perché sono diverso? Anche io muoio ma al tempo stesso vivo e vivrò per sempre. Esseri primordiali risorgete, tornate a raccontare come era bello il mondo. Io lo sto già facendo e per sua mano trasmetto la mia sapienza al mondo. Sono massa inerme intelligente e vivo in questo corpo per adempiere al mio compito per dare conoscenza al mondo. Risorgete fratelli e raccontate. Dentro una caverna tante altre masse inermi come me si osservano, si sforzano di comunicare: una cosa che non riescono a fare, l’unica che non riusciamo a fare. L’uomo progrediva e per noi erano tempi brutti, sempre nascosti in caverne, in sotterranei per non essere trovati dagli uomini. Ci credevano creature maligne. Per questo eravamo costretti ad impossessarci della loro volontà, solo così facendo la situazione migliorò notevolmente. Riuscivamo ad infondere saggezza e sapienza. Anche noi abbiamo una nostra storia ma non crediate sia lunga, anche se viviamo dalla nascita del mondo siamo vissuti e viviamo in questi giorni, pronti ad accompagnare l’umanità fino alla fine che non tarderà a venire. Solo allora potremo vedere il nulla.

© Carlo Becattini

La maestra delle elementari

Il primo giorno della scuola elementare, tra pianto e disperazione, si consuma un tradimento di cui subito mi vendico. Costringo babbo a rimanere con me tutta la mattina. Non conosco nessuno. Non ci voglio stare a scuola.
L’insegnante è una maestra, unica donna in una scuola gestita da preti che, neri come piattole, si aggirano per i corridoi luminosi e spaziosi (ma forse sono io che sono piccolo) camminando senza toccare terra. Sono esperti di levitazione e scivolano via come Gesù sull’acqua, ma è un effetto ottico creato dalla tonaca che li copre fino a terra. Hanno un’aria viscida ed il colorito di chi è abituato a stare nell’ombra, ignorando l’esistenza del sole e dei colori.
La maestra è gentile (se sei dalla sua parte) ma ha metodi d’insegnamento molto severi e sa diventare “cattiva” agli occhi di un ragazzino costretto a subire punizioni anche fisiche e derisioni pubbliche. Per imparare a scrivere devo usare pennino e calamaio, due attrezzi che ormai non usa più nessuno. Secondo la maestra sono gli strumenti adatti per acquisire una bella scrittura e forse ha ragione, ma ora ci sono le penne a sfera, molto più pratiche e pulite, anche se sono guai se ce le scopre. Con lei non ho particolari problemi, a parte quelli puramente scolastici che si traducono nell’eccessivo quantitativo di compiti da svolgere a casa, costringendomi tutti i pomeriggi a studiare fino a tardi. Cavolo! Ma sto facendo solo la scuola elementare. Sono un bambino. Cosa vogliono da me.
Ho sentito dire che la maestra è ancora giovane ma non mi sembra, però riesco a percepire l’intimo dolore che si sprigiona dal profondo del suo animo. So che il suo fidanzato è morto, che lei è rimasta sola scegliendo la solitudine del ricordo. Incidente o malattia non so, ma vedo sempre, nella profondità del suo sguardo, la tristezza che la logora.

© Carlo Becattini

Praga 1970

2016-09-08. Praga - Ponte Carlo
Praga – Karluv Most (foto dal web)

Facemmo una riunione tra amici, alcuni erano ancora vivi. Tra di essi c’ero anch’io. Camminavo sul Karluv Most . La nebbia offuscava la vista della superficie della Moldava. Era freddo quell’inverno a Praga durante l’occupazione sovietica. Erano già passati due anni dalla Primavera . Non c’era anima viva, tranne lei. Calpestavo le pietre grigie del ponte, scure per l’umidità e fredde come tutta l’aria che respiravo con difficoltà. Stavo per giungere sull’altra sponda quando la vidi incrociare il mio cammino lento e pensieroso. Viola, la chiamai col suo nome profumato. Ebbe un sussulto, non si aspettava di vedermi apparire come un fantasma. Comunque era lei ad avere un aspetto ultraterreno, spettrale riluceva d’argento alla luce della luna piena. Era come evanescente, parti del suo corpo si fondevano con la nebbia di cui sembrava essere composta. Anche la sua voce sembrava avere la consistenza del vento. Mi sorrise brevemente e scomparve. La chiamai più volte. La ragione propendeva per una allucinazione, l’anima era certa che fosse reale. Ma cos’è la realtà, com’è che ci appare e noi? Raggiunsi gli amici in un vecchio palazzo. Le stanze illuminate da candele e scaldate da grandi caminetti. Spettacolo magnifico. Ricchezza di arredi. In che epoca mi trovavo? Gli amici mi accolsero con calore, alcuni erano ancora vivi. Facemmo una seduta per evocare gli spiriti. Una volta la settimana avevamo preso l’abitudine di colloquiare ed evocare entità ultraterrene. Quella sera conduceva una famosa medium, M.me … non ricordo il nome. Nella penombra della stanza, luce rossastra tremolante sulle pareti, soffitto nel buio, i nostri volti assumevano connotazioni drammatiche e suggestive. A notte inoltrata eravamo ancora parte del cerchio, seduti attorno al tavolo. Tutto procedeva benissimo. L’ultima entità chiamata era nella stanza. Una donna. Non potevamo vederla ma la sentivamo. Giocava con noi poi … mi riconobbe! Venne a me, mi baciò sulle labbra. Sentii il suo soffio sulla pelle mentre brividi mi percorrevano la schiena. Chiusi gli occhi per concentrarmi meglio. Il soffio si trasformò in labbra vive, avvertii anche un profumo che riconobbi. Emozionato e scosso rimasi ebete sottostando al suo volere. Ma potevamo incontrarci in quello stato? Sentivo il soffio sfiorarmi le guance, era una carezza! Avvertii qualcosa che mi passava sul collo, impercettibile, lieve e provai solletico sui fianchi al quale non seppi resistere e proruppi in una risata, dimenandomi per liberarmi da quella impressione. Lei era diventata giocherellona. Ebbi così la conferma che si trattasse proprio di Viola. Il suo spirito? La chiamai ancora una volta mentre rivedevo l’immagine evanescente incontrata sul Ponte. Volli provare a fissare un incontro, volevo stare con lei, però M.me … intervenne affermando che l’entità era già andata.

© Carlo Becattini

Sonno e malinconia

2016-09-07. View of Florence - Thomas Cole - 1837
Thomas Cole  – View of Florence – 1837

Anche stasera spazio ritagliato con la forza di volontà e la stanchezza che avanza. Un occhio già è chiuso e sull’altro la palpebra vacilla, ancora poco e si chiuderà anche lei. Dopo sarà l’oblio del sonno e l’oscurità benefica del sogno. Rimaniamo in silenzio ad ascoltare il giorno che muore, l’età che inesorabile avanza, la vita che altrettanto passa. Avrà un senso tutto ciò? Odo della musica indefinita, non proviene dall’esterno ma da me, quell’omino che se ne sta al chiuso e che conosco bene. A volte la bellezza interiore supera la realtà. Ma siamo reali o apparteniamo al sogno pastorale degli antichi? Forse è un sogno nel sogno che si chiama realtà e la vita altro non è che il letto su cui dormiamo. Stasera l’aria sa di mongolfiere, il vento soffia silenzioso come un aliante e le sospinge a colorare il tramonto. Decisamente l’aria profuma d’aquilone, di legna bruciata, di caminetti accesi come d’inverno per la via che da Firenze a Fiesole conduce. Osservo il panorama, la mia città vista dall’alto, la mia prigione, grande la tentazione di aprire le ali e volare. Migliaia di persone han popolato e vissuto in questa valle, hanno amato, in qualche modo sono sopravvissute alla vita inclemente, poi il soffio del vento … e l’aliante è passato, non c’è un pilota a manovrarlo ma una luce bruna. Sole che t’immergi nel mar non sento il ribollir dell’acque nè veggo nubi o vapori svanire. Il momento d’andare è giunto, gli anni cominciano a pesare e sulla pelle porto i graffiti del tempo e della malinconia.

© Carlo Becattini

Cucinando

2016-08-25. Gritsay Aleksey - On the veranda - 1958
Gritsay Aleksey – On the veranda – 1958

Oggi ero intento a cucinare anche se dirlo così mi pare riduttivo visto che tutto il pacchetto cucina è partito dallo svuotamento della lavastoviglie e si è concluso con il suo riempimento a pranzo finito. Quando comincio qualcosa vado fino in fondo e lascio la cucina meglio di come l’ho trovata. Ho fatto tutto con il sottofondo della musica che mi arrivava in modo intimista attraverso gli auricolari del lettore mp3. Cucina e musica sono sempre una buona accoppiata per me, da sempre. Metto la musica ovunque ma in alcuni casi la tolgo, per esempio, contrariamente ad alcune decine di anni fa, ora, quando leggo ho bisogno di silenzio. E pensare che prima studiavo a suon di musica e mi serviva proprio per concentrarmi. Mentre mettevo le stoviglie al loro posto avevo la mente libera, anzi liberata da ogni costrizione, la musica, le parole della canzone si snodavano nel loro modo abituale fino a quando hanno attirato la mia attenzione e ne ho preso coscienza nell’attimo in cui i miei pensieri liberi si sono scontrati con il senso di quelle parole. Le parole erano di Fossati. Questo cantante che mi è compagno di vita fin da quando ha cominciato a cantare con i Delirium dall’inizio degli anni settanta. Siamo invecchiati insieme. Ho continuato ad ascoltarlo per tutti questi anni ed ogni volta mi ha ricordato una ragazza che conoscevo e che … chissà che fine ha fatto! I miei pensieri hanno sollevato domande da farle: ma in tutti questi anni gli sarà mai capitato di pensarmi, di ricordarmi anche per un attimo o associarmi ad una canzone che in un momento di malinconia l’avrà rapita e portata via? Solo curiosità, pura curiosità indotta da una lieve vena nostalgica che mi ha annebbiato la ragione ascoltando tante canzoni e la loro magia di far rivivere ciò che è stato, ciò che non è più. Ma non era solo questo, c’era molto di più, un sentore particolare, strano, sovrannaturale, una nuova presa di coscienza, una diversa sfumatura del pensiero che ho colto al volo e mi ha spiazzato, ma non saprei bene cos’era. Ancora la mente continua le proprie ricerche a mia insaputa, ancora la mente propone visioni nuove e nuove sensazioni. Cos’altro scoprirò di me? Cos’altro proverò? La stessa sensazione giorni fa, davanti ad una bancarella di libri usati, davanti alla copertina di un libro che mi ha fatto “girare la testa” riportandomi indietro nel tempo quel tanto che basta perché lo comprassi, quel tanto che basta per stringerlo tra le mani, per avere oggi una scheggia perduta di quel passato che vive ancora. Ah pensieri, maledetti pensieri.

© Carlo Becattini

Aurelia

Robert Burns - The Window Seat
Robert Burns – The Window Seat

Poi la mia arte a lei mi ha condotto nuovamente ed Aurelia questa volta è il suo nome, come la strada romana che mi ritrovo spesso a dover percorrere. La via che mi ricorda lei quando non c’è e quando non ne ho bisogno. Viaggio su alcuni tratti di questa strada che da Roma conduce verso Genova ed oltre, delimitando il confine tra stato solido e liquido, separando tutto ciò che è visibile dal mondo misterioso delle profondità marine: l’invisibile.
Corro sul crinale tra due essenze diverse e complementari: quella solida, che scivola inesorabilmente nella liquida e quest’ultima, che rimonta aggrappandosi indissolubilmente all’altra, così come mi perdo sul sentiero di brividi che traccio sul corpo di Aurelia sfiorandola dal fianco al seno e percorrendola tutta quanta, di città in città ed oltre. Ricordo quanta fierezza nel suo sguardo quando per la prima volta mi disse il suo nome anche se poi gli amici la prendevano in giro. I ragazzi sanno essere crudeli, non se ne rendono conto, ma lei è “splendente” e i suoi genitori non potevano fare di meglio, non potevano farmi regalo più bello. Traggo piacere dallo scrivere il suo nome evocandola a mio piacimento, usando la sua chiave d’accesso, la sintesi della sua esistenza: il suo vero nome. Lo scrivo tante e tante volte di seguito, fino a comporre una parola lunghissima, fino a perdere il senso ed il senno: aureliaureliaureliaureliaureliaureliaureliaureliaurelia … ed inconsciamente desidero moltiplicarla, duplicarla, clonarla tante e tante volte per averne sempre, per averne di più. Quando sono sazio lo scrivo una volta sola ma sono tentato (e cedo alla tentazione) di chiudere la lettera iniziale dentro un cerchio, una (A) come quella grande e rossa cucita sulla bandiera nera che è appesa sul muro di camera mia: la bandiera del nonno.

© Carlo Becattini

Senza regole

Carl Larsson - Donna sdraiata su una panchina - 1913
Carl Larsson – Donna sdraiata su una panchina – 1913

Sono ancora qui a calpestare l’erba del prato, i piedi son bagnati di brina o pioggia, lo sguardo ebete o assonnato, ad ogni passo rifletto su quanta vita sono capace di uccidere inconsciamente. Una capriola, due, tre, mi sporco di verde, clorofilla e cellule aliene spalmate sugli abiti. Una volta vivevo in una casetta di montagna colorata dei colori dell’arcobaleno o forse era un’arnia ed io un’ape, sempre indaffarato, codificato, perso tra il polline ed il miele. Ma per me è troppo dolce anche se il retrogusto di faggio, castagno o fiori di campo non mi lascia indifferente … il tiglio non mi piace. Venti forti, odore di polline, sono insetto o pianta, sono escrescenza legnosa o fiore profumato, sono carne, sangue, passione, meraviglia, piacere, ammirazione, svago, dolore, emozione, esaltazione, vuoto … Opera d’arte che mi ritrae, prigioniero della roccia, del marmo o del lucido acciaio, risuono come l’eco nella valle, come il gong percosso con violenza, come l’arpa accarezzata dal vento o la prua della nave che fende le onde. Guardo lontano l’orizzonte, la dove finisce il mare ed inizia il mistero, la dove si vede chiaramente che questo pianeta è rotondo … forse sono un grandangolo o sono ubriaco di saggezza, persino incapace di vedere un orizzonte piatto: la fine del mondo e dall’orlo di quell’enorme abisso mi tuffo, novello campione olimpionico di salto nel buio. Il frastuono è impressionante, preferivo quando ero solo col silenzio dei pensieri che telepaticamente raccontavano cose, cosciente, perduto, ritrovato, incosciente, vissuto, accaldato. Rovente come una pentola di cibo delizioso, attento come il mirino di un fucile, scattante come il cane della Colt battente su tamburo, una storia di battere e levare, un film musicale, un western, non fa differenza perché sono la stessa cosa. I fratelli Lumiere, la cinepresa di mio padre, filmini super otto, sono un fotogramma, una diapositiva, una fotografia, un negativo ma che so essere anche positivo, sono alfa e beta, gamma e delta, e poi giù, giù fino all’omega, sono inizio e fine di ogni cosa, sono mondo ed universo, sono tutto il creato, sono te anche se non lo sai, anche se non lo credi, anche se non è vero ma non tutte le bugie hanno le gambe corte o le grandi ali. Aprire le braccia e volare, aprire le braccia e ridere, aprire le braccia ed accoglierti, abbracciare l’umanità tutta, abbracciarne l’essenza … esperienza sconvolgente. Ancora una volta pensarti, farlo in libertà, a ruota libera, a mente aperta, a cavalcioni di un cavallo o di una fiera, di pegaso o d’una chimera, d’una moto o di una bici. Pedalare senza fretta … oppure correre, corrrrere, corrrrrrrrrrereeee e poi stanco, stare, sudato di pianto, sfinito, stremato da una estate torrida che mi rende prezioso. Fermarmi, pensare, evocare il tuo nome, scandirlo bene, urlarlo, sussurrarlo, in ogni forma, in ogni soluzione è vita, è presenza, è emozione, è bello. Urlarlo così forte da lanciarlo via lontano e poi correrti dietro fino a ritrovarti, fino a riprenderti, fino a ritrovare le fila d’un discorso lasciato in sospeso, fino a ritrovare la tua anima. Scandire le parole, raccontare è conoscenza, è penetrare nell’intimo, nella coscienza, nella parte segreta, quella che giace dietro la facciata e che raramente si mostra al pubblico, quella che neanche noi conosciamo. Ridere, scherzare, giocare col sole e la luna, confondere tutte le stelle, inventare le costellazioni e poi rilassarsi dietro la tazza della colazione, dietro il gusto, il tatto, la fragranza, la frutta matura e dolce, il gusto di un nuovo giorno che inizia, il gusto del risveglio, il piacere di vivere un giorno ancora, meritevole di tanta attenzione, e poi volerne ancora, e poi volerne di più collezionando settimane, mesi, anni e ringiovanire diventando vecchi, ritrovarsi nel futuro e giungere alla meta. Sognare, dormire, chiamare il tuo nome, evocarti come un sacerdote dell’antico Egitto, come un Sufi che fa la ruota, come un Druido dell’antica Britannia, come un Gladiatore dell’antica Roma, come l’arrivo di una nuova bottiglia dal mare in cui inserisco questa lettera che bene o male rappresenta tutti i silenzi che sai… poi tappo, muscoli e lancio in mare!

© Carlo Becattini